JAMES GRAY: CIVILTA’ PERDUTA

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In poco più di vent’anni di carriera (l’esordio, Little Odessa, è del 1995), James Gray si è fatto portavoce di un’idea di cinema ostinata e coerente, classica ma digressiva, fortemente ancorata alla generazione immediatamente precedente la sua, vale a dire quella della New Hollywood.

Nell’orgia citazionista, artatamente ironica e inevitabilmente postmoderna che, da due decenni a questa parte, continua a informare il cinema americano, Gray sembra un po’ un alieno. Le sue storie sono racconti esistenziali, stagliati sullo sfondo dei generi classici (il noir, il melò) e danno vita a film senza tempo che sembrano provenire da un altro immaginario: gli amati anni 70, certo, ma opere come, per esempio, I padroni della notte custodiscono nel loro cuore un nucleo pulp che ricorda le grandi narrazioni criminali dei Siodmak e dei Lang. Non è l’unico, Gray, a collocarsi sulle sponde di un immaginario resistente. Ultimamente ci sono i giovani Cianfrance e Nichols a dargli man forte e, in parte, anche il meno dotato Scott Cooper ha l’aria di essere sintonizzato su quest’onda. Tutto questo, insomma, per dire che con Civiltà perduta Gray non solo prosegue nel suo cammino irto e solitario ma rilancia e ci consegna il suo Cuore di tenebra.

La storia dell’ufficiale Percy Fawcett (Charlie Hunnam, già protagonista della serie cult Sons of anarchy), esploratore in Amazzonia nei primi del ‘900 e in seguito ossessionato dalla ricerca della fantomatica città di Z, pone Gray sulle tracce della struggente mitologia conradiana/coppoliana.

Civiltà perduta inizia con una dinamica e bellissima sequenza di caccia; ci fa entrare nei salotti dell’aristocrazia per raccontarci un mondo di caste e incolmabili differenze di classe con l’efferatezza sfoggiata da Scorsese ne L’età dell’innocenza. Poi ci cala nell’inferno verde della giungla amazzonica, dove troviamo Franco Nero, signorotto locale in un teatro nascosto dalla vegetazione lussureggiante, eroe allucinato degno di Herzog, capace di impartire a Fawcett una crudele lezione gattopardesca. Prosegue lungo il corso di un fiume, con l’attacco di una tribù di indigeni che cita esplicitamente Apocalypse Now, così come la prima conferenza del nostro eroe dopo il viaggio viene ricalcata sul discorso ad Harvard di John Hurt ne I cancelli del cielo: stessa scansione delle inquadrature e stesso rapporto verticalità /orizzontalità nella disposizione degli arredi e degli attori per marcare l’esclusione delle donne dalle decisioni che contano. D’altra parte, la teorica passività della figura femminile all’interno di un racconto d’avventura che si vuole old style viene tematizzata da Gray grazie al personaggio di Sienna Miller, compagna di vita indomita di Fawcett che, tra l’altro, si fa carico del bellissimo e malinconico epilogo.

Avvolto dalla fotografia brumosa di Darius Khondji, come sempre geniale ma qui programmaticamente e letteralmente erede di Gordon Willis e Vilmos Zsigmond, Civiltà perduta è un’opera che vive di una quantità enormi di dettagli che immagino sapranno rivelarsi ad ogni nuova visione, illuminanti e inaspettati.

Mi chiedo se e quanto pubblico incontrerà un film così spontaneo, sentito, viscerale ma allo stesso tempo così pensato, sofisticato e cesellato. Io spero che abbia successo perché l’immaginazione di James Gray è un’ipoteca sicura sul cinema che verrà.

Fabio Orrico

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