Le trame crude della realtà

lucore

Non è luce che rischiara, alleggerisce, rappacifica: è Lucore, una parola antica, desueta, a definire un chiarore opaco, lattiginoso e incerto, che comprende nel suo spettro – nell’intenzione dichiarata dell’autrice, l’esordiente Elisa Origi –  “il colore della non infelicità, che non è mai felicità allo stato puro”.

Sceglie opportunamente di affidarsi alla forma del racconto, la giovane scrittrice originaria di Gallarate che vive ora a Cardano al Campo: una modalità narrativa che possiede già salda e sicura e dove vanno ad accomodarsi come lampi brevi piccole, dense porzioni di vita:  pagine delicate di rapporti familiari colti in un equilibrio fragilissimo, ‘accartocciati’, scrive, su se stessi, dopo aver toccato e superato punti di non ritorno.

Storie di aspettative e delusioni, di felicità di superficie, di un male già in seme, come nel brevissimo Ismede, istantanea di un’epica contadina eppure universale, di crudeltà primordiale, universale.

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“Nella consapevolezza e nell’aspettativa puntualmente ripagata dalla bambina”’ che attende “con manine opportunamente colma di pane raffermo” che un pollo le si avvicini al di là di una rete, non ci attendiamo  che le mani accoglienti, materne si protraggrano veloci verso la testolina dell’animale a torcerla verso il basso con insospettabile forza, “lasciando che le cannette dell’esile collo scrocchiassero a dovere.  Un sussulto soltanto e il soffice animale rimaneva così impiccato” : un segreto rito di passaggio, a segnare la fine della bestiola così come quella dell’innocenza.

Le trame sono crude, il ritmo sostenuto, cadenzato, musicato da ripetute onomatopee.

Ma a colpire davvero è la cifra stilistica di Origi, già personale: il suo è un linguaggio spesso sorprendente, denso, ricercato – “occhi uncinanti”, un “filone di pane tempestato di semi di sesamo”, persone che sciamano a “frotte sincrone” spinte singolarmente ognuna da ragioni del singolo che si fanno massa, fluido.

Una lingua del tutto peculiare che a volte si fa limite – giustificabile in un’esordiente –  e le si ritorce contro, sconfinando in un palese sforzo per evitare ripetizioni di vocaboli, e talora in una sorprendente obsolescenza di termini (allocchi, giovinastra…).

Nonostante qualche inciampo e irregolarità, restano però in Lucore (pubblicato da L’erudita, Giulio Perrone Editore) gli accostamenti più felici:  quelli materici, inattesi, quel “vociare pacato e borghese che sobbolliva lento” in un teatro, un momento di catarsi da cui si esce “lividi e prosciugati”, o ancora nelle descrizioni del paesaggio, gli scogli “da frustare”, i “corsi d’acqua inspessiti e […] offesi da scarichi industriali”.

Intuizioni felici e, va riconosciuto, ricercate con intuibile cura e amore per la parola, che con una capacità di introspezione già profonda e qualche finale secco, inatteso, da favola nera, rendono questo esordio particolarmente interessante, di certo promettente.

 Anna Vallerugo

 

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