La poesia nelle radici della memoria

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La memoria ha bisogno di distacco per diventare poesia. Il poeta deve scavare tra  le macerie dei propri ricordi senza mai tradire l’essenza delle radici.

Leggendo I Mè, il libro  del poeta comasco Vito Trombetta uscito per i tipi de I Quaderni del Bardo, mi sono trovato a fare i conti con quella memoria capace di lasciare tracce e con i suoi racconti universali.

Vito non a caso usa il suo dialetto, metafora immanente delle sue radici, per raccontare il suo romanzo familiare tenendo conto di quella Storia di cui tutti facciamo parte con le nostre memorie care e a volte dissipate.

«Nella poesia di Vito Trombetta- scrive Wolfango Testoni  nella prefazione – il dialetto è il sapore che dà corpo a cose e persone del cui corpo non resta più nulla. Gli oggetti si mostrano nell’uso caldo e a volte spregiudicato di una lingua masticata, ora dolce, ora più ostica e difficile da pronunciare: pelòcch, schisciabignùnn, ruerzàss. La lingua scivola e rimbalza, il respiro soffia o si trattiene. Si deglutisce, si respira. Non è un poeta dialettale, ma, un poeta che scrive in dialetto come altri scrivono in italiano  o inglese. È grazie a questa lingua che le sue figure, la famiglia, si mostrano e si nascondono, parlano o ammiccano. Sorgono e si spengono sorrisi e gesti, parole e luci in un gioco a volte tragico e a volte scherzoso, dietro alla siepe delle apparenze».

Per il poeta la memoria è un brutto vizio che va assolutamente coltivato. Nel buco della storia la salvezza viene, forse, dai ricordi che si fanno vita. Trombetta intinge la penna nelle sue radici di uomo per farsi poeta: «E adesso da qui in avanti/ cosa dico?/ che ho già l’età del lamentoso/ e delle parole sementi/ non me ne resta nemmeno una briciola/ rischio anche di perdere l’immagine / di me che mi assomiglia/ e alla fine/ ilraccontare/ è un mondo che si sbriciola».

Il poeta racconta le sue radici e quando parla della madre, del padre e del fratello apre soprattutto il sipario della sua coscienza e lo dona alla lingua della poesia per farne materia immanente e testimonianza per questi giorni di smarrimento.

Alla sua radice paterna il poeta chiede il perché di ogni cosa. Nella memoria, e soprattutto nel suo distacco, Vito Trombetta cerca il filo che unisce il passato e il presente. Forse non esiste, o forse si chiama memoria, senza la quale, come scriveva Leopardi, non siamo niente, non sappiamo niente.

«Io sono il sogno di una radice/ che si smarrisce/ in un cantare di foglie». Il poeta  sa che è difficile stare dentro la storia e nel vizio della memoria si perde, correndo il rischio anche di non ritrovarsi più.

Nicola Vacca

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