Nella realtà lucida della disfatta

la pelle

La Pelle è un libro di inaudita bellezza, che sa dar voce all’universale e al particolare. Le ragioni dei vinti e dei vincitori; la guerra e le sue atrocità; le manifestazioni della sofferenza e della speranza; tutto ciò è racchiuso in questo romanzo neorealista, ma che si può tranquillamente legare a quella scrittura corrosiva, così cara ad Hamsun e Céline, che ha saputo trasformare la letteratura europea in memoria collettiva e in dibattito sulla realtà.

Il romanzo di Malaparte viene pubblicato nel 1949. La guerra è finita da poco, l’Italia è ancora un colabrodo e gli sconfitti sono saliti sul carro dei vincitori. Di qui parte tutta la disquisizione dello scrittore toscano, che ci racconta della peste che invade Napoli subito dopo l’arrivo in città degli anglo-americani.

Primo ottobre 1943, la città di San Gennaro acclama i suoi liberatori. Lo fa in modo atipico, come solo il popolo più buono e generoso del mondo sa fare. Malaparte descrive i napoletani come il popolo che incarna tutta la tradizione europea, tutta la storia greco-romana, tutte le contraddizioni medievali. Conoscere Napoli, vuol dire conoscere l’Europa e le sue sfaccettature. Per i liberatori americani capire queste cose è impossibile. Loro sono legati alla felicità, alla prosperità e alla fortuna; tre stadi dello spirito che gli europei non conoscono. Soprattutto i napoletani hanno sempre vissuto in schiavitù e hanno dovuto imparare ad arrangiarsi. Essi non sono abituati ai liberatori, ma a conquistatori che nel corso dei secoli hanno imposto le loro leggi e il loro potere. Per questo motivo, davanti all’ingenuità degli americani, il popolo napoletano può finalmente vendicarsi: si spaccia per vinto, ma sa di essere vincitore.

Ed ecco la ragazza Vergine che allarga le gambe e si lascia sfiorare, affinché quei soldati vedano e tocchino qualcosa di straordinario, ossia, una fanciulla pura. Ecco le donne che si prostituiscono, ma sono loro a scegliere i clienti. Preferiscono i neri. La carne di un soldato nero vale tantissimo, anzi, non ha prezzo. In quei giorni di liberazione e di epidemia, Napoli diventa la capitale della libertà; un luogo dove gli omosessuali possono fare outing, soprattutto quelli appartenenti alla nobiltà. Proprio questi signorotti, per i quali il popolo nutre ancora un religioso rispetto, possono diffondere le proprie idee marxiste e anarchiche; possono comprare bambini da amare, ossia, i figli di un popolo che finalmente può essere educato alla sfrenata libertà.

Il racconto di Malaparte è lucido e reale; è cronaca senza veli e priva di bugie. Ma La Pelle è anche amara constatazione dell’avanzare del materialismo. La guerra ha distrutto tutti gli ideali. L’amoralità e il cinismo mostrati dal popolo napoletano sono risposte a secoli di soprusi. La lotta per la sopravvivenza dei partenopei si trasforma in una rivincita verso la storia. A farne le spese i soldati americani, colpevoli di essere ingenui. Eppure, per Malaparte, i napoletani sono generosi.

Anche se povera e numerosa, in una famiglia napoletana ci sarà sempre posto per un bambino abbandonato per strada. E proprio questa creatura senza origine sarà la più coccolata.

Ma come detto, Malaparte comprende la deriva materialista dell’Europa, dalla quale anche Napoli non si salverà. Forse la vera peste è proprio questa e intacca tanto la carne quanto lo spirito. Infatti, la lotta per la sopravvivenza ha elevato la pelle a unica cosa da salvare.

Pur di salvarsi la pelle si fa di tutto. D’altronde, gli uomini hanno un valore perché hanno una pelle da salvaguardare. Ecco perché non si muore, non si lotta e non si sopporta più come un tempo, perché ormai basta tenere viva la pelle; dell’anima non importa più a nessuno. La guerra ha distrutto lo spirito dell’eternità e ha imposto la logica dell’ora-qui. Alla luce di questo, ci fa capire Malaparte, è inutile anche definirsi cristiani.

Cristo è morto in guerra e non ha più voglia di risorgere.

Cristo era napoletano.

È difficile raccontare un libro come questo. Bisogna leggerlo per capire con quanta lucidità Malaparte sia riuscito a descrivere il dramma di un popolo e il disfacimento dello spirito europeo.

Martino Ciano

(Curzio Malaparte, La pelle, Adelphi)

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