Il gran rifiuto dell’esattore comunale

Romanzo18

La casa editrice Iperborea ha acceso i riflettori sullo scrittore norvegese Dag Solstad, proponendo al pubblico italiano quattro opere, tra cui il recente Romanzo 11, Libro 18, nella traduzione di Maria Valeria D’Avino. Solstad sta acquisendo notorietà al di fuori dei confini scandinavi, con pieno merito, anche in virtù dell’interessamento di autori come Haruki Murakami, che lo ha tradotto in giapponese, e Peter Handke, talmente affascinato da Timidezza e dignità, forse il suo libro più conosciuto, da dedicargli un commento in un saggio del 2015. Massimo Ciaravolo, nella postfazione, ritrae così il personaggio medio dei romanzi di Solstad: “un solitario e un outsider, dotato però di un’inquieta curiosità, che gli permette di aprire i canali nei confronti del mondo circostante, per osservarne la miseria, certo, ma senza smettere di porsi interrogativi sul senso, cercare un contatto o anche esprimere forme di protesta – insieme esistenziali e politiche”.

Bjørn Hansen, il protagonista di Romanzo 11, Libro 18, ha appena compiuto cinquant’anni. Lo incontriamo alla stazione di Kongsberg, Norvegia centrale, in attesa di qualcuno. Un tempo era un ligio funzionario ministeriale e viveva ad Oslo con la moglie Tina ed il figlio Peter. Una laurea in economia politica gli aveva garantito un lavoro sicuro e una solida carriera. Questo, prima di conoscere Turid Lammers, la sua amante, la svolta del destino, la crisi delle certezze.

Turid Lammers, reduce da un matrimonio fallito in Francia, conquista Bjørn con i suoi modi eleganti e i suoi tratti di femminilità intrigante. Una donna più europea che norvegese. Poco dopo l’inizio della relazione, Turid eredita dal padre una vecchia villa e un chiosco di fiori. Decide di tornare a Kongsberg, il suo paese natale, per stabilirsi lì, definitivamente. È quello il momento della scelta per Bjørn Hansen: restare a Oslo, padre di famiglia infelice, o abbandonare moglie e figlio di due anni per seguire l’amante nel cuore della Norvegia? Vince la seconda ipotesi. Il grigio funzionario parte, molla tutto, recide i legami con il passato. Ma è vera libertà?

Romanzo 11, Libro 18 è un testo che si può leggere come una tragedia in tre atti. Il primo si compie con la fuga di Bjørn a  Kongsberg. Qui, prevale il suo istinto, il suo desiderio, la voglia di stare con la donna che ama. Bjørn rimuove freudianamente la ribellione che cova dentro di sé: ha studiato economia, certo, ma solo per ottenere un posto ben remunerato. In realtà, vorrebbe scappare dall’involucro che si è costruito. Bjørn passa il tempo libero leggendo opere di filosofia, teatro, psicologia. La sua passione è la letteratura, il suo obiettivo avvicinarsi alla sfera profonda dell’esistenza. Ma quando Turid gli propone di partecipare ad un concorso per la carica di esattore comunale, lui, spinto da un cieco determinismo, accetta e vince. Lascia il ministero e abbraccia una nuova routine.

Solstad viviseziona i suoi personaggi con una dose di compiaciuta crudeltà, interrogando la coscienza di tutti noi. Siamo uomini o insetti sociali? Cittadini consapevoli o automi inchiodati alle logiche della produzione? Bjørn diventa un apprezzato pilastro della comunità ed entra a far parte del gruppo teatrale locale, composto dalle “personalità” di Kongsberg e animato da Turid, grande seduttrice sempre al centro della scena. È un gruppo di dilettanti che recita esclusivamente “operette”. Qui scoppia la contraddizione. Bjørn preme per rappresentare L’anitra selvatica di Ibsen, un espediente per far deflagrare sul palco l’ipocrisia dello stile di vita borghese e l’alienazione, cui tutti sono piegati. Puntando al modello “alto”, Bjørn si gioca una scommessa di redenzione, ma l’esperimento fallisce miseramente, non sfiorando nemmeno la soglia della catarsi. Gli attori si rivelano inadeguati, a parte Turid. Con i suoi ammiccamenti e la sua fisicità esibita al pubblico, al solo fine di salvare il salvabile, pagando però lo scotto di trasformare il teatro di Ibsen in farsa, Turid si rivela agli occhi di Bjørn una persona legata alle convenzioni e ingabbiata nel ruolo di star di provincia dalla bellezza ormai sfiorita. Si lasceranno da lì a poco.

Il secondo atto della tragedia riguarda il rapporto tra Bjørn e suo figlio. Esaurita la relazione sentimentale, fallito il tentativo di smascherare il dolore attraverso il teatro, Bjørn comincia ad avvertire sintomi sinistri, di chiara derivazione psicosomatica. È il tempo del “grande no”, escogitato con Schiøtz, suo medico di fiducia dai vizi inconfessabili. Mentre il piano prende forma, riceve una lettera da Peter. Il figlio abbandonato ha deciso di studiare optometria proprio a Kongsberg, su sollecitazione di un amico, Algot, conosciuto durante il servizio militare. Algot è il ricco rampollo di una famiglia di ottici e promette a Peter di iscriversi con lui all’università di Kongsberg, lasciando intravedere a Peter la possibilità di una rapida assunzione nell’azienda di proprietà. Ma Algot, all’ultimo momento, opta per Londra. È solo la prima “stranezza” di un rapporto tra padre e figlio tutt’altro che limpido e sereno. Bjørn svuota il suo studio per ospitare Peter in casa. Il figlio ha in valigia abiti omologati al gusto medio dei giovani di tutto il mondo. E tre strani oggetti, tra cui spicca un poster della Ferrari, esteticamente algido. Perché quell’emblema di ricchezza ostentata?

Solstad è uno scrittore dell’inquietudine, calato nelle viscere del nostro tempo storico. Peter è il prototipo della gioventù disillusa, individualista e apolitica di fine anni Ottanta / inizio anni Novanta: asociale, annoiato, banalmente cinico, il ventenne si sente attratto da particolari inconsistenti, come le luci al neon della città. Una città che lo ospita ma che Peter, in realtà, non vive mai. Bjørn lo scruta, ne fa un soggetto di indagine senza ricavarne nulla. Il figlio abbandonato è un estraneo. Illazioni si sovrappongono ad illazioni. Cosa nasconde Peter nella borsa da bagno? Per quale motivo rifiuta gli inviti a pranzo degli amici di Bjørn e la domenica resta a casa da solo? Perché il sabato sera ritorna sempre a mezzanotte e mezzo? Cosa è realmente accaduto con i compagni di corso dopo un concerto ad Oslo? È un disadattato? O, semplicemente, è solo se stesso, un ventenne problematico come tanti, un solitario che sta cercando di comunicare qualcosa al padre? Bjørn si rende conto che essere genitore è un ruolo impossibile, un’assurdità che si somma all’insopportabile funzione di “colonna” della società locale, una seconda catena al collo. La sua pazienza di “uomo etico” è finita. Ed è allora che scatta il piano architettato con il dottor Schiøtz.

Il terzo atto della tragedia, il vero sacrificio, si consuma a Vilnius. Bjørn Hansen è inviato per lavoro in Lituania, con altri funzionari norvegesi, allo scopo di illustrare ai colleghi dell’ex Repubblica sovietica (siamo nel 1992) il know-how operativo e organizzativo di una moderna pubblica amministrazione. Qui, di nascosto, coperto dalle ragioni del viaggio, si reca in ospedale e mette in atto il “grande no”, il rifiuto radicale, lo scacco matto al concetto di efficienza, l’oltraggio simulato alla propria persona che diventa, una volta ritornato in patria, reale. Lasciamo al lettore scoprire di cosa si tratti. Qui, basti aggiungere che il gesto scandaloso ideato da Solstad è parente stretto di quello, folle, visto in Idioterne di Lars von Trier, altro autore scandinavo con il gusto della provocazione (generalmente) non gratuita.

Uno degli autori preferiti da Bjørn, nelle sue letture serali, è Søren Kierkegaard. Lo svolgimento di  Romanzo 11, Libro 18 (un titolo volutamente anodino e “burocratico”) riecheggia gli stadi della vita, etico, estetico, religioso, postulati dal grande filosofo danese come possibilità esistenziali in capo a ciascuno di noi, soggetti singoli, liberi e disperati. Il pessimismo radicale dell’autore è  racchiuso nei paradossi di questo libro e nella sua scrittura amara e interrogativa. Dag Solstad denuncia l’affiorare dei germi del dissenso e della paura, annidati sotto la coperta della matura socialdemocrazia, ben sapendo che il benessere diffuso raggiunto in Norvegia è il massimo livello di sicurezza sociale esistente al mondo. Come ogni adesione acritica, la sudditanza al modello di sviluppo genera sgomento, provoca l’urlo munchiano che, nell’era della perfetta incomunicabilità, nessuno è più disposto ad ascoltare.

Alessandro Vergari

(Dag Solstad, Romanzo 11, Libro 18, Iperborea 2017)

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