Metti una sera a cena con Carrère

carrere

Inutile dire che, se qualcuno mi avesse detto: «una sera mangerai cavatelli con le cozze alla salentina, in Puglia, con Emmanuel Carrère», lo avrei mandato al diavolo. Eppure la vita è bella.

Abito a Molfetta, un comune pugliese di circa 60.000 abitanti situato a Nord-Ovest di Bari.

Quando ho appreso che Emmanuel Carrère fosse in Puglia, ho avuto un fremito.

Ero a una riunione organizzativa. Una cosa noiosissima. Per distrarmi stavo scorrendo di nascosto la mia home di Facebook. Quando ad un tratto mi sono imbattuto nella notizia dell’evento: “Emmanuel Carrère a Incontri salentini”. Lo aveva diffuso il profilo del suo prestigioso editore milanese, Adelphi. Lì per lì, ho pensato: sarà uno scherzo tra colleghi in casa editrice? Un furto di password? Un post di Lercio? Cliccando sul post potevo leggere che il 18 Giugno 2017 il grande autore francese sarebbe stato ospite dello Yacht Club di Santa Maria di Leuca dove, con un intervento sul tema dei confini, avrebbe concluso il numero zero di una nuova rassegna culturale curata da Gabriella Buontempo.

Su due piedi ho infilato il cellulare in tasca e ho chiesto a tutti se con permesso potessi allontanarmi per andare in bagno. Così ho fatto. E con la porta chiusa a chiave dall’interno ho chiamato in Salento per persuadermi che non si trattasse di uno scherzo. Mi ha risposto il direttore dello Yacht Club in persona:

-Sì, Yacht Club Leuca?

-Salve, vorrei sapere se per domani è confermato l’incontro con Emmanuel Carrère.

-Ma certo. Domani sarà presente qui alle 19.30.

-La ringrazio.

Frattanto, un amico poco interessato a questi temi si era abbarbicato dietro la porta del cesso per  origliare la chiamata:

«Chi era?» mi fa, appena esco, più ficcanaso di un bambino che chieda ai propri genitori chi era lo sconosciuto con il quale si erano appena congedati.

«Niente» –vagheggio io- «ho fatto una chiamata in Salento».

«E che volevano?» insiste lui.

«Al massimo che volevo», faccio io.

«Maronn, e che è? Sembra che ti sei bevuto un yogurt scaduto, stamattina. Why? Where? When?»

«Emmanuel Carrère. A lui è stata affidata la chiusura di un festival culturale che si è tenuto a Santa Maria di Leuca. Penso di andarci. E’ domani sera.»

«Santa Maria che?»

«Il tacco dello stivale»

«No, cioè, so benissimo dove si trovi Santa Maria di Leuca. Ma sono 260 km di macchina!»

«Vòlli, e volli sempre, e fortissimaménte vòlli, diceva quello…»

Il mio collega si porta la mano alla bocca cercando di non sganasciarsi dalle risate e mi fa:

«E tu vai fino a Santa Maria di Leuca per uno scrittore?»

Lo sapevo! A questo punto, per fargli –non dico capire- almeno intuire la portata dell’evento, gli rispondo che: lo stesso autore, a Marzo, è stato sia a Roma che a Milano; quand’è venuto, per ospitarlo, gli hanno prenotato rispettivamente la grande Sala Petrassi di LibriCome e il Teatro Franco Parenti di Milano; in quei giorni i giornali facevano a gara per chi doveva rivolgergli un’intervista. Così, il mio collega, incuriosito dal mio racconto fa per googlare il suo nome sul web e un attimo dopo, alacremente, aggiunge: «scusa, non è che voglia dire. Ma come ti spieghi che l’incontro in Salento di domani sia citato solo dall’Ansa? Se il mio oculista fa il suo lavoro, qui non vedo nessun giornale che ne parli…»

Non sapendo cosa rispondergli, effettivamente, mi limito a liquidarlo dicendo che mi aspettano nell’altra stanza. Appena sono fuori, faccio una piccola ricerca di tutti i b&b nella zona e prenoto il primo posto a disposizione. Mi reco a casa, tiro giù dalla mia libreria tutti suoi libri (ce li avevo tutti: da L’Avversario a Limonov, da La settimana bianca a Il Regno, da Vite che non sono la mia a La vita come un romanzo russo, a Io sono vivo, voi siete morti, a Baffi, fino a A Calais e all’ultimo Propizio è avere ove recarsi) e mi metto in macchina.

In meno di tre ore sono a Ruggiano (539 abitanti contati), dopo 262 km e nessuna sosta. Mentre guidavo pensavo a quella scena del film Una pura formalità di Giuseppe Tornatore in cui il regista fa dire a Depardieu, nei panni dello scrittore Onoff: “Non bisognerebbe mai incontrare i propri miti. Visti da vicino ti accorgi che hanno i foruncoli. Rischi di scoprire che le grandi opere che ti hanno fatto sognare tanto le hanno pensate stando seduti sul cesso, aspettando una scarica di diarrea!”

Per mia fortuna non era il caso di Carrère, il quale non aveva nessun foruncolo e non aveva pensato le sue opere stando seduto al cesso, né tanto meno aspettando una scarica di diarrea.

L’incontro è durato un paio d’ore. Carrère si è presentato puntuale, dentro una camicia bianca e un completo grigio molto eleganti. Ogni momento era accompagnato da una passione che a stento sapeva contenersi. Al tavolo era circondato dal filosofo Mario Carparelli, dallo scrittore Andrea Kerbaker e dalla splendida traduttrice dal francese, che talvolta risultava superflua dal momento che Carrère sapeva parlare molto bene in italiano.

All’inizio ha parlato della sua passione per gli scrittori di pura finzione come Alexandre Dumas e Jules Verne, due autori essenziali per la sua formazione di scrittore. Poi è passato a disquisire di uno dei suoi romanzi più famosi, l’ultimo da lui scritto prima di scegliere un strada diversa da quella della narrativa d’invenzione, ossia La settimana bianca (1995), dove secondo Kerbaker stava già germinando una certa fascinazione per il male. L’autore ha poi dichiarato «ho scritto questo romanzo in soli tre mesi. Quando ho cominciato a scriverlo avevo soltanto un’immagine nella mente: quella di un padre che cammina nella neve.» e ha aggiunto «certe storie –La settimana bianca e Baffi sono tra queste- assomigliano a delle pallottole di lana dalle quali uno tira il filo. Certe volte questo filo si spezza; altre volte, tirando, viene fuori tutta la pallottola di lana».

Da qui Kerbaker ha mosso la sua conversazione verso il romanzo che lo ha reso famoso in tutto il mondo, ossia L’avversario (2013). La storia vera di un sedicente medico il quale, dopo 18 anni di bugie, uccide la moglie, i figli e i genitori per paura di essere scoperto. «Prima di scrivere L’Avversario  avevo sotto gli occhi il capolavoro di Truman Capote, A sangue freddo. Questo passaggio alla non finzione è andato per me contemporaneamente con il fatto di usare la prima persona. Se scrivete per esempio Madame Bovary potete semplicemente scrivere “la signora Bovary pensa che”, perché si tratta di un personaggio di finzione e sapete esattamente cosa accade nella sua testa. Invece se parlate di un personaggio reale come Jean-Claude Romand (il protagonista de L’Avversario n.d.r.), vi imbattete inevitabilmente in un problema di morale letteraria. Non potete asserire “J.C.Romand pensa che” perché non potete mettervi al suo posto restando neutrali di fronte ai suoi deliri.»

Da quel momento ha preferito parlare solo di confini: confini della realtà «una definizione del reale è che non ha limiti, invece la nostra immaginazione ce li ha e sono quelli della nostra storia, del nostro determinismo»; confini della sua biografia (segnata dalle frontiere – avendo un nonno di origine russa al quale ha consacrato parzialmente il bellissimo La vita come un romanzo russo); confini della letteratura (si pensi soltanto al limite dell’intimità con la sua ex compagna varcato grazie al suo irriverente Facciamo un gioco).

Una conversazione, che mi rimarrà nel cuore, soprattutto perché al suo cospetto non ci fu cosa più gradita e semplice e precisa a un tempo solo, in una sola parola così perfetta da includere – senza forzature di ogni sòrta – persino dei brevi sprazzi di lievità stimolati apposta da Kerbaker per mettere in risalto le sue rughe così belle.

Perché il segreto di ogni grande artista che si rispetti, ne sono sempre più persuaso, risiede nella semplicità di cui è capace.

Uno pensa: il grande Emmanuel Carrère. E trascura quel suo passeggiare circospetto nei pressi del buffet col sorriso di chi scopre per la prima volta i prodotti gastronomici pugliesi. Trascura quel suo avvicinarsi al mio posto chiedendo: «di dove sei? Raccontami: che fai nella vita?». Trascura quel suo congedarsi dicendomi: «Già vai via? Non rimani per il gelato?». Ma è proprio in queste cose che risiede la potenza della sua scrittura.

Michele de Virgilio

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...