WILLIAM OLDROYD: LADY MACBETH

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L’esordio di William Oldroyd, già stimato regista teatrale, prende spunto da una novella di Nikolaj Leskov, Lady Macbeth del distretto di Mtsensk che chi scrive purtroppo non conosce ma che, dopo la visione di questo film, sarebbe assai curioso di leggere.

La storia è piuttosto semplice seppure moralmente irta e risolta con grande acume e sprezzo del pericolo: siamo nell’Inghilterra di metà ottocento. Katherine si sposa, si deduce non per sua scelta, con un uomo più vecchio di lei, dal quale subisce angherie fisiche e morali. Nonostante la giovanissima età unita all’inesperienza, la ragazza si mostra scaltra e feroce, diabolicamente capace di volgere a proprio vantaggio la drammatica situazione di assedio familiare in cui si trova; una sorta di ibrido fra Jane Eyre e la Barbara Stanwick de La fiamma del peccato che, partendo da una posizione di isolamento concluderà la sua parabola in una solitudine attraversata da fantasmi e, forse, rimorsi.

Uno dei grandi punti di forza del film è la scelta di Oldroyd, assecondato dalla sua sceneggiatrice Alice Birch, di concedere pochissimo in termini di informazioni. Lady Macbeth è raccontato in una terza persona soggettiva (se mi passate il termine), si concentra sullo splendido primo piano della sua protagonista Florence Pugh, vera e propria co-autrice dell’opera, lasciando scorrere ai lati dettagli e scorci cui un altro regista avrebbe dedicato interi segmenti narrativi. Al contrario, Oldroyd stringe sempre più il campo su Katherine, contraddicendo volutamente l’essenza stessa del film in costume. Ricorre volentieri alla macchina a mano, muovendola attraverso i silenzi polverosi della magione di campagna che imprigiona la protagonista e quasi facendola vibrare nelle passeggiate che Katherine si concede, a dispetto dei divieti di marito e suocero, nell’aperta campagna. Sono sequenze, queste, in cui non può non tornare alla mente il vigore con cui Andrea Arnold inquadrava un paesaggio simile nel suo Cime tempestose.

Lady Macbeth alterna impeto e compostezza. Ogni momento cruciale sembra scandito da una sorta di tableau vivant di Katherine, seduta sul divano e immobile come una bambola, lo sguardo intontito dal sonno o semplicemente spento anche se la Pugh è talmente geniale da lasciar scorgere in un micromovimento delle labbra tutto il rancore e la rabbia a stento tenuti a freno. Quando marito e suocero si assentano per affari, ecco che troviamo Katherine sdraiata sul divano, dolcemente scomposta e addormentata. Viene svegliata da un rumore e un corpo in movimento, veloce e rumoroso entra per una frazione di secondo nel suo (e nostro) campo visivo. È il preludio a uno dei momenti più belli e impressionanti del film e l’inizio della follia amorosa che da lì a poco si scatenerà.

Oldroyd non sottolinea, scrive un sostantivo ma si guarda bene dal porgli un aggettivo a fianco. Usa la macchina da presa in modo frontale e barbaro e gira nel segno dell’evidenza. Forse proprio per questo gli basta un minutaggio decisamente scarso per gli standard contemporanei (89 minuti, durata quasi da B movie anni ’50) per raccontarci la mutazione di Katherine da vergine indifesa a Dea Kalì.

Florence Pugh, della quale immagino risentiremo parlare presto, relega sottopelle tutta la complessità del personaggio, pronta a deflagrare in scene improvvise e potenti, come quando si mette a cavalcioni sul suo amante, di fronte allo sguardo furibondo del marito.

Nel lancio pubblicitario di Lady Macbeth si fa il nome di Hitchcock ma mi sembra che con un simile (e direi ingeneroso per chiunque) paragone non si centri il mood della pellicola. Hitchcock era un artista complesso e raffinato, uomo di spettacolo e artifici, scene in studio e illuminazione diffusa, precisione e ossessione della forma. Personalmente, in Oldroyd vedo piuttosto una scheggia pasoliniana, uno sguardo orientale e primitivo. Oldroyd non anela al bello ma a una verità univoca e brutale.

Fabio Orrico

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