Il peso reale della musica leggera

copertina vergari

Premessa: la musica, compresa quella definita “leggera”, come ogni forma di espressione artistica, ha una propria autonomia di linguaggio, un codice da verificare e da salvaguardare. Contemporaneamente, uno sguardo serio non può sottovalutare l’influenza del tempo storico sulle modificazioni di questa specifica arte, sempre  più in bilico, con il passare degli anni, tra diffusione di massa e ascolto di nicchia, tra divertimento e impegno. La comprensione profonda del fenomeno musicale necessita quindi di un inquadramento dialettico, di un confronto con gli assi socio-politici di una nazione o di un’intera civiltà. Operazione inevitabile, se vogliamo afferrarne le ragioni di sviluppo, di trasformazione e di declino.

In questo interessante saggio di Gabriele Vecchio, centrato sulla musica italiana del secondo Dopoguerra, assume un’importanza centrale la riflessione sul rapporto tra la tradizione ed i potenti influssi dei nuovi modelli e generi provenienti da altri contesti, in particolare dall’America. Un lavoro serio, di riflessione, che prova a rispondere ad alcune domande di fondo: in che modo la musica ha influito sui nostri costumi nazionali? Come ha risposto il nostro ricchissimo patrimonio musicale alle sollecitazioni del jazz, del blues, e soprattutto del rock’n’roll? Il “bel canto” si è estinto o, al contrario, è sopravvissuto? Chi sono gli alfieri della musica popolare italiana del Novecento, e perchè? A chi si indirizza, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, la “musica leggera”? Che ruolo ha avuto il “cantautorato”, nel disegnare una strada alternativa all’ascolto generalizzato o “di massa”?

Nell’introduzione è lo stesso autore ad esplicitare il senso della ricerca. «Il filo conduttore sotteso a questa analisi vuole mettere in evidenza i cambiamenti radicali che si sono avuti a partire, appunto, dalla fine del secondo conflitto mondiale, dalle cui rovine la musica ha iniziato ad evolversi verso le forme attuali: la canzone divenne ben presto campo di conquista da parte degli standard americani, che andarono via via imponendosi sulle peculiarità del nostro repertorio (negli anni Cinquanta ancora fortemente imparentata con il melodramma ottocentesco), che in quel periodo si sforzava di venire in aiuto di una società decisamente condizionata da un rigido moralismo».

La lettura di questo saggio è un’agile cavalcata nella nostra storia, dalla società postbellica, caratterizzata dal conflitto tra democristiani e comunisti per conquistare l’egemonia sulle masse, fino al Sessantotto, segnato dall’engagement e dal sogno illusorio di cambiare la società fin dalle fondamenta, passando attraverso la dura industrializzazione italiana, causa dalla scomparsa delle “lucciole” pasoliniane, ovvero della centralità del mondo contadino. Sul piano del costume, si incontra subito l’evento chiave, il ruolo di radio e televisione nei primi anni del Festival di Sanremo, per giungere, di apertura in apertura, all’ambigua emancipazione del “popolo” giovanile nel periodo della Contestazione. Grande importanza viene assegnata alla comunicazione e alla ricezione del messaggio musicale (sia nei contenuti che nelle forme), alle evoluzioni tecnologiche e alle pratiche innovative di registrazione del suono. Parimenti, vengono indagati con la dovuta attenzione gli aspetti tecnici della canzone, l’evoluzione della struttura interna, il rapporto tra melodia e cantato, il ruolo giocato dai testi. Laddove un approfondimento è necessario, l’autore interviene inserendo specifici “specchietti” illustrativi, ricchi di citazioni interdisciplinari.

Significativa l’analisi di Gabriele Vecchio relativa all’americanizzazione della musica agli albori del boom economico: «Sin dai primi anni Cinquanta la generazione dei giovanissimi si era mossa alla ricerca di emozioni forti e viscerali: qualcosa li spingeva a rifiutare con atteggiamenti di sfida i valori tradizionali della società, incarnati dai loro genitori, scandalizzando e terrorizzando l’opinione pubblica con un comportamento spesso selvaggio e semi-delinquenziale. Il 1954 rappresentò certamente in tale contesto una tappa fondamentale per la pop(ular) music e la cultura di massa: in quell’anno esplose infatti il fenomeno del rock’n’roll (così venne prudentemente chiamato il rhythm and blues, genere che dominava il panorama musicale nero del periodo), fino ad allora rimasto sommerso e privo di significativi riscontri nel gusto dominante, da quel momento in poi capace di affascinare un pubblico sempre maggiore di giovani bianchi».

Sono gli anni di Elvis Presley e di James Dean, del flipper e del juke-box. In Italia il Festival di Sanremo sembra non accorgersene, premiando, con autentico spirito conservatore e vagamente kitsch, “le mamme” di Gino Latilla e il “buongiorno tristezza” di Claudio Villa… «A condizionare pesantemente il lessico canzonettistico non furono tanto il petrarchismo o il melodramma in sé, quanto l’inflazione della tematica amorosa, con tutto il peso di una vera e propria “retorica del cuore”: vi si trascinavano luoghi comuni indissolubilmente legati al genere, visto che il tema dell’amore era nato nella cultura europea con i trovatori provenzali, dunque assieme alla canzone stessa». Eppure, comincia a fare breccia la canzone francese di Brel, Ferré, Aznavour, «caratterizzata da un uso sapiente della parola, che serviva a raccontare vicende paradossali ed esilaranti, circostanze “basse” e comico-grottesche: porzioni di realtà che solitamente erano escluse da un genere popolare ma troppo spesso imprigionato nelle formule di un lirismo ovvio».

Particolarmente interessante è il richiamo ai “cantacronache”, «prima realizzazione concreta di un progetto di canzone d’autore e controcorrente» ed esperienza successivamente presa a modello dai cantatuori “impegnati”. Un capitolo non sempre ricordato della nostra storia musicale i cui protagonisti sono nomi di spicco della cultura, Italo Calvino e Franco Fortini tra gli altri, uniti nel contrastare “l’apologia dell’evasione”, ovvero l’indifferenza ai temi sociali e politici, tipica di certa musica leggera. Altrettanto rilevanti sono i ritratti dedicati a singoli protagonisti del rinascimento musicale a cavallo tra anni Cinquanta e Sessanta, a partire da Domenico Modugno, le cui «interpretazioni erano inoltre straordinarie, piuttosto nasali e ricche di inflessioni regionali: Modugno stava decisamente aiutando a compiersi quella rivoluzione che porterà il canto a diventare uso espressivo della voce e dei suoi timbri». La celeberrima “Nel blu dipinto di blu”,  titolo ispirato al quadro Le coq rouge di Chagall, meglio conosciuta come “Volare”, «fu come un’ubriacatura collettiva», un simbolo di identificazione collettiva nel solco di un ritornello.

L’affermazione degli “urlatori”, e in particolare di Tony Dallara, rappresenta la legittimazione di un modo di cantare anticonformista e allo stesso tempo di un pubblico nuovo, essenzialmente giovanile, una fetta di mercato in precedenza non esistente. È il segno dell’allentarsi delle maglie familiari precedentemente molto strette, dell’indebolimento del controllo della Chiesa sulle preferenze personali, dell’aumento del tempo libero, di un nuovo protagonismo di fasce di popolazione autonome nei gusti e nelle scelte. Mina, definita “la regina degli urlatori”, mutua dai grandi interpreti della canzone americana (Ella Fitzgerald, Louis Armstrong), il tiger rag, «quel modo di cantare che raddoppiava le note creando la sensazione di uno scatto, di un aumento del ritmo, di un’accelerazione improvvisa», e decostruisce la retorica della canzone “al femminile” utilizzando la propria fisicità a mo’ di provocazione: «i suoi gesti erano sincopati, manierati e artificiali, come quelli di una bambola meccanica, e il suo corpo disconosceva i movimenti galanti e impastati quando, al pari di una marionetta», suscitando la disapprovazione dell’Osservatore Romano ancor prima della “scandalosa” relazione con Corrado Pani…

La progressione cronologica della narrazione incrocia altri fenomeni, altri personaggi indelebili della nostra storia musicale e del costume, a partire da Adriano Celentano, «il cui aspetto giocoso, disincantato e ironico della sua musica era fortemente in contrasto con quanto succedeva nel nostro paese, e la sua maschera non cercò bandiere neppure nel momento in cui i cantautori si fecero pensosi e combattivi». Gabriele Vecchio analizza con precisione l’andamento e le mode affioranti nel Festival di Sanremo, vera cartina di tornasole delle nuove tendenze e delle corrispondenti reazioni musicali di stampo tradizionalista, e ancora il ruolo preponderante giocato dalla televisione nella diffusione di modelli estetici alternativi, nonostante lo stretto controllo esercitato dalla politica (dalla DC in particolare), senza dimenticare il cinema e l’esplosione dei cosiddetti “musicarelli”, e infine le “canzoni per l’estate” e la definitiva consacrazione dei “giovani” come interlocutori privilegiati delle case discografiche.

Gli anni Sessanta, poi, sono il periodo d’oro del Festival in termini di ascolti, ma anche del movimento beat, della musica british, della Beatles generation, di Bob Dylan, della controcultura, e, inevitabilmente, della canzoni di protesta, «nate generalmente ex novo, senza agganci con una tradizione musicale popolare ricchissima, piena di canti di opposizione politica e di denuncia sociale, attirandosi presto la facile critica di essersi adeguate alla moda che in quel momento attraversava l’industria discografica nazionale». È anche il momento del grande e poetica “scuola” di cantautorato, la linea genovese di De Andrè, Bindi, Paoli, e dell’indimenticato Luigi Tenco: «la canzone per Tenco era la vita stessa, un’arma per intervenire sulla realtà e possibilmente modificarla, un modo per parlare alla gente e sensibilizzarla sui problemi della società».

Veicolata dal nuovo medium del disco a 45 giri, «la musica angloamericana si abbatté come un ciclone sul nostro paese, segnando indelebilmente la scena musicale italiana e imprimendo una grossa spinta alla formazione dei nuovi artisti e dei nuovi gruppi». È l’epoca dei Rokes, dei Camaleonti, dell’Equipe84, di Gianni Morandi, delle cover e delle nuove pubblicazioni editoriali destinate ai giovani, pagine dove serpeggiano temi di rivolta generazionale e si deposita il seme dell’antiautoritarismo. Tuttavia, l’attenzione dedicata agli adolescenti segna anche l’avvento della moda, dei segni di identificazione standardizzati, e prepara la strada al trionfo del consumismo. La trasmissione “Per voi giovani” di Renzo Arbore, “Bandiera gialla”, la hit parade, sono segnali inequivocabili di questo fermento. Siamo agli albori della protesta contro il sistema, cominciano le occupazioni delle università, le lotte operaie infiammano presto le fabbriche, il PCI è destabilizzato dalle forze extraparlamentari, scoppia la guerra in Vietnam, Jimi Hendrix brucia le sue chitarre, Jim Morrison in The End canta il suo disagio edipico ed è il Sessantotto… tutti gli schemi ne risultano travolti e, a cose fatte, tutto ritorna come prima, perfino peggiorato (ma questo è un altro discorso).

Lasciamo che sia il lettore a scoprire l’identità di coloro che, secondo l’autore, sono i punti di approdo della canzone italiana sul finire dell’infuocato decennio: «sull’onda del grande successo di pubblico, poterono mescolare tradizione ed esperimenti sorridendo alle critiche e realizzando qualunque cosa suonasse sopra le righe non solo rispetto alle tradizionali formule di successo, ma anche a quanto veniva considerato più avanzato nella seconda metà degli anni Sessanta (cioè il beat da una parte e i cantautori dall’altra)». Secondo l’autore la storia avrebbe dato loro ragione… il dibattito, come si suol dire, è aperto. Molta acqua, azzurra e chiara, è passata sotto i ponti, che pure restano ancora in piedi.

Alcune schede di approfondimento, in coda al testo, si pongono come ideale accompagnamento alla lettura: riguardano il confronto tra canzone moderna e canzone d’autore, i fenomeni di riproducibilità tecnica e standardizzazione nell’industria culturale, il divertimento come cifra estetica nella musica leggera e l’antitesi tra libertà artistica e monopolio. Citazioni indispensabili e appropriate di Walter Benjamin, T.W. Adorno e Umberto Eco suggellano l’opera di Gabriele Vecchio, utile introduzione all’universo musicale del nostro Dopoguerra, lavoro di ricerca originale che presenta, in appendice, tabelle con numeri e dati per incrociare, con giusto taglio scientifico, l’Italia del boom economico e l’Italia dei consumi culturali.

Alessandro Vergari

Gabriele Vecchio, La canzone leggera italiana negli anni’50 e ’60: storia ed evoluzione dei costumi nell’Italia del dopoguerra, ebook distribuito su Amazon https://www.amazon.it/canzone-italiana-negli-anni-evoluzione-ebook/dp/B0722JW2BN

Nota sull’autore: Gabriele Vecchio nasce a Milano e si laurea in Lettere Moderne presso l’università Cattolica di Milano. Dopo aver lavorato nel marketing di alcune importanti multinazionali, avvertendo come soffocante la realtà aziendale, decide di dare una svolta alla propria esistenza dedicandosi all’insegnamento nella scuola secondaria. Appassionato di sport, di informatica e di musica – suona pianoforte e chitarra sin da giovanissimo – ha dato vita a  due progetti editoriali (i siti senex.it e capethicalism.com), ma l’impegno più importante è quello che lo vede quotidianamente a fianco del figlio Lorenzo.

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