ROBERTO DE PAOLIS: CUORI PURI

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Cuori puri, opera prima del romano Roberto De Paolis (anche produttore) è un film che sorprende e lascia ammirati, principalmente per la sua capacità di raccontare ambienti e persone: la borgata e la media borghesia e il loro incontro, il loro deflagrare. Se l’aria che si respira è quella di altre pellicole coeve (Non essere cattivo o In terra pax, per esempio) a me ha fatto prepotentemente tornare alla memoria i primi film di Lindsay Anderson e Karel Reisz, per lo stile diretto e senza bellurie, l’esattezza sociologica e l’indagine immersiva nel milieu.

Una delle carte vincenti di De Paolis è proprio quella di aver messo in relazione esperienze di vita e ideologie decisamente diverse, in modo così intelligente da far balzar fuori una descrizione e una definizione del nostro paese. Le sue aspirazioni, la sua immobilità.

Che cosa racconta Cuori puri? È la storia dell’amore fra  Agnese e Stefano. Lei frequenta la chiesa, fa volontariato e, su indicazione della madre religiosissima, ha deciso di arrivare casta al matrimonio. Lui è un ragazzo dal passato turbolento e in odore di piccola criminalità che lavora come custode di un parcheggio. Parliamo di due persone potenzialmente destinate a non capirsi e, in effetti, la loro relazione, sembra formarsi e spendersi a dispetto di tutto ciò che li circonda.

Il disegno dei personaggi è magistrale. Specie quelli secondari: il prete reso da Stefano Fresi, con la sua capacità di interagire con gli adolescenti, corretta dalla sua visione del mondo blindata; la madre interpretata da Barbora Bobulova che chissà quale passato drammatico nasconde.

L’abilità di De Paolis e dei suoi attori è soprattutto quella di mostrare senza spiegare. Come un narratore di razza dovrebbe fare, lui preferisce farci intuire le cose, attraverso uno sguardo, uno scoppio di rabbia devastante, laddove prima avevamo visto soltanto dolcezza e remissività. Il lavoro del regista sugli attori è encomiabile e Cuori puri non sarebbe il film che è se non avesse al centro due interpreti straordinari come Selene Caramazza e Simone Liberati, aderentissimi ai loro ruoli.

In particolare la Caramazza è una presenza sfuggente e luminosa, goffa e incisiva.

De Paolis, da parte sua, ci rivela il bene e il male di un’educazione religiosa senza giudicare e proprio per questo sottolineando con maggior forza le contraddizioni e le forzature. La sua è una messa in scena onesta ma implacabile (onesta perché implacabile), capace di splendide sintesi poetiche come la scena in cui i due protagonisti, lontani, osservano la stessa colonna di fumo elevarsi sopra la città. O ancora la scena di sesso verso la fine: dilatata, insistita ma senza voyeurismi. Il modo impacciato, quasi sgarbato ma comunque tenerissimo in cui Stefano tocca il seno di Agnese. Se nelle bellissime sequenze di sesso de La vita di Adele Kechiche raccontava il piacere, allo stesso modo, frontale e non mediato, De Paolis racconta l’imbarazzo e il desiderio. Questo è il cinema italiano da difendere, appassionato e non didascalico, accurato ma mai accademico, aperto al caso e alla digressione, capace di riconoscere la poesia, quando la trova, e lasciarla circolare.

Fabio Orrico

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