Dalla parte della dignità delle vittime

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È alla vita che occorre restituire dignità e non alla morte. Alla vita di coloro che alla funzione istituzionale e civile dello Stato hanno riservato onore e rispetto. Di tutti quelli che hanno scelto di rimanere sul versante della legalità, sempre e comunque, a qualunque prezzo.

La giustizia ha il dovere di tenere ben evidenziata la linea che demarca il confine tra la dignità di chi la vita l’ha persa e la colpa di chi invece gliel’ha strappata. Il carcere, invece, la prerogativa di sostenere il grave fardello di quelli che intraprendono la difficoltosa via del ravvedimento e di non rendere agiato il soggiorno di coloro che a nostre spese continuano a ordire trame contro lo Stato.

Salvo poi, in articulo mortis, appellarsi alle sue istituzioni per vantare quei diritti che essi hanno sempre calpestato e negato alle loro vittime, per godere al di fuori delle patrie galere delle onoranze e dei tributi di chi ha continuato indomito a esercitare il ruolo del boss mafioso.

Totò Riina appartiene senza dubbio a questa categoria di persone. Il fatto che egli sia gravemente malato non è incompatibile con la reclusione carceraria, in quanto il suo stato di salute non è stato determinato dalla detenzione. Oltretutto è assistito costantemente da una equipe medica su cui un privato cittadino non potrebbe contare.

Assecondarne la richiesta costituirebbe, dunque, non già il riconoscimento di un diritto, ma una forma di resa alla lotta contro l’humus che alimenta la sottocultura mafiosa. Perfino la Chiesa lo ha capito, riuscendo a trovare la forza di scomunicarne gli adepti che non si pentono. Quid pluris?

Gian Paolo Grattarola

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