I mattini di Sebastiano Vassalli

copertina vassalli

Le edizioni Interlinea hanno raccolto i brevi racconti scritti da Sebastiano Vassalli per il “Mattino” di Napoli dal 1982 al 1985. All’inizio non sono inseriti sotto alcuna rubrica specifica, però, “mano a mano che si contrassegnano per espressività e pensiero, vengono inquadrati prima in una rubrica dal titolo prima Enciclopedia Vassalli, poi I giorni del Làstrego, perché raccontano le vicende dei consigli comunali del fantasioso borgo di Piove sul Làstrego. Gli ultimi contributi di argomenti vari vengono pubblicati sotto la dicitura I segni, i giorni”, come puntualizza Salvatore Violante, autore dell’utile presentazione ad introduzione del volume.

Lo scrittore di Novara strinse rapporti con alcuni intellettuali napoletani fin dai tempi della neoavanguardia e della sperimentazione letteraria, coagulatasi attorno al Gruppo 63, esperienza  intellettuale successivamente guardata con piglio critico e distacco dal magnifico Vassalli degli anni Ottanta/Novanta, quello della Notte della Cometa e de La Chimera. Già in questi racconti si avverte un lavoro di elaborazione che sfocia in lucido disincanto. Non mancano, nelle brevi narrazioni partenopee, affondi ironici sul Sessantottismo e sulle utopie egualitarie, a partire dal primo racconto, Maturità, in cui un maturando ragioniere così si esprime rispetto all’istituzione-scuola: «secondo me i professori devono verificare la maturità del cosiddetto candidato studiandone i cambiamenti anche al di fuori dell’ambiente scolastico, cercando di capirlo, di proteggerlo, di aiutarlo in ogni circostanza e sempre. L’esame vero e proprio poi io lo vedo come una specie di cerimonia dove si leggono le motivazioni e si danno i diplomi ma senza voto».

Vassalli con la sua penna scava nella mentalità italiota del ‘chiagni-e-fotti’. Il rifiuto del nozionismo, il ‘sei’ (in questo caso ‘trentasei’) politico, la retorica stracciona contenuta nella frase di autoincoraggiamento «se la metto sui nobili sentimenti forse ce la faccio»... la biografia di una certa generazione condensata in sole tre pagine. Lo studente, ignorantissimo e comunque promosso, davanti al giudizio della commissione, che, sottolineando preliminarmente le «apprezzabili doti di sensibilità alle problematiche sociali», lo vorrebbe però inadatto al proseguimento degli studi, ribatte con frasi sorprendenti, se teniamo conto dell’anno di stesura del racconto, 1982: «senza falsa modestia, credo di avere attitudine per proseguire qualunque cosa e per arrivare dappertutto… io arriverò lontanissimo». Basta guardarsi attorno, nel cuore del potere, nei gangli delle amministrazioni, per riconoscere la verità profetica di tale affermazione. Chi ha fatto carriera negli ultimi trent’anni, se non i professionisti della retorica?

Nel secondo racconto, La belva, una prostituta-tifosa, rivolgendosi al lettore a mo’ di diario, confessa di perdere ogni ritegno quando segna la nazionale italiana (i Mondiali di Spagna erano terminati da poco), e di non considerare gravi i propri gesti, quasi cannibaleschi, di cui sono vittime i suoi clienti, durante amplessi ritmati dalla telecronaca delle partite. «Se ha subito dei danni glieli pago ma per il resto io ragiono in un’altra maniera, dico: abbiamo vinto un campionato del mondo battendo brasiliani, polacchi, tedeschi e adesso non possiamo metterci a fare questioni per un miserabile lobo d’orecchio». Anche qui, lo scrittore intuisce l’emergere di una devianza, quella del tifo delle curve, delineando in poche righe dal sapore allegorico il nascente modello ultras e la parallela trasformazione del calcio, da puro evento sportivo a momento di aggregazione irrazionale e tribale attorno a una maglia.

Nel terzo, Materialismo storico, Vassalli mette alla berlina il comportamento apotropaico degli italiani di fronte all’apparizione di un carro funebre, improvvisato mezzo di trasporto di cui si serve il protagonista per ritornare a casa dopo un funerale, non avendo alternative valide. Chi fa le corna (automobilisti), chi si tocca le parti intime (pedoni uomini), chi preferisce toccare ferro (pedoni donne). L’autista del carro funebre, il Bettini, è lapidario a proposito dell’autenticità delle convinzioni: «gli italiani sono affezionati alla superstizione perché la considerano un bene gratuito e perché bisogna approfittare di quello che non si paga anche se non serve». Se la regola della prudenza è l’unico imperativo morale degli italiani, il “non-è-vero-ma-ci-credo” è la massima alla quale il gesto meccanicamente si conforma. «Secondo me è materialismo, pragmatismo, positivismo. Filosofia della prassi. Realismo». Perché, sembrano chiedersi i nostri connazionali, arrovellarsi attorno ai grandi sistemi di pensiero, quando per evitare una situazione spiacevole è sufficiente una strizzata di palle?

Ne Il centenario del Mussolini, Vassalli passa in rassegna anche il fascismo “naturale” degli italiani, il bisogno sempiterno dell’uomo forte, la polverizzazione del quadro politico che prelude alla personalizzazione dei partiti («ognuno dei nostri partiti a guardarlo bene è una costellazione di gruppi, di confraternite, di clan, di cellule, di individui, secondo me è il sistema stesso dei partiti che ci va stretto, oramai»), perversa tendenza che avrebbe cambiato in peggio il nostro assetto politico-istituzionale solo una decina di anni più tardi, un tunnel popolato da buffoni e venditori di pentole, in cui siamo ancora intrappolati. Il protagonista di Mitridate in vacanza, invece, si ammala a causa di «un’intossicazione di cibi genuini». Vassalli è caustico nei confronti della vasta galassia della sinistra radical-chic, dei vegetariani, dei pacifisti, dei nudisti, degli altruisti, dell’ecologismo vissuto come corazza e speso pubblicamente come segno identitario per distinguersi elitariamente dalla massa.

Strepitoso, poi, il trattamento riservato al terzetto Fanfani-Andreotti-Berlinguer. È possibile dare una risposta ai grandi interrogativi della vita osservando i politici nella loro essenza? «Tengo a precisare che per chi si occupa di anime e di immortalità dell’anima come me, i politici costituiscono una presenza fuorviante, se non addirittura un ostacolo». Forse perché comprenderli è impossibile? O perché sono sfuggenti come Andreotti, accostato alla pesca delle anguille? L’elisir di giovinezza di Zio Giulio è presto rivelato: «è il potere che conserva giovani e freschi, l’hai mai provato?» Come tutti gli esseri umani, prima o poi i politici muoiono, ma secondo Vassalli poi tornano, beffardi, reincarnandosi in cose e animali, in nuove forme inaspettate, Stalin in un ferro da stiro, Garibaldi in un cane da passeggio… è l’eterno ritorno dell’uguale, un calvario infinito.

In Berlinguer e l’effervescenza naturale, Vassalli tocca il vertice di questi racconti. Il protagonista cerca di spiegare a suo figlio il significato di “terza via” come fondamento della dialettica, ma, nonostante abbia fatto un corso di due mesi alle Frattocchie (la scuola di partito del vecchio PCI), non trova di meglio che ricorrere ad un paragone pubblicitario: ciò che non è né liscio, né gasato, è effervescente naturale, «la terza via dell’acqua Ferrarelle». Solo così si può spiegare l’attivismo dei comunisti dei primi anni Ottanta, le adunate, i grandi Festival de l’Unità, le Estati in piazza, eventi effervescenti, appunto, apripista di un futuro radioso. Il narratore si autoconvince di essersi sacrificato per la felicità dei posteri: se i comunisti-padri condussero una vita nel grigiore delle quattro mura di austere sezioni, chiudendosi la sera in casa a leggere Rinascita, i comunisti-figli sono pronti a raccogliere i frutti di tanta contrizione, perché il socialismo reale, come vaticinato da Marx, “sarà una festa”. «Vedrai i Festival Riuniti e poi le Estati italiane, gli Inverni italiani, le Quattro stagioni italiane, le pizze in piazza e le torte in faccia nei dibattiti politici alla televisione. Vedrai l’effimero che diventa durevole e il durevole che si consuma in un attimo ma soprattutto vedrai il più grande spettacolo del mondo… il comunismo». Nell’elenco mancano solo le videocassette di Veltroni.

Il lettore troverà divertenti e sinistramente vicine al nostro tempo le narrazioni del consiglio comunale di Piove sul Làstrego, immaginario comune del Veneto dove si discute dal 1862 se innalzare o meno un monumento ai caduti. Intanto, guerre si susseguono a guerre, caduti a caduti, ma la piazza resta disadorna. Straordinari i nomi dei consiglieri e dei componenti la Giunta: Vaderetro (sindaco della DC), Chiagne (consigliere del PCI), Fotte (consigliere della DC), Satanassi (PCI), Cerbero (PSDI), Pluto (Democrazia Proletaria), Minchio (MSI), Maschio (PRI), che a dispetto del nome è l’unica donna presente in Consiglio… «A questo punto Satanassi esibisce il catalogo di una ditta emiliana (la Resistart di Bologna) specializzata in Monumenti alla Resistenza che, spiega l’oratore, grazie alla lavorazione in serie, vengono prodotti a prezzi assolutamente competitivi». Ecco l’Italia arraffona, ecco i valori della Repubblica trasformati in business. Ogni partito ha la sua nicchia di affari. Ma Vassalli va oltre e in Autonomisti all’attacco, scritto nell’aprile del 1983 (!), prefigura l’esplosione dell’odio del profondo Nord verso “Roma ladrona”, l’utilizzo strumentale del dialetto, la rivendicazione del federalismo fiscale. «Noi autonomisti dell’Ulpa ce ne sbattiamo del governo nazionale. Diciamo a quelli di Roma di andare in mona una buona volta con tutti i loro partiti, dalla diccì al piccì alle frattaglie di sinistra. L’Ulpa è il partito dei lastreghesi per l’autonomia amministrativa e di governo. Abbasso gli italiani e i ladri». Vassalli dipinge un’Italia incattivita, provinciale, già assillata dai sondaggi che danno voce ad un popolo misero e piccino.

Il colpo di coda, la puntura dello scorpione è riservata agli arkadi novissimi, ovvero a quei poeti del Gruppo 63 definiti dal nostro autore “i cinque pastori”, Nanni Balestrini, Alfredo Giuliani (il “capobosco”), Elio Pagliarani, Antonio Porta, Edoardo Sanguineti. «Il vate esiste in funzione del grande pubblico, che non è necessariamente un pubblico di lettori; l’Arkadia esiste in assenza di pubblico… Di fatto l’Arkadia è una società di poeti, in cui tutti sono autori e lettori, ed è una società chiusa, che non si fa imporre regole e gerarchie dall’esterno». Parole sferzanti contro l’elitarismo di una corrente ben conosciuta dall’autore di questi racconti, torre d’avorio presto abbandonata. Dura e impietosa l’ironia con cui viene sanzionata la parabola di Sanguineti, promotore e liquidatore dell’intera esperienza del Gruppo 63, incapace, scrive Vassalli, di far fronte ai mutati cambiamenti sociali di fine anni Sessanta, poeta che abbracciò poi l’avventura politica (tutto il contrario di un idillio arcadico): «diventò consigliere comunale a Genova e deputato per due legislature; e può darsi (si sa, la carne è debole) che prima o poi ci ritorni, in Arkadia».

È l’Italia delle professoresse democratiche nell’accezione critica dell’indimenticato Edmondo Berselli, racchiusa nel racconto Dopo Montale il diluvio, in cui un’insegnante di italiano dice con orgoglio di sentirsi “colta”, solo perché il marito, anch’egli docente, la trascina alle conferenze letterarie, segnatamente una sulla poesia post-montaliana. Ma chi sono questi nuovi autori di versi, Bordini, Lolini, Bigongiari? Perché non sono contemplati nei programmi ministeriali? Cosa trasmettono, cosa vogliono dire? Perché sono così oscuri? Lei, ai vari Porta e Sanguineti, se fossero alunni suoi, darebbe al massimo un sei più. A fine incontro, le resta impresso solo lo sguardo di un poeta interessato alle sue forme, messe in mostra da un vestito attillato.

Si, la nostra penisola è in realtà proprio «l’isola di Fornelli». Di fronte a quest’isola, abitata dai Pantofagi tricolori, la nave di Gargantua (un Gargantua revisited, ovviamente) getta l’ancora. Dalle coste si leva un buon odore. Tutti cucinano. A ciascun italiano, la sua pizza. Un menù sontuoso! Pizza alla tangente, abusiva, alla traditora, al deficit, del popolo evasore, a reddito fisso e molte altre. D’altronde, nel 2017, ci sono assessori alla cultura che vanno a teatro o alle inaugurazioni solo per approfittare del ricco buffet. Dove sei, Vassalli? Avresti gradito tutto questo.

Alessandro Vergari

(Sebastiano Vassalli, I racconti del “Mattino”, Interlinea edizioni, 2017)

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