TWIN PEAKS – TERZA STAGIONE

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Sono quasi vent’anni che si azzardano paragoni tra serialità televisiva e cinema o, in modo ancora più spericolato, tra serialità e letteratura. Si arriva a dire con un certo compiacimento che la televisione ha definitivamente superato il cinema come capacità di osare e proporre novità. Sono pareri abbastanza affrettati e sensazionalistici per quel che mi riguarda, un po’ come quando si paragona poesia e canzone d’autore. Per come la vedo io si tratta di mezzi d’espressione autonomi, che certamente hanno cose in comune ma stabiliscono rapporti diversi con i loro destinatari e costringono a gesti creativi assai differenti i propri autori. Credo inoltre che poche serie TV siano riuscite a creare uno spostamento dell’immaginario dando vita a forme nuove, cosa che al cinema è meno rara. Una serie eccellente come Breaking bad, per esempio, non ci riesce. Siamo di fronte a una grande, diciamo pure grandissima narrazione ma, misurandola sul paradigma cinematografico, la creatura di Vince Gilligan aggiunge come variabile determinante il tempo. Una sessantina di ore contro i canonici 90 / 120 minuti. Punto. Ci riescono invece Mad men, The wire e Louie per molte ragioni che qui non si ha tempo di illustrare anche perché, come potete vedere dal titolo di questo articolo, è di altro che parlo. Quindi parliamone: come sappiamo, tutto o buona parte di quel che segue in termini di fiction televisiva statunitense (in Italia, come si dice dalle mie parti, siamo indietro come le palle del cane) nasce con Twin Peaks, ideato da David Lynch e Mark Frost.

Quando il pilot va in onda, l’8 aprile del 1990 David Lynch è già David Lynch, vale a dire un autore, nel senso pienamente europeo del termine, amato da pubblico e critica e pluripremiato, con uno stile e una visione del mondo ben riconoscibile. E Twin Peaks è naturalmente animato da questa visione. Saggio di contaminazione fra generi, detection e soap opera, Peyton Place e Velluto blu, con continue aperture all’assurdo e all’orrifico. Semplifichiamo molto, ovvio. Comunque l’effetto fu dirompente. Questa tardiva terza stagione, attesa morbosamente dai fans si articola in 18 episodi (finora ne ho visti quattro). Nei giorni immediatamente precedenti alla messa in onda il ritornello sui social era Non fate spoiler. Ma in questi venticinque anni i presunti adepti del culto lynchiano non devono essere stati attenti perché è piuttosto evidente che Lynch se ne sbatte sonoramente del concetto di spoiler, figurarsi se lo teme traslocando dal cinema alla tv. Ma, tant’è, a questo ci ha abituato la serialità. Il culto del colpo di scena e un mestiere blasonato tanto da far scattare la dipendenza nell’occhio di chi guarda. Anche Lynch crea dipendenza ma perché da Strade perdute in poi addentrarsi nei suoi film è come calarsi in un abisso, si entra in contatto con immagini vive, pulsanti, scorticate e si resta ipnotizzati.

Venticinque anni non sono passati invano per l’agente Dale Cooper & company, si avverte lo snodarsi del pensiero e del gesto cinematografico di Lynch e questo terzo Twin Peaks si colloca in perfetta continuità tanto con la precedente stagione quanto con INLAND EMPIRE.

Il primo episodio è forse tra le cose più belle tout court girate dal cineasta americano. Visivamente traumatizzante, sbriciola tutte le regole insegnate in qualsiasi scuola di sceneggiatura. Ok, è Lynch e non deve sorprenderci ma immagino sorprenderà gli spettatori terrorizzati dal rischio spoiler. Non c’è nostalgia, i personaggi ormai iconici della serie entrano in scena quasi casualmente e gli agenti FBI appendono in ufficio Kafka al posto di J. Edgar Hoover, mentre la sostituzione dello sceriffo Truman  interpretato da Michael Ontkean con suo fratello che qui ha il volto di Robert Forster ha un dolcissimo sapore da feuilleton.

Opera incommentabile e bellissima, Twin Peaks è un film di 18 ore e a toglierci ogni dubbio c’è la firma di Lynch regista a tutti gli episodi così come tutte le diciotto sceneggiature sono scritte insieme al sodale Mark Frost. Le prime due stagioni vedevano l’alternarsi di diversi registi e sceneggiatori ed era giusto, perché all’epoca Lynch sperimentava davvero con il mezzo televisivo, adesso è già oltre. Forse oltre lo stesso cinema perché, come accadeva anche negli ultimi film, intravediamo l’ibridazione di linguaggi diversi, il videoclip e la videoarte o, più semplicemente e sinteticamente, la poesia.

Fabio Orrico

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