Il romanzo del sole calante

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Sono trascorsi esattamente settant’anni dalla pubblicazione, in Giappone, de Il sole si spegne, romanzo dello scrittore Osamu Dazai, morto suicida un anno più tardi. Nato nel 1909, erede di una famiglia molto ricca, figlio di un proprietario terriero, Dazai condusse una vita dissoluta. Alcolista, apprendista rivoluzionario, militante nei movimenti di sinistra, prima dei vent’anni tentò di suicidarsi due volte. Una terza volta trascinò con sé, in mare, una barista diciannovenne, sua amante e compagna di bevute (smodate). Annegò solo lei. Deluso dal marxismo, abbandonò presto ogni illusione di cambiamento radicale della società per dedicarsi esclusivamente alla scrittura. Nel 1935 decise di lasciare l’università, per sua stessa ammissione mai frequentata in cinque anni di iscrizione. Non imparò mai la lingua francese, che pure l’aveva attratto in virtù delle influenze surrealiste e simboliste, al pari del modello di vita bohemienne, idealizzato e posto in antitesi al rigido nazionalismo nipponico. Sempre nel 1935, Osamu provò nuovamente a togliersi la vita, lasciando ai posteri una busta con quattordici poesie, una serie intitolata Gli anni del declino. A seguito del tradimento della moglie, vi fu un quinto tentativo, stavolta per avvelenamento. Intanto, era diventato morfinomane. La tubercolosi gli consentì di evitare l’arruolamento durante la guerra. Una figlia, Satoko, nata nel 1947, sarebbe diventata scrittrice di una certa fama, con lo pseudonimo di Yuko Tsushima.

Il sole si spegne, tradotto in italiano da Luciano Bianciardi, riflette le scelte stilistiche della Scuola decadente giapponese (Burai-ha) ed è un cosiddetto romanzo dell’Io, genere caratterizzato dall’inserimento, nella trama, delle vicende vissute in prima persona dallo scrittore, con intento naturalistico. Al centro de Il sole si spegne troviamo il dramma epocale della sconfitta del Giappone nella seconda guerra mondiale, trauma declinato nei suoi effetti più dirompenti: il crollo dei valori tradizionali, lo sfaldamento degli equilibri sociali e familiari, il declino inarrestabile dell’aristocrazia. L’impossibilità di imboccare strade di sviluppo e di emancipazione politica alternative alla modernizzazione capitalistica acuisce il senso di ineluttabilità, che si avverte dalla prima all’ultima pagina del romanzo.

La giovane protagonista è Kazuko, donna istruita, divorziata, intelligente, lettrice accanita in grado di citare nelle sue lettere Čechov e Balzac. Kazuko assiste una madre vedova. Entrambe attendono il ritorno di Naoji, l’altro figlio, disperso al fronte. La famiglia di Kazuko appartiene ad una classe in disfacimento, una nobiltà decaduta, incapace di reggere l’urto della trasformazioni economiche. Lo zio Wada si occupa del loro bilancio domestico. A malincuore, madre e figlia sono costrette a vendere la propria villa, a licenziare la servitù e a trasferirsi in una casa meno pretenziosa, già residenza di un visconte. Osamu Dazai non si risparmia nel disseminare sul cammino delle due donne i segni di una sorte grama: la nuova casa ha un soggiorno di stile cinese ed una grande camera superiore all’occidentale. Elementi simbolici, fin troppo espliciti, del destino del Giappone, sospeso tra un passato imperialista ed un futuro incerto, alla mercé delle volontà della nazione vincitrice, gli Stati Uniti d’America.

Donald Keene, prefatore dell’edizione americana, scrive che Dazai “a volte ci dà la battuta finale – che non di rado è quella cruciale – di un dialogo, e poi torna indietro, per raccontarci la vicenda che conduce a quella battuta”, un mezzo narrativo insolito, poco comune in Occidente. E sottolinea che “un altro aspetto della sua prosa è la maniera di descrivere fatti secondari per suggerire situazioni più vaste. In questo egli si rifà alla tecnica della poesia giapponese, in particolare alla miniatura del haiku, una composizione di diciassette sillabe, dove ogni parola deve essere parte vitale del tutto”.

Il primo capitolo, intitolato Serpe, è paradigmatico. Entrambi gli espedienti narrativi citati da Keene sono presenti. Il debole lamento della madre, prodotto mentre è chinata sulla minestra, provoca la meraviglia di Kazuko: «Pensai che qualcosa di disgustoso fosse caduto nel piatto. “Un capello?” Le chiesi». Ma è solo un pretesto per l’apertura di una lunga ellissi, finalizzata ad introdurre il tema del figlio/fratello disperso su un’isola del Pacifico meridionale. Il lamento non è dovuto ad un capello, ma alla riemersione di un ricordo legato a Naoji. La scrittura di Osamu Dazai ha un andamento quindi circolare. Emblematico, poi, l’episodio delle uova di serpente:

«Un pomeriggio, quattro o cinque giorni fa, i bambini del vicinato trovarono una dozzina di uova di serpe, nascoste fra i paletti della staccionata, in giardino. Dicevano che erano uova di vipera. Pensai che, con una dozzina di vipere a strisciare nel boschetto di bambù, non avremmo mai potuto entrare in giardino senza particolari precauzioni. Dissi ai bambini: “bruciamo le uova” e i bambini mi seguirono, ballando di gioia… Il fuoco era acceso da quasi mezz’ora, ma le uova proprio non volevano bruciare. Ordinai ai bambini di toglierle dalle fiamme e di seppellirle sotto il susino». Le uova si rivelano essere di serpe comune e non di vipera. La madre la rimprovera di aver fatto una cosa molto crudele. Il pensiero va alla morte del padre, quando, sotto il letto del moribondo, apparve una serpe, e poi molte altre attorcigliate attorno agli alberi del giardino. «Sentivo che in qualche modo le serpi, come me, piangevano la morte di mio padre ed erano strisciate fuori dalle loro buche per rendere omaggio al suo spirito». Il progressivo deteriorarsi della salute della madre è imputato da Kazuko al gesto oltraggioso, quasi sacrilego, delle uova bruciate e sepolte. Un fatto secondario, per riprendere la tesi di Keene, che diventa presagio di eventi più grandi e dolorosi.

Dazai ricorre anche a diari, lettere e testamenti, per dare spessore ai suoi personaggi, avvolti da una cappa di sordo dolore e di incomunicabilità. La ricomparsa di Naoji, sensibile, disperato, oppiomane, rappresenta una jattura per tutta la famiglia. È lui ad innescare con il suo ritorno il motore della tragedia, senza contare la sua responsabilità nel fallimento del matrimonio della sorella e nel tracollo finanziario della madre, a causa delle sue continue richieste di soldi per acquistare la droga. Ma è anche uno scrittore, o aspirante tale, raffinato e maledetto. Leggendo uno dei suoi taccuini, dal titolo Diario del fiore di luna, Kazuko scopre la dimensione intima di Naoji, vergata in confessioni amare ed aforismi colmi di disillusione e disincanto:

«Giustizia? Non c’è, dove si trova la cosiddetta lotta di classe. Umanità? Non essere sciocco. Lo so. Significa abbattere il tuo simile a vantaggio della tua felicità privata. Uccidere. Che senso ha, a meno che non ci sia un verdetto di morte? A nulla serve l’inganno. […] Cos’è la stima di sé? Stima di sé! È impossibile all’essere umano – no, all’uomo – continuare a vivere senza pensare: “Io sono uno dell’élite”, “Io ho le carte in regola”, eccetera. Io detesto la gente e la gente detesta me. Prova della saggezza»

Kazuko, stretta in un ruolo subalterno, stanca della noia giornaliera, interrotta unicamente dal lavoro nei campi attorno alla casa, si perde dietro l’unica illusione che le è concessa, una storia d’amore velleitaria e clandestina con Uehara, scrittore mentore di Kazuko, sposato, alcolizzato e sostanzialmente disinteressato a lei. Quando Kazuko legge nel diario di Naoji la frase “mi chiedo se non c’è qualcuno che non sia depravato”, interpreta quelle parole come se fossero indirizzate, involontariamente, anche alla sua persona e a tutti coloro che conosce. La madre, lo zio, l’umanità intera soffre forse di depravazione? «Nella nostra vita conosciamo gioia, ira, dolore e cento altre emozioni, ma queste emozioni, tutte insieme, occupano appena l’uno per cento del nostro tempo. Il rimanente novantanove per cento consiste solo nel vivere in attesa». Kazuko scrive a Uehara tre lettere senza ricevere risposta. «Così ogni giorno, da mattina a sera, attendo disperata qualcosa. Vorrei essere felice d’essere nata, di essere viva, che ci sia la gente, e il mondo. Non vuoi mettere da parte la moralità che ti trattiene?» Uehara, giudicato da Naoji uno scrittore immorale, è in realtà un ipocrita, dissoluto in privato ma incapace di dismettere la pubblica veste di padre di famiglia.

Kazuko si vota esclusivamente all’amore, proclamato, da lei stessa, unica causa rivoluzionaria per la quale valga la pena morire. Intanto, però, la morte si prende la madre, per malattia polmonare, e successivamente il fratello si getta nelle sue braccia, suicida. Nel suo testamento, vera perla letteraria, Naoji rinnega il principio-speranza e chiude scrivendo: “dopo tutto, sono un aristocratico”. È il sigillo di una posizione umana e sociale che nel sacrificio di sé incontra la sola prospettiva per conservare l’integrità, dentro un mondo dominato dal freddo scambio economico e vieppiù incapace di riconoscere i valori spirituali del tempo antico. Naoji chiede anche di essere sepolto con il kimono della madre.

Kazuko riesce, da ultimo, a rintracciare Uehara e a passare la notte con lui. In una lettera finale gli rivela di essere rimasta incinta. «Vittime. Vittime di un periodo di transizione della moralità. Certamente noi due siamo questo». A quale futuro andrà incontro il figlio di Kazuko? Una gravidanza scandalosa come gesto rivoluzionario, un pugno sferrato alle regole sociali. «La rivoluzione deve avvenire, da qualche parte, ma la vecchia moralità resta immutata nel mondo e ci sbarra la strada… Ma io credo, in questo primo scontro, d’essere riuscita a scalzare la vecchia moralità; forse solo un poco. Intendo combattere una seconda, una terza battaglia insieme al bambino che nascerà».  Kazuko scrive a  Uehara di voler crescere il bambino da sola. Lo stravolgimento dei costumi è alle porte, ma sulla scia di questa trasformazione sarà l’individualismo a vincere su ogni anelito collettivista (la stessa denuncia del nostro Pasolini).

Naoji nel suo testamento condanna l’egualitarismo, mettendo in connessione aristocrazia e lotta di classe («Il marxismo proclama la superiorità dei lavoratori. Non dice che tutti sono uguali. La democrazia proclama la dignità dell’individuo. Non dice che tutti sono uguali»). L’autore intuisce che il Giappone si sta già indirizzando verso forme di inquadramento sociale e lavorativo di marca occidentale.  I personaggi de Il sole si spegne sono dei perdenti e Naoji è consapevole di essere un relitto della storia, cui resta solo il diritto di scegliere se vivere o morire. Nei decenni successivi il miracolo economico giapponese avrebbe tolto ossigeno tanto alle istanze radicali quanto ai rigurgiti reazionari. Nel 1953 Yasujirō Ozu, nel suo film capolavoro Viaggio a Tokyo, mostra il trionfo della nuova etica del lavoro, spietatamente individualistica, ed il contemporaneo declino del vecchio concetto di famiglia, inclusivo e rispettoso degli anziani. Deviazioni, perversioni, sbandamenti della società che vengono colti e immortalati dal talento scomodo ed estremo di Nagisa Ōshima in due pellicole del 1960, Racconto crudele della giovinezza e Il cimitero del sole.

Shayō, the setting sun (questo il titolo originale del romanzo) fece scalpore alla sua uscita. Presto, si diffuse  l’espressione “gente del sole calante” per connotare l’aristocrazia giapponese sulla via del tramonto. Osamu Dazai si guadagnò definitivamente l’appellativo di “scrittore maledetto”, un ribellismo confermato dall’opera successiva, Lo squalificato, l’ultima portata a termine prima di ammazzarsi. Renè Crevel, poeta e teorico del surrealismo, scrisse, a proposito dell’aura “maledettista” appioppata dalla critica romantica a Rimbaud, che si trattava di un errore. Benedetto è colui che non trova “un accordo con il mondo esteriore” e ogni vita intellettuale “è una rivoluzione, perché si tratta sempre, per l’essere, di spezzare le catene che lo tengono legato alle rocce delle convenzioni”. Sia quindi benedetto, Osamu Dazai, per aver affondato il coltello nel suo tempo di transizione moralmente e politicamente malato, in questo così simile al nostro.

Alessandro Vergari

(Osamu Dazai, Il sole si spegne, Feltrinelli 2016)

 

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