SICILIAN GHOST STORY

sgs

Con appena due film alle spalle, mi sento di dire che il cinema di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza è, per la scena italiana, un valore da custodire. Il precedente film, Salvo, raccontava di un killer melvilliano la cui vita veniva sconvolta da una ragazza non vedente. Sicilian ghost story parte invece dalla vicenda del piccolo Giuseppe Di Matteo, barbaramente ucciso dagli ex complici del padre, pentito di mafia, dopo 25 mesi di prigionia e da un racconto di Marco Mancassola che rievoca il fatto. Se gli spunti affondano nel realismo della cronaca e potrebbero far pensare alla nostrana tradizione del cinema di impegno civile, scrittura e messa in scena ci proiettano verso gli scenari del fantastico e della fiaba, in netta frizione con quanto di meglio (e, diciamolo, di peggio) la nostra cinematografia ci ha dato.

Il punto di vista scelto da Sicilian ghost story è quello di una bambina, Luna (nome da fiaba e anche vagamente esoterico) compagna di scuola di Giuseppe, il ragazzino rapito di cui è innamorata.

Una ragazzina, un’innocente, ancora priva di sovrastrutture e capace di opporsi al mondo adulto, prigioniero di paura e omertà. Mentre Giuseppe consuma la sua via crucis, il paese teatro della storia, si stringe in un accettato silenzio. Bellissima la descrizione di questo microcosmo ostaggio del terrore e di un proprio ancestrale ed equivoco senso di appartenenza.

L’apertura del film ci mostra un impossibile piano sequenza che attraverso tubi e condotti ci fa spuntare direttamente da una fontana per assistere all’uscita dei ragazzi da scuola. Giuseppe ci dà le spalle e si addentra in un bosco. Poi entra in campo, di tre quarti, il busto di Luna. La ragazza porta con sé i libri di scuola e una busta colorata e indoviniamo facilmente che si tratta di un messaggio per Giuseppe. Inquadratura di mirabile sintesi (mi ha fatto venire in mente l’incipit de L’albero della vendetta di Bud Boetticher: anche lì un’immagine di apertura molto simile ci informava sull’identità dei protagonisti) che in breve riassume il film, anticipandoci il destino dei nostri eroi: il perdersi di Giuseppe, la quest di Luna. Siamo decisamente nel territorio della fiaba che viene evocata con tutti i suoi archetipi. Un bosco, un antro oscuro da cui fuggire ma anche da esplorare e gli adulti che assumono connotati misteriosi e sottilmente orrifici. Strepitosa la madre di Luna, interpretata da Sabine Timoteo (già nel cast di un altro capolavoro italiano degli ultimi anni e cioè Le meraviglie di Alice Rohrwacher): presenza straniante con le stimmate della strega cattiva ma anche dipinta con una comprensione dolorosa e distante: una straniera costretta a subire una mentalità lontana da lei e preoccupata solo di difendere sua figlia, a costo di ignorare le sue esigenze e quindi a detrimento dei loro rapporti.

L’arsenale visivo messo in campo da Grassadonia e Piazza è in perfetta continuità con i loro contenuti: fotografia espressionista di Luca Bigazzi e prospettive deformate, colonna sonora cupa e spiazzante e un ritmo sinuoso e avvolgente: bellissima e straziante la lunghissima inquadratura che indugia sui resti di Giuseppe, sciolto nell’acido e gettato in acqua. Quel che resta del suo corpo assomiglia a un nugolo di meduse e ostenta una sua drammatica bellezza che i due registi mostrano con insistenza, con occhio quasi herzoghiano.

I resti di Giuseppe sono gettati in acqua, dicevamo, e l’elemento acquatico informa tutto il film, percorrendolo come un fiume che solca la terra. Quella di Grassadonia e Piazza è una Sicilia umida, fluviale, liquida e i protagonisti si pongono in diretta relazione con tutta quest’acqua, immergendocisi e perdendocisi, strumento tra i tanti per collegare Luna e Giuseppe che, nel corso della prigionia, trovano un modo di comunicare che ha i sogni come epicentro e richiama alla memoria il grande classico di Henry Hathaway, Sogno di prigioniero. Il finale del film si apre a un panorama più luminoso di quanto il film ci abbia abituato e Grassadonia e Piazza ci lasciano con un ultimo brivido, ma questa volta commovente e forse riconciliato.

Fabio Orrico

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...