I pazzi vizi di Recife

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La donna aprì una tanica di benzina e la riversò sul corpo del ragazzo. I due si allontanarono, lui accese un fiammifero, bruciò un giornale vecchio e lo lanciò sul corpo morto. Le fiamme lo avvolsero.

“Pensi che una tanica basterà?”, chiese lei.

“Mmhhh… sembra che stia bruciando come si deve”.

 

Con la scena di un efferato omicidio si apre Vício louco, letteralmente Vizio pazzo, romanzo noir autoprodotto, scritto a quattro mani da Luca Sinesi, barese, e João Avelar Lobato, brasiliano. Il primo, giornalista e operatore di ONG, ha vissuto per 14 anni nel Nordest e nel Nord del Brasile e per lavoro ha conosciuto gli angoli più sperduti della grande foresta amazzonica. Il secondo, giornalista e scrittore di Belo Horizonte, appassionato di misteri ed esoterismo, ha pubblicato in patria diversi romanzi, sia con il suo vero nome (A India que eu vi, 2009) sia con gli eteronimi di Norman Lance e di Leon Carmine.

Due sono i principali protagonisti di Vício louco. Il primo è Alfonso Scardicchio, improbabile investigatore privato barese, che ha imparato i trucchi del mestiere seguendo un corso per corrispondenza e si porta dietro, per consultazione, il Manuale del Perfetto Detective. Sovrappeso, perennemente a corto di soldi, dedito a pantagrueliche bevute, donnaiolo sguaiato, ha un ufficio in un palazzo pericolante sottoposto ad ordinanza di sgombero. La telefonata del dottor Bartolomei, uomo disperato che lo contatta per ritrovare il figlio smarrito da undici giorni in Brasile, dove studia, è quindi il classico colpo di fortuna, la miccia che innesca il motore narrativo. Una missione all’estero, nella tentacolare città di Recife, dove Scardicchio ha vissuto quattro anni.

Sospirai e pensai alla mia grassa panza che aveva assoluto bisogno di bevande ghiacciate ad alto tenore alcolico. Feci i miei bravi calcoli. Una missione del genere mi avrebbe reso almeno 5000 euro, ossia un migliaio di vodke e almeno tre mesi di affitto pagato.

Grazie a Inge, la compagna di stanza di Davide (…cominciò a piangere. Il suo bel volto era evidentemente consumato da molte notti passate in bianco. Le carezzai i capelli. E approfittai per guardarle le tette. Niente male…), e al supponente professor Sobral, scopriamo presto che il giovane Bartolomei, studente di architettura impegnato in progetti di recupero edilizio dentro il perimetro della favela V8, ha assistito involontariamente ad un omicidio compiuto da una gang locale. Il fiuto di Alfonso Scardicchio segue immediatamente la pista più logica. Un tipico caso di omicidio per levare di mezzo il testimone scomodo? Vi sono pochi dubbi al riguardo. O almeno così sembra.

L’investigatore barese è un personaggio bukowskiano, per stessa ammissione del suo creatore Luca Sinesi, grande ammiratore e consumatore del genere pulp. Lontano parente dei detective hard boiled, immortalati dalle penne di Dashiell Hammett e Raymond Chandler, per citare due classici del filone noir americano, Scardicchio si trova quasi sempre coinvolto nelle situazioni più scottanti suo malgrado. Una sbadataggine fisiologica, un’ingenuità di fondo che rende tragicomiche le sue avventure. Difficilmente lo si definirebbe “un duro”. Vorrebbe risolvere il caso solo per avere in tasca il denaro promesso. Soprattutto, è moralmente ambiguo, non per cattiveria, ma per istinto. Non solo opera in assoluta indipendenza dalla polizia, ma si sente attratto da chi sta dall’altra parte della barricata…

Il problema più serio del mio lavoro era che mi piaceva da matti, ci ero tagliato, ma quando investigavo, la mia natura mi diceva chiaramente che dovevo stare dall’altra parte. Correvo dietro a mariti traditori, a debitori fuggitivi, a ragazzi che volevano fumarsi un po’ d’erba in pace. Cose che avevo fatto tante volte e che avrei continuato a fare. Alla fine, ero io che rincorrevo me stesso. Un gatto che si morde la coda. Una specie di karma cosmico. Quindi cominciai a investigarmi. Un’attività che aveva a che fare con la psicologia, con la filosofia, forse anche con la religione. Dopo due notti di seguito bevendo vodka in ufficio cercando di trovare una risposta a tutto quel casino, invitai me stesso ad andare a fare in culo.

Romanzo dalla grana grossa e dal linguaggio esplicito, godibilissimo e spesso comico, scritto con un tratto agile ed elettrico, carico di violenza e di sesso, con omaggi al cinema di exploitation e incursioni nel sottogenere slasher, il Vizio pazzo di Sinesi&Lobato ha un secondo, vero e indiscusso protagonista, ovvero la stessa città di Recife, in cui la storia è ambientata, ma sarebbe meglio dire che è Recife stessa (complice la sua città gemella Olinda), metropoli di 3 milioni di abitanti e 200 favelas, a creare la storia, a generarla dalle sue spire ammalianti e pericolose.

Mi alzai e cominciai a camminare verso l’Avenida Conde de Boa Vista, che tagliava il centro moderno della città in due ali, come il corpo di un pipistrello. […] Sembrava di stare a Gotham City. Le fermate degli autobus con mezzi per tutti gli angoli della metropoli erano stracolme e il traffico sui marciapiedi era intenso, i corpi di migliaia di persone andando su e giù per l’Avenida, toccandosi per un decimo di secondo, e subito sfiorando lo sconosciuto seguente, in un viavai infinito di braccia, gambe, volti, sguardi. In mezzo a quel tremendo casino, gli ambulanti vendevano  enormi collane d’argento, racchette friggi-zanzare, caricatori di batterie di cellulari e quadri dei fiumi di Recife al tramonto. Andare a zonzo per la Boavista era un’esperienza ipnotica. […] Mi ritrovai al terminal degli autobus urbani sull’Avenida Guararapes, dove un ambulante vendeva libri sistemati sui fogli di giornali di due anni prima. Accanto a un bel trattato di astrofisica di un tal José Ramos Leite, spiccava un libro dal titolo geniale, “Drogarsi: una questione d’amore”. Il libro che avrei sempre voluto scrivere.

 In  Vício louco c’è molto del Brasile che ci immaginiamo, ma anche altri aspetti meno noti. Il caos, gli accostamenti ingiuriosi di lusso ed estrema povertà, i bordelli, i travestiti, l’alcol che scorre a fiumi, le sparatorie nelle favelas… accanto a tutto questo, la partecipata descrizione del carnevale “democratico” di Olinda, un evento incredibilmente coinvolgente, così chiamato perché totalmente gratuito a differenza di quello, più celebrato, di Rio, dove l’accesso ai principali luoghi della festa costa centinaia di euro. E ancora, l’accurata disamina, quasi un trattato di sociologia, dei ritmi e delle danze (Maracatu, Coco, Frevo, Brega…) del Brasile, una federazione di stati diversissimi tra loro politicamente e culturalmente, ma legati dal comune amore per la musica. Proprio una festa Brega dall’alto tasso alcolico e dai ritmi indiavolati decreta il momento di svolta delle indagini e del destino stesso del detective barese. Una ragazza bionda rimorchiata in modo fin troppo facile, una pregustata avventura sessuale, la scoperta della verità…

Vício louco è incardinato su due registri narrativi, stilisticamente ben connotati e differenti tra loro, due flussi che scorrono uno accanto all’altro: Scardicchio racconta le sue vicende in prima persona, mentre la storia di Davide viene affrontata da una prospettiva esterna. Il lettore, a partire da frammenti che riflettono un pericolo costante e latente, è invogliato a sapere sempre di più, a immergersi nel torbido per tornare a galla con la soluzione del caso. Fino alla conclusione, dove i due flussi, fatalmente, si incontrano nel classico colpo di scena. E il colpevole esce allo scoperto. Ma in questo romanzo noir la colpevolezza è più importante del colpevole.

Una selva di personaggi di varia umanità anima Vício louco, un commissario desideroso di liberarsi di Scardicchio e di tutta quanta la faccenda, la giovane prostituta Camila (forse è lei la chiave del caso?), un vecchio compagno di bevute dalla stazza inquietante, criminali di alta e di bassa estrazione sociale, un affittacamere, incartapecorito, che in testa ha un cappello di lana del Santa Cruz Futebol Clube con una temperatura ambiente di 36 gradi centigradi, in particolare un’ex-fidanzata rimpianta, figura che contribuisce a dare spessore ad Alfonso Scardicchio, a metterne in luce i connotati di uomo al di là del bene e del male.

Ero semplicemente un uomo senza un obiettivo chiaro nella vita. Non avevo abilità particolari, quindi non potevo nemmno sopravvivere di musica o di arte, come avrei anche voluto. Ero una persona comunissima ma, al contrario della maggior parte dei mortali, non ero rispettabile,  non pensavo a metter su famiglia, costruirmi una posizione, comprare una casa, fare bei viaggi, arrivare alla pensione. Mi piaceva scopare e bere. Non ero una persona per bene e non me ne fregava un cazzo. Non ero un innocuo hippie che pensa all’immensità del cosmo. Avrei rubato, se ne avessi avuto l’opportunità. Sarei stato un vigliacco, se ciò fosse servito a pararmi il culo. Un approfittatore, persino. Chi non lo è mai stato almeno una volta nella vita? Momenti di incredibile godimento e felicità alternati a pause di tristezza e debolezza. Etica, morale? Anche no. La vita privata parlava chiaro: io ero Alfonso Scardicchio, investigatore privato. Per il momento. Domani anche pilota di stock car. Comparsa di film dell’orrore. Donatore professionale di sperma. Prestigiatore in un circo rurale fallito. Marinaio in una nave mercantile diretta a Panama. Ma mai contabile di una ditta in una merda di zona industriale, ad aspettare la morte guardando i programmi di Discovey Channel.

Alfonso Scardicchio, un antieroe dei nostri tempi, un personaggio da racconti del sottosuolo dall’idioma barese e dalle tinte carioca. Come nella migliore tradizione del giallo d’autore, Leonardo Sciascia docet, sotto la patina del romanzo di consumo si agitano altri spettri. Una società sfibrata, crimini invisibili, patologie dell’animo, violenze fisiche e psicologiche. Nei chiaroscuri allignano le sporche verità di un mondo malato.

Alessandro Vergari

 (Luca Sinesi & João Avelar Lobato, Vício louco, Romanzo autoprodotto, 2017)

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