JORDAN PEELE: GET OUT

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La Blumhouse Productions sta ai nostri tempi come la Hammer e la American pictures agli anni 60. Una casa di produzione specializzata nell’horror, capace di agire secondo i dettami della serie B (attori non particolarmente famosi, budget ridotti, velocità di ripresa e montaggio) ma anche di adattarsi camaleonticamente alle esigenze delle majors (e da qui la sua partnership con Universal). Tanto seria e rigorosa quanto la Asylum, suo alter ego incanaglito, si spende in parodie consapevolmente sgangherate. A me sembra che la produzione Blumhouse abbia dato una positiva accelerata all’horror come genere popolare, rendendolo ancora capace di interfacciarsi con le ossessioni del suo tempo, interpretandole e, in parte, esorcizzandole. La pratica del B- movie non è quindi disgiunta da uno sguardo nettamente politico, secondo l’aureo modello di Roger Corman. Ne è prova il notevolissimo trittico The purge (da noi La notte del giudizio) che, sintetizzando tanta fantascienza letteraria e cinematografica, da Sheckley a Carpenter, ci dà un bel ritratto dell’America e delle sue ansie contemporanee. La Blumhouse non ha disdegnato nemmeno di offrire il palco a registi in area autoriale, come Shyamalan che, sotto la sua egida, ha realizzato uno dei pochissimi POV con un senso e cioè The visit o come Rob Zombie che alla corte di Jason Blum ha firmato Le streghe di Salem, forse il suo film migliore. E arriviamo al neonato Get Out, esordio alla regia di Jordan Peele, comedian piuttosto noto nel suo paese d’origine ma discreto carneade nelle nostre contrade.

Il fascino di Get Out risiede anche nella sua ribalda e impertinente imperfezione, oltre che nella disponibilità a usare un linguaggio aperto alla contaminazione. Riuscito mix di mistery, horror e thriller di stampo sociale, Get Out ha momenti (assai brevi in verità) di godibile comicità  e truce satira.

La parabola del ragazzo di colore piovuto nel salotto della famiglia Wasp al seguito della bellissima fidanzata potrebbe apparire come un aggiornamento in salsa horror di Indovina chi viene a cena?. Della levigatissima commedia di Stanley Kramer, il film di Peele conserva sacche di imbarazzo e cattiva coscienza senonché in questo caso la cattiva coscienza appartiene ai personaggi e non al film.

Opera profondamente radicata nel suo tempo, Get Out lascia spazio a citazioni di Obama e ai presunti sensi di colpa di classe dell’alta borghesia bianca, usati con feroce ironia. L’America bianca, ci dice Peele, è quella che, nonostante tutto, comanda. È quella che detta l’agenda dei tempi ed escogita nuove strategie per gestire il problema razziale. In questo caso siamo dalle parti di un metaforico cannibalismo. Le classi alte come corpo sociale che sussume tutto il resto, anche e soprattutto coloro i quali, partendo da un ceto meno abbiente, hanno raggiunto un precario stato di benessere. Una nuova frontiera verso la quale la classe dirigente è pronta a incamminarsi facendo strame di quanto gli si pone come ostacolo. Dall’olocausto dei nativi americani passando per le lotte per i diritti civili fino al nuovo ordine mondiale: il cinema statunitense di genere, quello popolare e di consumo, ha raccontato tutto questo praticamente da sempre e senza grandi imbarazzi. Get Out è l’ultima puntata dell’eterno horror marxista che per anni ha occupato drive in spesso in doppio programma: occhiali che rivelano alieni e morti viventi che, con esilarante coazione a ripetere, anelano a entrare nel primo centro commerciale, ancorché in rovina, che incontrano sul loro cammino.

Insomma, viva la Blumhouse e i suoi ragazzacci che, spendendo poco e nascondendo ancora meno, ci fanno divertire e pensare.

Fabio Orrico

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