La poesia si ama e si odia

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Ben Lerner è uno scrittore americano, autore di due romanzi davvero belli. Un uomo di passaggio (Neri Pozza) e Nel mondo a venire (Sellerio) sono stati pubblicati nel nostro paese e così abbiamo scoperto un vero autore di talento.

Lerner, prima di dedicarsi alla narrativa, è stato poeta e, forse, poeta lo è ancora.

Prima di pubblicare romanzi,  ha pubblicato tre raccolte di poesia.

Lerner, adesso, torna alla sua passione e scrive un interessante pamphlet davvero originale  dedicato alla denigrazione della poesia.

Odiare la poesia (appena pubblicato da Sellerio) è un personale atto d’amore dell’autore nei confronti della poesia.

Una grande passione che passa per il corrente disprezzo e denigrazione ma anche la scarsa considerazione che interessa nella vita quotidiana questa forma d’arte sublime e unica che si chiama poesia.

Ben Lerner passa in rassegna  i sentimenti che proviamo per la poesia.

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Parla della poesia come forma d’arte che paradossalmente non piace al suo pubblico, e anche a un pubblico più vasto.

L’autore passa da un paradosso all’altro per spiegare questa strana e assurda forma d’odio per la poesia come genere letterario.

Tra i denigratori della poesia c’è Platone che ne La Repubblica parlava di loro come dei retori che spacciano proiezioni fantastiche per verità e rischiano di corrompere i cittadini della città giusta, e in particolare la suggestionabile gioventù.

Lerner attraversa le opere di Keats,  Dickinson e Whitman. Parlando della grandezza di questi poeti, lo scrittore si avventura concretamente nell’analisi dei diversi tipi di poeti e allo stesso tempo cerca di spiegare e di comprendere le aspettative che tutti nutriamo nei confronti della poesia.

«I grandi poeti sfidano i limiti delle poesie reali, sconfiggono strategicamente o quantomeno sospendono quella realtà, a volte smettono  del tutto di scrivere e vengono onorati per il loro silenzio; i pessimi poeti lasciano inconsapevolmente intravedere un barlume di possibilità virtuale grazie alla loro assoluta incapacità».

Qui Ben Lerner è chiaro nel manifestare il suo pensiero sulla poesia e apertamente parla dell’importanza che i concetti di azzardo e coscienza devono avere nella poesia.

L’autore scrive che è una persona colui che riesce a trovare la coscienza condivisibile tramite la poesia.

Una buona poesia è quella che mette a disagio chi la legge. Quella che azzarda il deflagrare delle parole.

Contro il lirismo individuale Lerner sostiene, e ha ragione, che il problema dei poeti è che non riescono a essere universali.

Sono troppo concentrati sull’ego della propria voce individuale.

«Oggi sono pochi i poeti importanti che siano disposti ad azzardare quel ‘nostri».

Ben Lerner  ha ragione da vendere in queste pagine brillanti in difesa della poesia dedicate soprattutto a coloro che sono infastiditi dalla sua presuntuosa inutilità, ma soprattutto queste parole sono rivolte a quei poeti che scrivono poesie per celebrare  se stessi scrivendo e che prima di tutto danneggiano e fanno odiare la poesia.

«Il poeta è dunque una figura tragica. La poesia è sempre la testimonianza di un fallimento».

Questo, secondo Lerner, fa la differenza tra la poesia virtuale (quella con la P maiuscola) e la poesia reale (quindi farcita di banalità).

La poesia non è difficile, è impossibile. Per questo si ama e soprattutto si odia.

Nicola Vacca

 

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