L’ultima piastrella di Torsten

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«La giornata incominciò nell’unico modo possibile: l’erba già morsa dalla prima gelata, il cane sparito da giorni, tutto vago e incerto, la sua vita più di ogni altra cosa. Il giardino in disordine, l’aspetto dissestato. La casa era vecchia, di un legno che un tempo era stato verde, diventato ora di un azzurro quasi grigio e scrostato. Stanchi rami di vecchi meli pesanti pendevano minacciosi sopra la veranda marcia. Il giardino era un affastellato, confuso monumento a tutte le opere della sua vita. E qualcuno avrebbe forse detto: ai fallimenti.»

 Lars Gustafsson, già docente di storia della filosofia occidentale ad Austin, Texas, autore di Morte di un apicultore, forse il suo romanzo più famoso, ci ha lasciato nel 2016. Iperborea ripropone Il pomeriggio di un piastrellista in edizione speciale nella collana LUCI, con la traduzione di Carmen Giorgetti Cima e la postfazione di Emanuele Trevi.

Periferia di Uppsala, quarta città della Svezia per numero di abitanti. Qui vive un uomo di nome Torsten Bergman. Ha sessantacinque anni (siamo nel 1982) ed è in pensione da due. Incassa un’invalidità che a malapena gli basta per arrivare a fine mese e per arrotondare accetta lavoretti casuali, rigorosamente “in nero”. Negli spazi dove era impiegato, presso la grande fabbrica di piastrelle dismessa, sono ora collocati «laboratori terapeutici per la gioventù traviata». L’alcolismo è una piaga sociale, nel sud della Svezia. Anche Torsten beve, non sempre con moderazione. Torsten è la solitudine fatta persona. La moglie è morta, e prima di lei, in un incidente, il figlio.

Torsten agli occhi altrui è un misantropo senza qualità, un relitto, un semi-barbone affossato dai debiti. Al mattino preferisce restare immerso nei suoi sogni, e, una volta alzato, «non esistere» gli sembra preferibile ad esistere. Ha una cantina allagata, piena di piastrelle accumulate anno dopo anno, dove non mette piede. In un grigio giovedì mattina di novembre, il telefono squilla. È l’idraulico Pentti, un vecchio amico e collega. Gli offre di seguire un lavoro presso una vecchia villa di notevoli dimensioni, da trasformare in due appartamenti di pregio. Qualche operaio ha lasciato i lavori a metà, inspiegabilmente. Al piano superiore pare che abiti ancora qualcuno. Torsten accetta.

Arrivato a destinazione, alla guida della decrepita auto non revisionata, l’antieroe Torsten si accorge che qualcosa, in quella casa, non va. Nessuno lo attende. La porta è aperta. L’interno è stranamente buio, come se qualcuno avesse voluto oscurare le finestre. Un buio innaturale, inconsueto, metafisico. «Dovevano esserci altre stanze al di là, ma non era facile vedere attraverso la semioscurità che regnava nella casa… Torsten provava un certo senso di insicurezza, continuando a urtare contro maniglie che docilmente si aprivano su stanze nere come il carbone». Tornato sui suoi passi, non senza difficoltà, si concentra sui suoni provenienti dal piano di sopra. Sono reali o frutto di immaginazione? Perché la bella ringhiera che porta al secondo piano non è stata finita? Chi abita in quell’appartamento? Alla porta, al posto della targhetta è appeso un cartoncino con la scritta “SOFIE K”. Ma chi è la signora o signorina K.? Torsten suona il campanello, nessuno risponde.

Lo scrittore svedese assegna a Torsten il valore di una testimonianza esistenziale al massimo grado di purezza, vera perché affidata a un personaggio totalmente scevro da sovrastrutture. Il piastrellista avverte presenze che hanno la stessa consistenza dei sogni e dei ricordi di gioventù: la distribuzione dei giornali in treno quando aveva sedici anni, il negozio delle sorelle Molander, la giovanile passione per la fotografia, la fidanzata Iréne, oggetto dei suoi primi turbamenti sessuali… «Iréne era uscita dalla sua vita in maniera quasi altrettanto sorprendente di come vi era entrata… Ma ancora dopo tanti anni poteva riaffiorare nei suoi sogni. E sempre in inverno e con la neve. Iréne era per lui come una sorta di accesso, l’accesso a un mondo diverso e più caldo, nel quale in realtà non aveva mai osato rimanere. In qualche modo non era per lui».

 Anche la figura di Sofie K. (e un “K” puntato maiuscolo non è mai un riferimento casuale, in letteratura) è investita dalle sue fantasticherie. Ora è «una rossa di sorprendente bellezza vestita di velluto nero», invischiata in una losca banda di trafficanti di droga, ora è «Zia Sofie Karlsson dell’ufficio telefonico… una vecchietta dai capelli bianchi, così vecchia che pareva rinsecchita dagli anni», una conoscenza di gioventù, di quando Torsten abitava dallo zio stagnaio. Fantasie? Fantasmi? Tentativi di resistere alla noia mortale della realtà quotidiana?

L’inconscio di Torsten mischia le carte alla realtà. D’altronde, sembra chiedersi l’autore, cosa è rimasto là fuori, nel mondo, che non sia assurdo? Torsten si aggira in non-luoghi spettrali, periferie suburbane, che dell’indefinito fanno la propria cifra estetica: magazzini, interscambi, svincoli autostradali, cave di ghiaia, enormi camion, strutture anonime, dove l’uomo è inghiottito dalla macchina. Il piastrellista, sociologicamente, è il prototipo di un’umanità senza futuro, ridotta a manichino dai cicli di produzione e di consumo. Tuttavia, la vita è sempre una traccia, una muta domanda nei campi della banalità.

Come sottolinea Emanuele Trevi, “è la stessa esistenza di questo individuo a configurarsi come uno stato di eccezione in grado di sfidare il pensiero. Da farlo diventare un pensiero narrativo”. Un’esistenza apparentemente insignificante diventa così, nella penna di Gustafsson, corpo e anima di un romanzo scritto non sulla, ma dalla irripetibile esistenza di un singolo uomo. “La storia di una vita, quale che sia, è la storia di uno scacco”, recita l’esergo sartriano che apre il romanzo. Alla base del romanzo, quindi, l’esistenzialismo francese, ma non solo. Momenti beckettiani, rimandi al cinema comico muto, a Kaurismaki, al surrealismo, a David Lynch, a Kierkegaard. Sul fusto del nichilismo, Gustafsson innesta momenti di poesia involontaria.

La piastrellatura, che Torsten eredita da operai sconosciuti e maldestri, è metafora nemmeno tanto velata del nostro essere-nel-mondo. «La partenza era buona, vicino alla porta. Ottimo fissaggio e belle fughe e i pezzi piccoli lungo lo stipite posati alla perfezione… Ma la cosa strana di quella parete posteriore, che Torsten stava ora osservando alla luce di una lampadina tutta sporca di pittura, era come diventava sempre più irriconoscibile e diversa dall’originale man mano che si allontanava dalla porta. Prima le fughe si facevano sempre più irregolari. Era come se chi aveva posato quelle piastrelle avesse improvvisamente perso il filo, o fosse stato colto da qualche bizzarro terrore che il suo stucco dovesse finire… E più avanti, nella parete corta lasciata a metà, era ancora peggio.»

 Nell’assurdità della situazione, abbandonato dai committenti, incuriosito da Sofie K, distratto da molte stranezze sparse per le stanze, il piastrellista non cede alla tentazione della rilassatezza. Torsten,  uomo meticoloso, non si discosta mai dall’impegno preso, un dovere assoluto, perseguito a prescindere dalle circostanze. Non avendo con sé il capitale sufficiente per comprare stucco, collanti e arnesi vari, non esita a smontare due «costosi rubinetti tedeschi di marca Poggenpohl», per rivenderli e scambiarli con ciò che manca: razionalità che sconfina nell’ostinazione o solo il gesto naturale di un professionista orientato a finire il lavoro?

Ma questo è il romanzo del non-finito per eccellenza, un’esplorazione paradossale delle possibilità sottese a questa condizione di libertà (esistenzialismo, appunto!). Una libertà che l’uomo ha gettato via adeguandosi alle contingenze. Non a caso, Torsten odia il progresso e non crede ad alternative sociali. Le sue sbornie sono funzionali al mantenimento del lavoro, da sempre, per lui, una dura necessità. Aderente all’unica etica che conosce, Torsten considera gli altri adempimenti, come le bollette, inutili seccature. Accumula debiti per stanchezza e disincanto. Eppure, non manca di suscitare la nostra simpatia, come i grandi vecchi refrattari alle logiche della modernità; in questo, ci ricorda i personaggi dei film di Clint Eastwood, liricamente ostili alla cecità del potere.

E chi è Stickan, alias Stig, il vecchio amico incontrato casualmente, dopo aver venduto i rubinetti, all’autogrill della Esso? Già campione di moto, predicatore, impiegato ai cantieri navali, camionista e socio di una ditta di trasporti, killer mancato… «Torsten fu colpito da questo pensiero, un uomo dalle molte facce… È davvero straordinario quanto possono sembrare estranei gli amici di infanzia quando li si reincontra». Stig racconta storie. Vere? Verosimili? Stig è un povero cristo, molto simile a lui, un anziano dalla salute cagionevole. Si offre di dare una mano a Torsten per proseguire i lavori. Nella casa, sembra attirato da altro. Forza la porta del piano di sopra e non trova alcuna Sofie K., ma una misteriosa cassaforte. I suoi pensieri ruotano attorno alle infinite possibilità che potrebbero scaturire dall’acquisizione di un tesoro nascosto.

Il romanzo affronta i limiti e gli inganni (Wittgenstein docet!) del linguaggio, e solleva interrogativi sulle rappresentazioni falsate del mondo.  A metà pomeriggio, una donna bussa alla porta. È giovane, ben vestita, molto agitata, impaziente. Si chiama Seija. Ha con sé due bambini piccoli, piangenti. Chiede di poter usare il telefono per chiamare il marito. In casa, però, non ci sono telefoni. Cosa è accaduto? «Mi vergogno a dirlo, ma ci ha chiusi fuori, me e i bambini, e si rifiuta di lasciarci entrare. L’unica possibilità è che riesca a parlargli. Star lì a bussare alla porta non serve a niente». Stig decide di accompagnarla a casa e di affrontare il marito. E qui la situazione entra nel dominio del surreale. Chiusi fuori equivale a cacciati? Vi è stata volontà nel gesto? E se non vi è stata, il comportamento del marito è giustificabile? Conta più la causa o l’effetto? Gustafsson sembra divertirsi con noi, quasi volesse sottoporci ad un test di filosofia morale.

«La vita non sembra affatto servire i nostri scopi, questo è evidente. La troviamo dove la troviamo e ne facciamo quel che possiamo. Ma il fatto di esistere, di esserci, viene in realtà molto prima di sapere che cosa ne faremo». Spesso nella coscienza di Torsten si agitano dubbi, angosce, domande sotto forma di filosofemi, ovviamente senza trovare risposta.

Il pomeriggio di un piastrellista, verso la conclusione, regala un tragicomico coup de théâtre – non rivelo quale –, e si chiude su un finale anomalo, tronco, che spezza definitivamente l’illusione della linearità del tempo. Il collo del lettore resta appeso alla corda di una narrazione interrotta. Gustafsson lascia aperto l’orizzonte infinito delle possibilità, pur in quella che gli psicoanalisti definirebbero ‘coazione a ripetere’. Che senso ha vivere se il prima è uguale al dopo? Come leggiamo nel Qoelet, l’agitazione degli uomini è vana e in un mondo desacralizzato tutto è disperazione, sentimento radicale di cui Torsten, Charlot della civiltà postindustriale, è un portatore sano.

«L’eternità chiede a te, e a ognuno fra questi milioni e milioni, una sola cosa; se tu abbia vissuto disperato o no, se disperato in modo da non sapere di essere disperato o in modo da portare questa malattia nascosta nel tuo intimo, come un segreto che ti rodeva, come il frutto di un amore peccaminoso sotto il tuo cuore, o in modo che tu, un orrore per gli altri, smaniavi in disperazione.» Sören Kierkegaard, La malattia mortale

In bilico tra cultura continentale ed anglosassone, Gustafsson si è conquistato l’appellativo di “Borges svedese”. Torsten direbbe del suo creatore che è scrittore dalle molte facce: studioso di matematica, dotato di una scrittura agile e ironica, Gustafsson nella sua prosa svela passione e gusto per i nonsense della vita quotidiana. Dopo questo romanzo, per il lettore sarà più complicato scegliere un piastrellista per la ristrutturazione di casa.

Alessandro Vergari

(Lars Gustafsson, Il pomeriggio di un piastrellista, Iperborea – Collana Luci, 2017)

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