MARCO FERRERI

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“Il mio cinema nasce sempre da un’idea, da un’intuizione, che può anche non essere un fatto, che spesso proprio non è un fatto.” E poi: “È chiaro che se già in quegli anni ci si occupava della donna,  (…) perché la donna era già un grosso problema nella nostra società e io sono partito dalla constatazione che il nodo era il rapporto con l’uomo, un rapporto che è stato storicamente rovinato dalla chiesa.” Di nuovo: “La prima a colonizzare l’uomo del futuro è la donna, perché è la prima che ha un rapporto col figlio; quando impara a cacare a ore fisse già il primo lavoro l’ha fatto. Il sesso? Un bambino di sei mesi o di un anno deve scoprirlo, non sa a cosa servono i buchi, e prima ancora che lo scopra l’hanno già obbligato a determinare e catalogare i suoi buchi, in una maniera che è la maniera per farlo diventare una scopa.” E ancora: “Noi siamo il prodotto di una certa società che si sta sfasciando, di una mentalità vecchia che non ci serve più.” Ma anche: “L’uomo deve ritornare al punto zero, al pianeta delle scimmie, se no non può fare niente.” E per finire: “Detesto quei film che vogliono riproporre e riconquistare i buoni sentimenti andati, che non esistono proprio più. Fanno un lavaggio del cervello di stupidità alla gente e io non mi ci adeguo, voglio fare film per i giovani (che sono gli unici ormai ad andare al cinema) o per i poveri, dato che il cinema resta ancora il divertimento meno costoso. E a un pubblico simile non posso continuare a proporre ideologie che ormai sembrano solo esorcismi.”

Ecco un minimo e rapidissimo zibaldone di pensieri di Marco Ferreri, del quale il 9 maggio scorso è caduto il ventennale della morte. Uno dei registi più insoliti e anticonformisti del cinema italiano, autore decisamente unico, del quale è molto difficile, se non impossibile, ipotizzare un lascito e in effetti oggi come ieri non c’è nulla sui nostri schermi che gli somigli. L’eccezionalità di Ferreri, fanno fede le parole sopra riportate, partiva dal suo pensiero, dal meticoloso cinismo che ammantava ogni sua esternazione, peraltro contraddetto proprio dalla volontà di girare film e di scegliere un medium popolare e immediato. Non che il suo cinema fosse esattamente trasparente. Un primo velo era rappresentato dalla sua intelligenza agilissima e cupa: i suoi sono film-cervello, storie sempre declinate secondo il modello dell’apologo e nella sostanza della metafora. Si sente l’ombra di Bunuel alle sue spalle e una certa fratellanza con Kubrick per il sorriso acido che preme dietro l’apocalisse. Dagli anni 60 ai tardi 80, il cineasta milanese ha dragato la società italiana nel meno provinciale dei modi: innanzitutto inquadrando il suo paese prima dalla Spagna e poi dalla Francia, sua patria d’elezione e, occasionalmente, dall’America. Ha indagato l’essere umano mettendone a fuoco la fisiologia col più deformante dei grandangoli. Quasi superfluo citare La grande abbuffata, le sue personalissime 120 giornate di Sodoma dove la borghesia si suicida mangiando. È forse il momento più cristallino e funereo della sua avventura cinematografica ma, credo, il suo annus mirabilis è il 1969. Due film: Dillinger è morto, spettrale racconto senza trama, in cui il sodale Michel Piccoli dipinge a pois una pistola e poi uccide la moglie e quindi si dà a una astrattissima fuga in mare. E poi Il seme dell’uomo, fantascienza postapocalittica con budget poverissimo, saggio darwiniano dei rapporti tra uomo e donna: due giovani rimasti soli al mondo dopo un’epidemia e la spinta del maschio, frustrata dal rifiuto femminile, a ripopolare la terra; un capodoglio spiaggiato in un panorama di siderale solitudine. Sono due film che somigliano ad opere di video arte: il cinema di Marco Ferreri potrebbe essere esposto nei musei. La sua messa in scena era fredda e mortifera, trasandata e insieme estetizzante. Grande regista di volti, ci ha rivelato le straordinarie potenzialità recitative di Enzo Jannacci, ponendolo al centro della sua splendida rilettura del kafkiano Il castello e cioè L’udienza. L’omino che vuole parlare a tutti i costi col Papa, senza peraltro degnarsi di condividere le sue argomentazioni con lo spettatore, è metafora quasi facile dell’infernale ingranaggio del mondo. E poi gli amanti de La cagna, cioè quella che sulla carta poteva essere una morbosa storia di sesso ed erotismo ma che viene trattata in modo algido e antispettacolare, quasi si stesse dimostrando un teorema o compilando un saggio, fino a quel finale assurdo e poetico: un’altra fuga, ma questa volta su un aereo dipinto di rosa. Ecco la bellezza e l’icasticità delle immagini ferreriane, la desolazione plastica dei suoi finali (ma tutto è finale in Ferreri, tutto è declinante, abissale, definitivo).

Col passare degli anni ossessioni e simbolismi si radicalizzano. Il bisogno di cibo diventa desiderio del corpo umano ed ecco quindi l’atto di cannibalismo che chiude il bellissimo e sottovalutato La carne, ma anche il gioco al massacro in interni de L’ultima donna (per me il suo capolavoro) che termina con l’autoevirazione dell’uomo, chiaramente perdente per troppa arroganza e supponenza e quindi per colpevole fragilità. Un film, quest’ultimo, di traumatizzante essenzialità e spietata esattezza. Con Depardieu e la Muti nudi sul set per quasi tutta la durata della pellicola, persi in rituali labirintici, sotto gli occhi silenziosi di un bambino. Un cinema, quello di Ferreri, che si coagulava intorno a un vero e proprio clan di collaboratori (Tognazzi e Piccoli interpreti ricorrenti, Rafael Azcona alla sceneggiatura, Mario Vulpiani alla fotografia, Ruggero Mastroianni al montaggio, Philippe Sarde alle musiche) che, partendo dall’attualità, puntava all’astrazione della fantascienza più matura e speculativa. Ha detto tanto di noi, del nostro tempo quando lo si poteva solo intuire e ancora oggi non smette di dirlo. Non sempre si ha la voglia e il fegato di ascoltarlo.

Fabio Orrico

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