Scrittura unica sopravvivenza

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“Ho detto spesso che Vite minuscole mi ha salvato la vita. Per la prima volta, a quarant’anni, ero finalmente riuscito a scrivere qualcosa di soddisfacente. Fino ad allora avevo avuto una vita sociale deludente e diversi problemi economici, ma grazie a quel libro le cose sono diventate più facili. In precedenza avevo scritto alcuni testi vagamente fantastici, forse per via delle molte letture di fantascienza, ma i risultati erano sempre molto deludenti. Con Vite minuscole ho imboccato invece la strada del reale e dell’intimità degli individui, la mia e quella degli altri. E se questo libro mi ha salvato la vita, è proprio perché mi ha permesso di accettare la realtà da cui provenivo e la possibilità di confessarla. Insomma, mi ha aiutato ad accettare la mia vita”.

Già da queste poche battute, estrapolate da un’intervista rilasciata lo scorso agosto a Fabio Gambaro per Repubblica, risalta l’onestà intellettuale di Pierre Michon, scrittore incapace di fare sconti a se stesso. Nato nel 1945 a Les Cards, nel cuore della Francia (Limosino), Michon è autore di culto in patria ma quasi sconosciuto in Italia. Finora si doveva a Passigli la traduzione, nel 2005, di un’originale biografia dedicata a Rimbaud. In Vite minuscole, probabilmente uno dei migliori titoli pubblicati da Adelphi negli ultimi anni, Michon esamina, complice una scrittura dal tratto miracoloso, una genealogia di uomini e di donne che, da un passato remoto, arriva al sé dello scrittore, alla coscienza di un uomo tormentato, in gioventù, dal proprio talento inespresso.

Questo libro unisce in un unico fascio narrativo biografie e autobiografia. Vite minuscole, nelle sue duecento pagine, straordinariamente dense, è la prova che la letteratura alta è quella in grado di conferire dignità al basso, allo scarto, alle esistenze fallite, ai dimenticati, agli sconfitti. La narrazione si staglia, purissima, nel recupero puntiglioso e poetico di volti e storie scivolate nel gorgo del tempo. Michon ha salvato la vita a se stesso, ma, prima di tutto, l’ha salvata ai protagonisti invisibili, minimi, minuscoli appunto, dei suoi racconti, accurati e preziosi come antiche miniature.

La dimensione della cura è la sostanza etica di Vite minuscole. E la cura si accompagna sempre alla memoria. Ad esempio, nella seconda Vita collezionata, quella del lontano parente Antoine Peluchet, l’autore si immerge tra le pieghe di una vicenda accaduta a metà Ottocento. A Mourioux, presso la dimora dei nonni materni, il piccolo Pierre scopre i Tesori, «chiamavo così due scatole di latta ingenuamente dipinte e ammaccate che un tempo avevano contenuto biscotti, ma che all’epoca custodivano ben altri nutrimenti». Da questi Tesori, la nonna materna Élise disseppelisce la reliquia dei Peluchet, unica testimonianza di una sparizione misteriosa, quella del giovane Antoine, fuggito di casa dopo un litigio col padre e mai più ritornato. Una storia di miseria contadina, come quasi tutte quelle narrate in queste Vite. Michon saggia il peso delle incomprensioni, il flagello dei silenzi, l’inesorabilità delle rotture. Il ramo dei Peluchet si estinse con Antoine. Tutti i racconti si muovono lungo la linea sottile che separa l’estinzione dalla salvezza, l’oblio dalla rammemorazione.

Da questo oceano di buio, che è il passato non-detto, occultato, Michon cerca di stillare parole che illuminino il sentiero battuto da esistenze malferme, incerte, sul punto di sprofondare nella dimenticanza, portandole sotto la luce del presente con la premura di chi impara, scrivendo, ad amare il prossimo e a non buttare via se stesso. Michon, con l’ago della letteratura, sutura, per quanto possibile, il taglio inferto alla sua anima. «A mio padre, inaccessibile e nascosto, al pari di un dio, riesco a pensare solo in modo indiretto». Un padre mai conosciuto, vivo ma scomparso, ombra sui suoi passi, presenza ingombrante per la sua assenza. In Eugène e Clara, nonni paterni, Michon riconosce  l’importanza di un contatto «angelico», un ponte tra il sé offeso e la verità. Una questione affrontata di riflesso, in strane sedute di famiglia, quasi spiritiche, evocatrici del padre morto/non morto. Ma la prosa di Michon è più penetrante ed espressiva di qualunque tentativo di sinossi:

«Il cadavere nascosto era l’unico pretesto per una simile proliferazione familiare; si erano riuniti soltanto per quel lutto; e quando i due miseri vecchi risalivano sulla loro macchina, altrettanto vecchia e ridicola, non sapevo a chi si rivolgessero la mia tristezza e la mia compassione: probabilmente a loro, che tanto più sparivano nel freddo, nelle lacrime e nella notte quanto meno conoscevo la casa dove avrebbero trovato il caldo e il riposo; al morto enigmatico; a me stesso, infine, ingenuo e spaesato, che non osavo indagare sull’identità del disperso e cercavo il cadavere nelle ombre sempre più lunghe, negli occhi nostalgici di mia madre, nel mio stesso corpo dalle ginocchia arrossate per il freddo. Mi stupivo di non essere morto, ma solo ignorante, addolorato e incompleto, infinitamente.»

Non c’è, in Michon, evidenza di pietà cristiana, e nemmeno il desiderio di aderire all’estetica della miseria, ma si avverte, netta e costante, una sofferta empatia  per uomini e donne il cui profilo si staglia nella penombra di un tempo perduto. È un sentimento di ritrovata appartenenza, avviluppato alle corde della sensibilità umana, indipendente da culti, ideologie o religioni. Michon descrive, senza mistificazioni né tantomeno nostalgie identitarie, uno spaccato di Francia centrale, una regione culturalmente aliena al cosmpolitismo della Ville Lumière, una nazione agricola, povera e orgogliosa, una terra scavata da mani callose. Nella citata intervista, l’autore interpreta in questo modo il suo prendersi cura della materia narrata: “Quando scrivo, faccio in modo che il mondo intero sia presente in ogni singola frase, anche se ogni singola frase è solo un frammento diverso e un’interpretazione differente di quel mondo. Ogni frase deve essere il sesamo che ci consente di entrare nel regno delle mille e una notte della realtà”. Nel particolare, condensato in una prosa ricca e realistica, si respira l’universale, un’energia circolare indomabile. Michon, d’altronde, ammette esplicitamente il suo debito con il grande Borges.

É il nervo scoperto delle origini quello su cui batte il martello della scrittura. Parole poggiate sulla pagina con perizia da scalpellino e arguzia di tessitore, per riannodare il dolore dell’esistenza ad un flusso di eventi che dia senso all’esperienza quotidiana e offra un antidoto alla meccanica implacabile della rimozione. Così, le esistenze minuscole dei giovani fratelli Bakroot, compagni di collegio di Pierre e visceralmente legati da un rapporto di amore-odio, sono innalzate a tensione epica e assimilate all’eterno combattimento tra spirito e materia, tra finezza e durezza, fino al drammatico scioglimento del “duello” per la morte di Rémi.

Allo stesso modo, quando l’anziano père Foucault adduce il proprio analfabetismo a motivo della decisione di non farsi curare a Parigi e di restare nell’ospedale di provincia, dove poi attenderà di morire, Michon ne intuisce la morale sottesa. È l’aura di vergogna che l’umile attribuisce a sé, è la pudica consapevolezza dei limiti dell’uomo di campagna di fronte all’invalicabile cultura cittadina profusa dai medici della capitale. Lo scrittore, ricoverato in quella stessa corsia dopo una violenta rissa causata da una delle sue ricorrenti intemperanze giovanili, percepisce nella risposta icastica «sono analfabeta» l’eco di una profonda fratellanza: «Mi lasciai andare sul cuscino; una gioia e un dolore inebrianti mi avvinsero; fui pervaso da un sentimento infinitamente fraterno: in quell’universo di sapienti e di parolai c’era qualcuno, forse qualcuno come me, che personalmente riteneva di non sapere nulla, e che di questo voleva morire. Nella corsia d’ospedale echeggiarono canti gregoriani.»

Nel microcosmo di Vite minuscole trovano posto anche i matti dell’ospedale psichiatrico di La Ceylette, in cui lo stesso Michon trascorre un periodo per riprendersi da un grave esaurimento nervoso, dovuto alla perdurante incapacità di trasformarsi in scrittore e alla conseguente rottura con Marianne, la donna amata, cui il giovane Pierre non ha il coraggio di dichiarare il  terrore della pagina bianca, la paralisi creativa che lo fa impazzire. «Ogni sbornia era per me una prova generale, un vaneggiamento delle forme corrotte della Grazia; pensavo infatti che lo Scritto, alla sua ora, sarebbe arrivato nello stesso modo, esogeno e straordinario, inconfutabile e transustanziale, mutando il mio corpo in parole come l’ubriachezza lo mutava in puro amore di sé».

 Attesa vana. Michon scivola nella spirale dell’autodistruzione, alla ricerca di qualcosa di indefinito e di ineffabile, come il parroco Bandy, un prete bello, di grande carisma e di rara abilità oratoria («Osservate i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Saolomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro»), rovinato, o forse semplicemente convinto, dai piaceri terreni e dall’amore carnale, che via via prende il posto di quello spirituale. Le due pagine di descrizione della morte di Bandy, sbalzato dalla moto nel fitto del bosco, «alla falsa aurora, quando i galli straniti cantano una volta, si stupiscono nell’isolamento del loro grido, si riassopiscono», varrebbero da sole, per bellezza e intensità, la lettura del libro.

Di fallimento in fallimento, dalla delusione con Marianne a quella con Claudette, Pierre Michon si aggrappa alla scrittura per sopravvivere. Sempre nell’intervista già riportata, lo scrittore afferma che “il testo ha sempre una dimensione sacrificale. Ha bisogno di tragedia e sacrificio. Un testo è una messa a morte, deve sanguinare. Per questo tutta la letteratura nasce dalla tragedia”. Alla tragedia toccata alla sorella, morta nel 1942 dopo pochi mesi dalla nascita, e quindi mai conosciuta, è dedicato l’ultimo capitolo delle Vite. Qui, lo scrittore svela che tra «la gente modesta» è proclamata l’eguaglianza tra morte e povertà, anzi, tra i contadini, «di morti, di defunti e di scomparsi» non si parla affatto. È la miseria a vincere nella rappresentazione collettiva, popolare. I cari estinti sono immaginati «tremanti chissà dove di freddo, di fame indefinita e di estrema solitudine».

L’autore scende in profondità verso le radici e si libera dai fantasmi del passato inglobandoli nella propria esperienza. Vita dopo Vita, il ricordo tira i fili del tempo e rende veri i legami sociali e familiari. Elaborato tra il 1977 e il 1983, il libro di Michon racconta una Francia rurale, decentrata e lentamente dimenticata dalla politica come tutte le periferie del mondo, con i guasti e le aberrazioni che ne conseguono. Michon ci consegna, indirettamente, anche un metodo di lavoro. La letteratura, se riesce ad aderire, con ragione e sentimento, al perimetro del narrato, è ri-costruzione di comunità, risposta culturale alle astrazioni dell’ideologia e della propaganda.

«Possa uno stile appropriato aver rallentato la loro caduta: la mia sarà forse più lenta; possa la mia mano aver dato loro la facoltà di aderire nell’aria a una fugacissima forma dalla mia sola tensione creata; possa prestandomi aver vissuto, in modo più autentico di come viviamo noi, quelli che a malapena furono e così poco tornarono a essere. Possano, forse, essersi manifestati, sorprendentemente. Nulla mi appassiona quanto il miracolo.»

Leopoldo Carra, traduttore di Vite minuscole, nella sua nota a fine volume, accosta l’impegno narrativo di Michon alla Recherche proustiana: l’autore si tormenta perché ha del suo compito un’idea assoluta”. Insomma, è vero che la letteratura è finzione, ma è altrettanto vero che solo essa può affrontare il nostro destino di sparizione e “farsi carne, quindi sede di dolore, di momentanea gioia, di vita, di morte e di rinascita”. Una considerazione di Walter Benjamin su Proust può essere qui ripresa: anche Michon “ha costruito dai favi del ricordo una casa per lo sciame dei pensieri”. Un puro desiderio di felicità si incunea nel disperato dolore che lo scrittore ha dentro di sé, “l’imperfection incurable dans l’essence même du present”.

Il libro che Michon lamenta, nel corso della narrazione, di non saper o poter scrivere è infine questo che abbiamo tra le mani. Un esperimento metaletterario, Vite minuscole, un fiore sbocciato in extremis sul dirupo del disastro scampato.

Alessandro Vergari

(Pierre Michon, Vite minuscole, Adelphi 2016)

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