JONATHAN DEMME

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E così dal 26 aprile siamo orfani anche di Jonathan Demme, cineasta tra i più imprendibili e originali del cinema americano contemporaneo. Probabilmente il suo film più famoso, quel Silenzio degli innocenti premiato da plurimi Oscar, nonché all’origine del franchising a base di film e serie tv legato al truce Hannibal Lecter, era anche quello che gli somigliava meno. Thriller magistrale, potente e controllato, non aveva però le caratteristiche di quasi tutti gli altri lavori del cineasta, cioè l’ariosità della struttura, la disponibilità allo scarto e alla contaminazione, il continuo e prolifico franare delle piste narrative. Perché Demme è stato soprattutto questo, uno sperimentatore liberissimo e dolce, un regista innamorato dei suoi personaggi e indulgente nei loro confronti, uno che amava l’happy end, ma senza mai scadere nella melassa e nella compiacenza. Se dovessi indicare un film che meglio esprima il Demme’s touch allora direi Qualcosa di travolgente. Scelta scontata, per carità ma è chiaro che quella pellicola possiede un magnetismo particolare. All’epoca, la metà esatta degli anni 80, si parlò di cinema-cocktail, perché Demme passava dalla commedia al dramma nello spazio di un’inquadratura e i tempi non erano decisamente ancora maturi per questo tipo di consapevolezza postmoderna. Ma Demme girava come un poeta, pervicacemente ancorato ai suoi personaggi, circondandoli della musica che amava quanto il cinema (ne fa fede l’amicizia decennale con David Byrne, ai cui Talking heads dedica il bellissimo film-concerto Stop making sense). Qualcosa di travolgente si inserisce in un sottogenere che include titoli importanti come Fuori orario di Scorsese e Tutto in una notte di Landis e che prevede un personaggio maschile, più o meno goffo, più o meno infelice, la cui vita viene sconvolta e infine salvata da un personaggio femminile, agente del caos ma anche angelo benefico. All’interno della coppia Melanie Griffith / Jeff Daniels Demme faceva deflagare il marito folle interpretato da Ray Liotta e ci consegnava un bel saggio, denso e inquietante, di dialettica dei sessi. Lo sfondo era quello dell’America periferica, amatissima dal regista.

Fin dai suoi esordi, sotto l’egida del grande Roger Corman (presente in gustosi ruoli cameo in quasi tutti i film dell’allievo), Demme sceglie di addentrarsi nel paese profondo e minimale, non disdegnando i generi più popolari e deteriori. Il suo primo film è un WIP (acronimo che sta per women in prison) e si intitola programmaticamente Femmine in gabbia, mentre l’opera seconda, Crazy mama interpretato da una strepitosa Cloris Leachman, occhieggia fin dal titolo al Bloody mama del maestro Corman, recuperandone il tema della famiglia criminale ma virandolo verso tinte grottesche e parodistiche e sostituendo la crudeltà del modello con una resa affettuosa e divertita seppure chiaramente satirica del gruppo famigliare.

La promozione al cinema di serie A avviene con un thriller, Il segno degli Hannan, che è un meticoloso omaggio alle atmosfere hitchcockiane e che rivela quanto sia eclettica la tastiera espressiva manovrata del nostro. Nel suo carnet c’è pure una rischiosissima e in parte riuscita traduzione in immagini di Beloved, il grande romanzo di Toni Morrison che Demme, con l’abituale understatement, considerava un’opera in tandem con la produttrice e protagonista Oprah Winfrey. Organico agli studios, Demme non perdeva occasione per scompigliarne le logiche, vedi The truth about Charlie, il bizzarro remake di Sciarada di Stanley Donen che, nelle sue mani, diventa una sophisticated comedy girata con stile da nouvelle vague.

Demme ci lascia facendo in tempo a licenziare due film belli e importanti come Rachel sta per sposarsi e Dove eravamo rimasti. Il primo, un melò famigliare, girato in appena cinque giorni con modi da home movie, il secondo una commedia dominata da una gigantesca Meryl Streep, rocker fallita che tenta una disperata riconciliazione con una famiglia abbandonata in gioventù e ora rancorosa e distante. Entrambi i film hanno una festa matrimoniale sullo sfondo e un’eredità di frustrazioni e acredine da amministrare. Entrambi sono racconti tenerissimi e dolenti sulla possibilità del perdono e del perdonarsi. Sono i film di un uomo che non chiude gli occhi sul male del mondo ma nemmeno nega l’eventualità del bene possibile. Sono film che fanno sorridere, ridere e spezzano il cuore (non necessariamente in quest’ordine). E per tutto questo Demme ci mancherà davvero, perché era ancora giovane e di altro cinema così ce ne saremmo aspettato ancora.

Fabio Orrico

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