La vita è un gusto perduto

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L’umami inizia in bocca. Inizia al centro della lingua, si attiva la salivazione. Si risvegliano i molari, vogliono mordere, hanno bisogno di movimento. […]  Mordere è un piacere, e l’umami è la qualità di ciò che è mordibile. Mordibile non è una parola, ma masticabile non mi piace. Masticabile si dice della vitamina C in compresse. Mordibile mi sembra più ad hoc, è un capriccio, qualcosa di peccaminoso o, come direbbe Agatha Cristie: delish. […] A essere precisi, forse, l’umami non inizia in bocca ma con la vista, con la voglia.

 

Agatha Christie non è la vera Agatha Christie, bensì Ana, ragazzina in età preadolescenziale che vive con il padre Victor, la madre Linda, due fratelli e la presenza dolente, fantasmatica, di una sorellina morta annegata, in una delle villette del comprensorio di Villa Campanario, periferia di Città del Messico. Chi parla invece è Alfonso Semitiel, antropologo, vedovo di Noelia, amorevole padre di due reborn dolls, inquietanti bambole iperrealistiche, fabbricate a mano e generalmente destinate ad un pubblico di collezionisti. Alfonso narra di sé e del suo mondo dolceamaro, come tutti i protagonisti di Umami, romanzo di esordio della trentaquattrenne scrittrice messicana Laia Jufresa, pubblicato in Italia da SUR, con la traduzione di Giulia Zavagna.

Umami è un concetto di derivazione giapponese. Il termine esiste dal 1909. Non più solo acido, salato, dolce ed amaro, i gusti che abbiamo imparato a nominare fin da bambini. No. La scienza ha legittimato l’esistenza di un quinto gusto primario nel 1985, quando venne riconosciuto ufficialmente. Fu provata l’esistenza, nella lingua, di specifici recettori del gusto. L’umami è strettamente legato all’acido glutammatico, un amminoacido naturale che svolge la funzione essenziale di neurotrasmettitore. In parole povere, l’umami è ciò che dà gusto e sapore alle pietanze.

Villa Campanario si chiama così perché quando, nel 1985, la proprietà che avevano costruito i miei nonni è praticamente crollata, una campana di bronzo che c’era sul tetto si è staccata e si è conficcata – per l’enorme peso – in quello che era il cortile della casa e che ora è il vialetto centrale del comprensorio. Tutti quelli che vivono qui devono saltare il batacchio della campana (una protuberanza metallica che spunta da terra) per entrare e uscire dalle loro case.

 Nel 1985 Alfonso introduce l’umami in Messico, ma nessuno presta attenzione al suo articolo scientifico. Il motivo è semplice. In quei giorni un terremoto devastante colpisce la capitale, causando circa diecimila vittime. Il Paese centroamericano ne esce a pezzi e anche la vecchia villa dei Semitiel crolla. Al suo posto, Alfonso e Noelia costruiscono cinque alloggi. Ad ognuno di questi assegnano un nome corrispondente ad un gusto. Ne affittano quattro e nel quinto, ovviamente quello chiamato “umami”, vanno a vivere loro. Al centro del comprensorio si snoda un vialetto e dietro ogni casa si apre un cortile interno, ad uso privato.

Laia Jufresa associa ad ogni personaggio un gusto specifico, che ne è il riflesso del carattere e delle vicissitudini esistenziali, in un gioco di rimandi sinestetici. Ed è un gioco a carte scoperte. La metafora è esplicita, la scrittura delicata e mai banale. Nel perimetro di Villa Campanario si incrociano il dolore e la speranza, il ricordo e la compassione, antiche felicità e fresche malinconie.

A Casa Amaro vive la giovane Marina, pittrice anoressica (un popcorn per ogni pubblicità, questo è l’accordo che ha fatto con se stessa), poco produttiva sul piano artistico e perennemente in analisi, che inventa colori mescolando parole. Nettrico è il nero illuminato delle grandi città. Giarco è il giallo sporco dei bordi dei marciapiedi. Biancumero è il bianco effimero della schiuma. Rossido è il rosso delle cose ossidate. Marina è quasi fiera dell’amaro che sente in bocca… il sapore amaro sono gli ormoni dello stress.

A Casa Acido vivono Pina (chiamata così in onore della coreografa Pina Bausch) e suo padre Beto, dopo che la madre, Isabel alias Chela, è fuggita lasciando una lettera, che il marito tiene nascosta alla figlia. A Pina piace essere in viaggio, ma non quando finisce. Non le piace quando qualcuno dice: Siamo quasi arrivati. […] Le piace andare, non arrivare. Un giorno Chela torna a Villa Campanario, ma non trova il coraggio di bussare alla porta di casa. E quella lettera, si scoprirà, non contiene nulla di tragico, non un annuncio di suicidio, non una promessa, non la trasmissione di un segreto. Solo una banale raccomandazione, poche parole per sigillare il vuoto di una sparizione.

A Casa Salato vivono Linda Walker, americana, e Victor Perez, messicano. Sono marito e moglie e con loro tre figli, che, fino al 2001, erano quattro. La piccola Luz, come in una triste fiaba, annega in un laghetto mentre è in Michigan, in visita da Emma, la nonna materna. Emma apre di più la tenda per farmi vedere: dall’altra parte c’è mamma, è fradicia. I vestiti e i capelli le gocciolano sul tappeto del soggiorno e il fazzoletto con cui si lega i capelli è nero da quanto è bagnato. E poi ha un iris nella scollatura. Mamma è stata nello stagno! Ana/Agatha Cristhie è la sorella maggiore. Ana, durante un’estate afosa, decide di piantare sementi nell’orticello di casa, secondo una tecnica agricola maya, la “milpa”. Alf è mio amico. In realtà, è stato proprio lui a darmi l’ispirazione per questa storia della milpa. Se so seminare è grazie a lui. I Pérez Walker, musicisti, hanno preso in affitto anche l’appartamento di fronte, per farne la propria Accademia. È Casa Dolce, l’unico alloggio/gusto primario in cui nessuno trova stabile dimora.

 A Casa Umami, come detto, vive Alfonso Semitiel, antropologo, ricercatore esperto di antiche coltivazioni. La moglie Noelia, cardiologa, è morta anni prima. Hanno appena suonato alla porta Agatha Christie e la sua amica di fronte, la figlia di Beto, come si chiama? Pina. Che nome del cazzo, si salva solo perché diventerà bellissima. Mi hanno chiesto: La dottoressa ha una tomba? Gli ho detto di sì e mi hanno dato dei fiori. Dice Agatha Christie che li ha comprati per sua sorella. Perché Pina ha fatto i conti e oggi sono passati 353 giorni dalla morte di Luz […] Una cosa che non gli ho detto, ma che penso ora, dopo il maglione giallo, dopo i fiori, è che forse quello di cui hanno bisogno i Pérez Walker per consolarsi è una macchina come la mia, un pc Nina Simone, vaso comunicante con i morti. Nina Simone era la cantante preferita di Noelia.

La scrittura del tempo in Umami ha un’importanza decisiva. Tutto si svolge in un arco di anni che va dal 2000 al 2004 ma è come se il terremoto avesse sconvolto e rimescolato insieme alla terra anche i piani narrativi, intrecciati e capovolti. Ogni sezione di Umami, e sono quattro, è composta da cinque capitoli, ognuno dei quali collocato in un giorno preciso di un anno altrettanto preciso. Il 2004 è dedicato ad Ana, il 2003 a Marina, il 2002 ad Alfonso, il 2001 a Luz, il 2000 a Pina. Per ognuno viene presa in esame una giornata, molto particolare, perché caratterizzata da un evento (la semina della milpa per Ana, l’incontro con Chela per Marina, la stesura autobiografica delle memorie per Alfonso, l’annegamento per la povera Luz, la separazione dei genitori per Pina), carotaggio che consente al lettore di entrare nella vita del protagonista e di seguirne pensieri e traiettorie. La narrazione si interrompe e poi riprende nella sezione successiva. Ne risulta un andamento antilineare, stratificato, costruito sulla faglia di fratture temporali. Ogni tappa del romanzo è un mosaico di fatti, di relazioni e di memorie, un sedimento che affiora e si appoggia a quello immediatamente successivo, a scalare verso un’origine coincidente con un destino.

Centrale, nel romanzo, è il tema della perdita e del ricordo doloroso da cui non ci si riesce ad affrancare, della comunicazione malata tra persone, che pure tentano di decifrarsi a vicenda. Umami è una sinfonia di abbracci negati. Alfonso, nel suo commovente tentativo di serbare memoria della moglie defunta, scrivendo la storia del loro matrimonio su un pc nuovo di zecca, sembra appena uscito da un film di Atom Egoyan. Quando, già vedovo, incontra casualmente Linda Walker nel bar che è solito frequentare, inizia tra di loro un rapporto basato sulla mutua condivisione della sofferenza, una relazione umana di complicità, non a sfondo sessuale. A volte chiacchieriamo e a volte non ci diciamo altro che ciao. A volte anch’io piagnucolo… Se parliamo è sempre dei vecchi tempi: la sua infanzia negli Stati Uniti, la mia adolescenza a Città del Messico, epoche precedenti alla vita con le nostre morte. Le due morte: Luz e Noelia. E sempre nel solco di un’incomunicabilità à la Antonioni/Egoyan è il rapporto tra Isabel e la figlia Pina. Isabel, la moglie di Beto in fuga, torna a Villa Campanario e, sorpresa da un acquazzone, indecisa se bussare o no alla porta di casa, si ripara dalla giovane vicina, Marina, segnata da un rapporto conflittuale con il padre ristoratore (!) e da conseguenti disturbi dell’alimentazione. Dopo una lunga conversazione, interrotta da pause, silenzi, spinelli, con Marina chiamata a vestire, proprio lei, i panni dell’analista, in una specie di confessione tanto simile ad una seduta di psicanalisi, Isabel torna nell’ombra da cui era venuta, su una spiaggia nemmeno tanto lontana, un rifugio dove abbandonarsi.

Fiaccate da perdite e incomprensioni, le famiglie si scompongono. Se si ricompongono, sono restituite a se stesse grazie ad artifici faticosamente accettati o finzioni barocche. La verità acceca, la mente cede. Per curare la ferita della maternità negata, Noelia decide di “adottare” due bambole di vinile, una delle quali addirittura respira. Le reborn dolls, bambole così simili a bambini reali da sfidare le nostre abilità percettive, sono il simbolo di un’umanità che, abbracciando i canoni estetici della perfezione, cerca il falso per sentirsi vera. Il tentativo di mascheramento della realtà sfonda le pareti del ridicolo e l’imbroglio etico è talmente palese da risultare commovente.

Niente ti prepara davvero per l’iperrealismo. Per questo ci sono persone che lo odiano e non lo considerano arte: è una corrente superba, che mette costantemente alla prova la sanità mentale e sensoriale. […] Abbiamo aperto la scatola tra sospiri di ammirazione, stappato una bottiglia di spumante tiepido che avevamo portato per la reborner, e preso in braccia Maria a turno. Abbiamo imparato a vestirla, lavarla e cambiarle le pile.

Da quel momento, per Alfonso la vita ha un sapore strano. Suo malgrado, si trova incastrato in una situazione prima sconcertante, poi, col passare del tempo, accettata quasi fosse la normalità. Una prassi inesorabile nel suo manifestarsi, ed imporsi, non solo al diretto interessato ma all’intera comunità. Domande implicite affiorano nel romanzo. Sono possibili gesti in grado di riscattare la resa, l’impedimento, il distacco? Cos’è l’autenticità? Siamo forse destinati a vivere simulando?  La menzogna è funzionale alla sopravvivenza? Ci stiamo trasformando in macchine, mentre le macchine stanno acquisendo le nostre caratteristiche vitali? O, come scriveva il grande Pessoa a proposito dei poeti, si può fingere così completamente che si arriva a fingere che è dolore anche il dolore che uno davvero sente?

Laia Jufresa tende a vivisezionare il quadro generale delle relazioni umane. Un bisturi preciso, guidato da un’intelligenza empatica. A lettura completata restiamo con il sapore in bocca di una polifonia di voci. La scrittrice si cala nei vari personaggi, adattandosi di volta in volta al loro specifico punto di vista. Compie anche un lavoro di natura metalinguistica, sperimentando narratori multipli e vari registri a seconda del sesso e dell’età, scivolando dalla prospettiva dell’io narrante, ad esempio in Luz, alla terza persona, quando si tratta di descrivere la giornata di Marina. Laia Jufresa ci trasmette la convinzione che in ognuno di noi vi sia un gusto, intangibile nella sua essenza più profonda, unico timbro della nostra ineffabile identità. La difficoltà sta nel (ri)conoscerlo e svelarlo senza scendere a compromessi.

Dal paese della Santa Muerte sta affluendo narrativa di qualità. Scrittori nati a cavallo degli anni Settanta e Ottanta, come Yuri Herrera e Diego Enrique Osorno, hanno avuto riscontri molto positivi dalla critica. Secondo Valeria Luiselli, altra conterranea di Laia Jufresa e autrice di Volti nella folla (La Nuova Frontiera), “leggere Umami è come viaggiare attraverso le menti di tutte le persone che conosciamo, guidati da una voce soave e affidabile che ci dice: fermati, ascolta, osserva”. Pur essendo un romanzo di respiro intimo e familiare, concentrato su un comprensorio di case, Umami riesce a donarci una rappresentazione vivace, e inedita, delle dinamiche sociali del Messico contemporaneo. Non è poco per un esordio.

Alessandro Vergari

(Laia Jufresa, Umami, SUR, 2017)

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