L’assurdo polacco

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Come si può parlare oggi di un autore come Sławomir Mrożek? Difficile a dirsi. Davvero è impossibile trovare le parole più adatte per uno scrittore/autore di teatro satirico e assurdo come lui…

Senza ombra di dubbio è stato ed è, visto che le sue opere sono fortunatamente ancora con noi, uno dei più grandi autori polacchi del XX secolo. Risulta poi attuale, anzi attualissimo per i temi trattati, vedi l’emigrazione. Sławomir Mrożek, classe 1930, nasce in un piccolo paesino, Borzęcin (provincia di Brzesko), non lontano da Cracovia. Negli anni Cinquanta pubblica le prime raccolte di racconti satirici, Opowiadania z Trzemielowej Góry (Racconti della Montagna dei Calabroni) e Półpancerze praktyczne (Mezzecorazze pratiche). Nel 57 pubblica Słoń (L’elefante), un volume che raccoglie racconti di satira politica, tradotto in differenti lingue a diventato uno dei testi-manifesto della Polonia del dopo disgelo. La storia che dà il titolo all’opera di un elefante-pallone, inventato da un puntiglioso burocrate al fine di sostituire quello vero perché attrazione assente allo zoo, per un racconto che è una esplicita metafora del “socialismo-reale”.Nel 1964 pubblica Tango, da molti considerato il suo capolavoro. Dopo l’invasione della Cecoslovacchia chiede e ottiene la nazionalità francese. Resta conosciuto soprattutto uno scrittore teatrale. Delle pièces da lui scritte, doveroso segnalare, Il Macello (Rzeźnia, 1973), Emigranti (Emigranci, 1974), L’Ambasciatore (Ambasador 1982), Il ritratto (Portret, 1987). È autore anche di opere di prosa. È morto a Nizza nel 2013 ed è sepolto nella chiesa di San Pietro e Paolo di Cracovia.

Sławomir Mrożek è una penna dotata di arguzia sopraffina, autore di racconti irriverenti. Lui è un autore che ama applicare alle sue opere l’elemento fantastico, per questo motivo in passato fu spesso accostato al teatro dell’assurdo, scelta stilistica che verrà poi abbandonata. L’elemento fantastico nelle sue storie viene imprigionato, paradossalmente, nella follia della normalità, come contrappunto allo statalismo sovietico e non solo, la sua è una critica tuttora validissima alle varie follie burocratiche. Abbiamo così testi irriverenti dove improbabili Maharajah  ricchi all’inverosimile partono per fare Safari nei bagni, attraverso i tubi dell’acqua calda dove si può nascondere una tigre; elefanti gonfiabili messi in mostra allo zoo di Varsavia per attirare scolaresche, carceri di un mondo onesto che si stanno svuotando dove la polizia cerca di sedurre l’ultimo criminale a suon di promesse per non perdere il posto lavoro.

Ci soffermiamo ora su Monica Clavier, opera pubblicata per la prima volta su “Twórczorść”, in Italia edita da Scheiwiller, nel 1993 e curata da Pietro Marchesani, che la consigliava a chi desiderava avvicinarsi al mondo della letteratura polacca.  Mrozek sviluppa la vicenda a Venezia, primo avamposto dell’occidente per chi arriva dall’Est, città che appare accogliente e invogliante.

Per certi versi, questo racconto satirico sugli stereotipi è una storia d’amore, ma non sull’amore stereotipato. Il protagonista è un polacco squattrinato, che finisce in una relazione assurda quanto improbabile con un a bella attrice americana. Abbondano, per volontà dell’autore, gli stereotipi dell’epoca (buffo pensare come con il tempo anche gli stereotipi cambino, traslando, spostandosi cioè su altri soggetti o evolvendosi). Nel 1993 siamo a 4 anni dalla caduta del muro, la Polonia ha da poco avuto le sue prime elezioni e nell’immaginario dei luoghi comuni banali è la patria di gente senza soldi che viaggia alla ricerca di fortuna portandosi il kabanos, cioè un tipico salume, nella valigia.

Per meglio capire l’importanza di questo alimento nel costume polacco, vi riportiamo le parole stesse dell’autore, e credeteci, nessuno ha mai descritto un salume in questo modo: “Il kabanos era dunque una particolare specialità del mio paese, e qui non lo vedevo esposto nelle vetrine e nelle botteghe. […] Solo io possedevo il kabanos, solo io portavo nella mia valigia una specialità particolare che la gente del posto non possedeva. […] Il kabanos mi faceva da scudo e da lancia. Col suo aiuto respingevo i colpi infertimi dalla ricchezza delle tavole, straripanti fin sulla strada con tovaglie candide come la neve […]. Loro non hanno il kabanos. Purtroppo erano già tre giorni che mangiavo kabanos, mattino, mezzogiorno e sera”. Il salume è diventato l’arma dell’ussaro polacco che si difende dall’aggressività del mondo,  esaltato come antemurale dell’occidente opulento, per poi ritornare improvvisamente a essere un ripetitivo pasto di sopravvivenza.

La commedia degli equivoci polacca in salsa veneziana comincia comunque molto presto in questo testo breve, tanto che Mrozek ci ha voluto presentare così la valigia del protagonista: “In mano reggevo una valigia di cartone, ma nuova, bene fatta, tanto che da lontano nessuno si sarebbe accorto che non era di pelle vera”.
L’est del sacrificio, del messianesimo polacco, si scontra con le promesse occidentali mai mantenute. Il viaggiatore polacco si sente in credito con l’Ovest con la fortuna ed è pronto a riscattare il suo debito.
Le nuove idolatrie occidentali appaiono sulle copertine di riviste patinate, come ben presto scopre il protagonista che viene catapultato da un destino non benevole ma benigno in un mondo di ricchezza, vuoto quanto ipocrita.

Il polacco, complessato per essere accettato è costretto a indossare una maschera, a nascondersi dietro agli stereotipi russi: “Quando Moniza seppe che ero dell’Est, benché non avessi precisato meglio di quale paese, il suo interesse si fece molto vivo. Mi chiese categoricamente di descriverle dettagliatamente il paesaggio della steppa, di cui aveva tanto sentito parlare. Tracciai nell’aria con il braccio un ampio cerchio, sospirando «Ah, lontano, lontano …», al che le si illuminarono gli occhi e confessò di sentirsi soffocare negli angusti confini del mondo civilizzato.” Il gioco è iniziato, la finzione continua, tanto che quel nuovo ruolo gli calza a pennello, una forza centrifuga lo proietta al centro dell’azione (la menzogna o la simil verità diventa quindi protagonista): “A sostegno delle mie parole, menzionai l’antica abitudine di mettere carne cruda sotto la sella e di correre poi tutto il giorno al galoppo fino a farla diventare frolla e commestibile. Egli stesso si rende conto dei vantaggi iniziali: “Ovviamente non sono un russo. L’avermi però messo in un simile ruolo mutava l’intero quadro della situazione e apriva nuove prospettive. Innanzitutto l’essere un russo significava già essere qualcuno. Fino a quel momento potevo sì considerarmi qualcuno, forse anche qualcuno infinitamente superiore a un russo, però non avevo alcuna possibilità di persuadere di niente nessuno. Russo bastava. Essere un giovane russo ancora meglio. Tutti più o meno sapevano com’è un vecchio russo, ma nessuno conosceva un giovane russo […] Correvano varie voci sul suo conto, ma nessuno sapeva nulla di certo.

In questo modo Mrożek ci pone il problema della nostra definizione davanti agli altri, la deformazione della persona, della propria identità, presentando tra l’altro il suo personaggio come vittima di una persecuzione, una sorta di agente del messianesimo mandato in quell’occidente che al di là della cortina di ferro vede un nugolo di piccoli stati tenuti tra le braccia della madre Russia e purtroppo identificati ancora oggi con la definizione ormai anacronistica, ma ancora in auge di “paesi dell’Est”, dove si parlano lingue incomprensibili e dove regnano povertà, corruzione e prostituzione.

Il testo è pervaso da un’amara ironia che, partendo dall’emigrazione polacca, finisce con il raccontare il sentimento universale del sentirsi alieno nel mondo occidentale.

Che dire…alla fine uno come lui ci mancherà sempre per quel suo non prendersi troppo sul serio, riassunto nel vezzo di indossare sempre e ovunque quel suo cappello da pescatore, pronto com’era a pescare le sue migliori idee dal l’oceano della sua testa.

Fabio Izzo e Luca Palmarini

 

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