OLIVIER ASSAYAS: PERSONAL SHOPPER

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Del precedente lavoro di Olivier Assayas, Sils Maria, oltre al fatto che fosse un film straordinario, colpiva la prova di una magnetica Kristen Stewart che, partendo dalla saga di Twilight e senza passare dal via, approdava direttamente al cinema del regista francese nel ruolo dell’assistente della diva Juliette Binoche.

Personal shopper preleva il personaggio incarnato dalla Stewart in Sils Maria elevandolo al ruolo di protagonista. Anche Maureen è assistente di una famosa attrice (la glaciale Kyra interpretata da Nora Van Waldstatten) e, in particolare, si preoccupa di rifornirle il guardaroba. Un lavoro abbastanza insolito che ben si accompagna a un’altra caratteristica della ragazza: Maureen è infatti una medium, disperatamente in cerca di un contatto con lo spirito del gemello defunto. A complicare il tutto, l’assassinio della datrice di lavoro, cotè mistery di un nevrotico racconto urbano dai risvolti gotici.

Assayas, il cui cinema assume sempre più contorni misteriosamente sperimentali, ci ha già abbondantemente abituato alla commistione di generi. Nel bellissimo Irma Vep omaggiava la serialità del cinema muto mentre Boarding gates e Demonlover erano riuscite ibridazioni di spy story e techno thriller. Un autore curioso e imprendibile, insomma, attivo con successo anche nel formato della miniserie (Carlos sulla vita del terrorista venezuelano Ilich Ramirez Sanchez).

L’accenno di trama fatto a proposito di Personal shopper non rende giustizia alla personalissima gestione dei tempi narrativi. L’indagine sull’omicidio arriva infatti a metà film, sconvolgendo le atmosfere alla Henry James fino allora evocate e rilanciando una suspence che sembra direttamente emanata dal corpo della Stewart. Personal shopper può truffautianamente essere recepito come una lettera d’amore del regista alla sua interprete, qui vera e propria musa e motore immobile del film. Assayas pone la sua protagonista all’interno di un cadrage liquido e fantasmatico che l’attrice attraversa con una tale fluidità da cancellare quasi i tagli di montaggio. Due scene da antologia: la prima notte nella casa del fratello e l’incontro con lo spirito. Strepitosa sequenza di piani deformati e inquadrature sottoesposte dalla bellissima fotografia di Yorick Le Saux. Poi la vestizione solitaria di Maureen con gli abiti acquistati per Kyra. Quasi una suite di depalmiana contemplazione che culmina con un atto di autoerotismo. Ci sono in giro pochissimi registi capaci di comunicare il piacere di filmare come Assayas e come sempre succede nei suoi film, restiamo ipnotizzati a guardare personaggi che potrebbero anche solo limitarsi a vivere senza necessariamente agire.

Forse proprio per questo Personal shopper finisce per essere anche un’opera profondamente teorica che, con ostinazione, sembra voler fare il punto sul ruolo e il compito dell’immagine nella nostra modernità. Maureen attinge continuamente al suo smartphone e ai canali video per gestire qualunque flusso di informazione e in ultimo anche la fiction (il falso sceneggiato su Victor Hugo, girato apposta per il film e visto su youtube). È un po’ come se Assayas portasse l’immagine fino al suo limite più estremo, saggiandone la capacità di essere contenuta o esondare dallo schermo, qualunque schermo perché l’unicità del cinema come nastro trasportare di storie è ormai messa definitivamente in crisi. E allo stesso tempo abbiamo anche un frenetico catalogo dei modi di spostarsi e viaggiare. Maureen, corpo attoriale mobile e androgino, si muove continuamente: in taxi, scooter, treno, aereo. Anche all’interno del treno che la porta a Londra non trova pace, in quella che forse è la sequenza più tesa del film: hitchcockiano gioco del gatto col topo in cui attraverso lo smartphone, la ragazza dialoga con uno sconosciuto persecutore del quale è difficile stabilire non solo l’identità ma anche l’effettiva esistenza corporea. E la sparizione del corpo – supporto sostituito da nuove e ancora sconosciute finestre digitali sembra essere l’ossessione dell’ultimo Assayas. In fondo anche in Sils Maria Kristen Stewart usciva di scena all’improvviso, lasciandoci col sospetto che non fosse altro che una proiezione dell’inconscio di Juliette Binoche. Il personaggio come ectoplasma, assenza del corpo e quindi nostalgia di esso. A consolarci di ogni nostalgia possibile ecco il cinema con i suoi manufatti – film, eterni e (in)tangibili, da qualunque parte spuntino.

Fabio Orrico

 

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