Fantasmi dalle ceneri della realtà

enriquez

Mentre mi accingo a scrivere le mie impressioni su Le cose che abbiamo perso nel fuoco – è la mattina di lunedì 17 aprile 2017, fuori piove e io, per sentirmi in the mood, ascolto Diamanda Galas – leggo di un omicidio avvenuto in diretta su Facebook. Che meravigliosa epoca di orrore virtuale. Ah, dell’umana gente le magnifiche sorti e progressive Non esiste momento migliore, o peggiore, per entrare nei racconti di Mariana Enriquez, tradotti in italiano da Fabio Cremonesi per i tipi di Marsilio, definiti da Le Figaro «di una potenza devastante». Ed io mi associo, aggiungendo che questi racconti rendono, senza infingimenti, la cifra etica ed estetica del nostro tempo malato. Da parte della critica si sprecano i paragoni con Roberto Bolaño e Julio Cortázar. Al fine di sviluppare un’adeguata introduzione, io andrò un po’ più lontano nella storia della letteratura, per riprendere il senso del fantastico, del grottesco e dell’arabesco, come lo avevano sviluppato i maestri dell’Ottocento, Edgar Allan Poe in testa, geniale precursore della psicoanalisi freudiana. Un parallelo è necessario. La scrittrice di Buenos Aires, classe 1973, affonda la penna nel veleno di una lunga tradizione.

«Non c’è alcun essere pensante che, a un certo luminoso punto della sua vita di pensiero, non si sia sentito perso in quel caos di futili sforzi di comprendere e credere che esista qualcosa di più grande della sua anima», scriveva Poe in Eureka, ambizioso saggio epistemologico ispirato ai presocratici e composto nell’ultimissimo scorcio della sua vita, testamento filosofico dedicato ad Alexander von Humboldt e summa della sua concezione enigmatica del reale. In Eureka si delinea l’ipotesi di una totalità, celata all’uomo comune, che sconvolge l’intera realtà conosciuta e sfida le nostre capacità emotive e cognitive. L’intelletto risulta debole e insufficiente. Solo la ragione può spingersi oltre i presunti limiti della conoscibilità, così da ordinare il caos dei fatti lungo una via di chiarimento allo stesso momento razionale e perturbante. La comprensione intuitiva del tutto coincide, infatti, con la deduzione del lato oscuro delle cose. La presenza del negativo è ineliminabile e, nostro malgrado, parte integrante dell’ossatura del mondo. Raggiungere l’Unità dei fenomeni significa aprirsi alla possibilità dell’orrore, alla congiunzione dionisiaca di amore e di morte, alla presenza del portentoso.

Anche la scrittura di Mariana Enriquez, come quella di Edgar Allan Poe, rimanda, di continuo, ad altri significati, oltre quelli palesi. La vita dei protagonisti è sottilmente e sostanzialmente legata alla faccia psichica nascosta, un’ombra rimossa che è anche ferita non rimarginata, individuale non meno che sociale. Da questa fessura riemergono gli spettri della storia nazionale argentina. Ne L’Hostería, uno scherzo adolescenziale consumato tra le mura di un ex-scuola di polizia si trasforma in un incubo popolato dagli ectoplasmi resuscitati dalla dittatura militare, alias Proceso de Reorganización Nacional, il feroce sistema repressivo che governò il paese sudamericano tra il 1976 e il 1983.

Quando stavano per sdraiarsi sul letto matrimoniale appena rifatto però, da fuori giunse un rumore che le costrinse a chinarsi spaventate. Fu repentino e insopportabile il rumore del motore di una macchina o di un furgone, così forte che non poteva essere vero, doveva essere una registrazione. Poi un altro motore, e in quel momento qualcuno iniziò a dare colpi alle persiane con qualcosa di metallico e le due si abbracciarono urlando nell’oscurità, perché ai motori e ai colpi alle persiane si aggiunsero il calpestio di molti piedi che correvano intorno all’Hostería e delle grida…

Presenze reali? Sogni, allucinazioni? I livelli si confondono in un’unica linea narrativa. Nel racconto successivo, Gli anni strafatti, che si snoda in piccoli episodi datati dal 1989 al 1994, un gruppo di amiche, anche in questo caso adolescenti, si abbandona all’uso smodato di droghe. È il contraltare del periodo “felice” della presidenza Menem, in realtà contrassegnato da misure economiche selvagge come le privatizzazioni delle Poste e della Compagnia petrolifera di Stato, una forma di liberismo stigmatizzata dagli storici come vera e propria svendita all’investitore straniero dei principali beni nazionali. Un governo caratterizzato da un mix perverso di oligarchia e interessi mafiosi, capace di domare l’inflazione favorendo, come contropartita, l’allargamento a dismisura della forbice della ricchezza tra classi sociali, un presidente che, come primo atto di “giustizia”, permise l’occultamento dei crimini dei militari attraverso la concessione della grazia.

[I nostri genitori] erano stupidi come prima, ma ormai erano meno nervosi per l’inflazione e la mancanza di soldi: la nuova legge monetaria stabiliva che un peso valeva un dollaro, e sebbene nessuno ci credesse del tutto, sentire dollaro, dollaro, dollaro riempiva di allegria mio padre e tutti gli adulti. In ogni caso continuavamo a essere abbastanza poveri. La mia famiglia era in affitto. Quella di Paula aveva una casa costruita solo a metà, con vecchie stanze comunicanti, era uno schifo… Noi credevamo comunque che saremmo potute diventare ricche. Che la ricchezza fosse una cosa del futuro.

Un futuro che va in frantumi durante una festa orgiastica, ballando di fronte allo specchio che non rifletteva nessun altro, quasi un rito di devastazione chimica ed alcolica, conclusosi con un omicidio a sangue freddo, un gesto assurdo e perfetto, al pari di quello compiuto da Meursault ne Lo Straniero di Camus, però sotto l’effetto distorcente degli acidi. L’illusione della felicità è un sentiero che si intreccia con l’inesorabilità del Fato, rendendo intellegibile l’esistenza del male.

Donne, sono quasi sempre donne le figure principali di questi racconti. E i temi rimandano all’attualità della peggior cronaca: anoressia, pedofilia, depressione, dipendenze tecnologiche, il degrado degli ecosistemi. Tuttavia, a differenza della narrazione televisiva, dove il fatto è servito con tecnica seriale su un piatto freddo, contornato da cinico minimalismo, Mariana Enriquez si muove nel dominio della letteratura pura, che, proprio come avviene in Poe, si pone il compito di essere naturale, di non eccedere cioè nel campo del fantastico propriamente detto, di negare la metafora, il sensazionalismo ed il linguaggio decorativo e di cogliere, piuttosto, la verità ovunque essa si annidi, anche nella piega più recondita e impenetrabile delle umane perversioni.

«Il piacere che ricaviamo da ogni manifestazione del genio umano nasce dal fatto che essa s’avvicina a questa specie di reciprocità [di causa ed effetto]. Per esempio, nella costruzione di un intreccio, nella finzione letteraria, dobbiamo mirare a combinare gli avvenimenti in modo che noi stessi non saremmo capaci di decidere, per ognuno di essi, se esso dipende da un altro o se ne è la causa. In questo senso, naturalmente, un intreccio perfetto è di fatto praticamente irraggiungibile; ma solo perché è modellato da un’intelligenza finita. Gli intrecci di Dio sono perfetti. L’Universo è un intreccio di Dio», scrive Poe, sempre in Eureka, ed è una visione straordinariamente moderna, se non addirittura post-moderna, del potere generativo delle grammatiche del linguaggio.

L’autore di Gordon Pym quando afferma che «l’ingegnoso è sempre fantastico e l’autentico immaginario sempre analitico», rivendica l’esigenza di una letteratura che dipani la matassa della realtà comunemente accettata per ri-descrivere il mondo svelandone il volto mostruoso. Ci troviamo di fronte ad un lavoro di de-costruzione, in cui il dolore, nerbo e nota dominante dell’universo, è oggetto di detection, indagine scrupolosa (anche poliziesca), basata su metodo logico-deduttivo, che tenta di cogliere nella sua interezza il mondo gettando via le maschere della nostra ipocrisia, partendo da elementi disposti in modo apparentemente disordinato. Gli indagatori dell’incubo non sono terrificanti per ciò che descrivono, ma perché accampano la pretesa, giustificata dal proprio talento sorretto da straordinarie intuizioni, di voler riscrivere la realtà. Se lo scrittore bostoniano crede ad un approdo mistico-poetico della letteratura, ad un avvicinamento e, in prospettiva, ad una futura identificazione dell’uomo con Dio, nella prosa della Enriquez, invece, il cuore dell’uomo batte in solitudine, senza il conforto della creazione divina. Tutto è immanente, tutto resta nei confini di una comunità corrotta o, come nel mito sanguinario del Petiso Orejudo, nell’angustia di un perimetro familiare, covo di tragedie evocate dal profondo. Una volta risolta la crittografia dell’esistenza attraverso la morte (anche qui, come in Poe, sinonimo di conoscenza), non avviene alcuna riconciliazione con il piano cosmico. Si verifica piuttosto un salto quantico verso un nuovo livello biologico o sociale, segnato da inesorabili mutazioni che nessuno, fino ad allora, aveva voluto vedere.

In Sotto l’acqua nera, racconto urticante per la sua cruda evidenza politico-antropologica, i crimini della polizia perpetrati in una bidonville sono il seme da cui germina una nuova umanità deforme, una razza di freaks stretta attorno al culto di un dio mefitico che, letteralmente, emerge dalle acque inquinate di un fiume della periferia della capitale. È un’umanità divisa in due: chi produce i rifiuti e chi ne subisce gli effetti. La violenza del sistema si riflette negli scarti che, a un certo punto, prendono vita e risalgono la corrente del processo di produzione, per rivelarsi nella loro oscenità di ospiti inquietanti non desiderati.

La perizia affabulatoria di Mariana Enriquez è affine a quella di tutti i grandi costruttori di racconti del mistero: assomiglia a una pianta carnivora che attira la preda e la tiene stretta per succhiarla, assimilandola a sé. Il lettore fluttua sulla superficie della materia narrata, poi si inabissa quasi inavvertitamente, fino ad essere fagocitato dentro una prigione, in cui le coordinate tradizionali di tempo e di spazio collassano e l’impossibilità logica pervade gli angoli disabitati della coscienza. Sentiamo che qualcosa di non preventivato sta avvenendo, ma, procedendo a ritroso a partire dagli effetti, non ci sorprendiamo che i fatti si siano orientati così. Vi è una forza che sorregge l’inusitato, una corrente malsana che non possiamo ignorare poiché è essa, in primis, a non ignorarci più. Il divieto imposto alla piccola Clara di vedere film horror non impedisce, anzi prelude alla tragedia di Adela, il desiderio di una moglie bistrattata dal marito si materializza nella sparizione improvvisa e senza tracce dell’odiato consorte (Ragnatela). Il meccanismo di identificazione che qui si mette in moto è simile ad un incantesimo da cui è difficile liberarsi. Anche a lettura conclusa avvertiamo la persistenza di una frattura di senso, una crepa aperta nel muro delle convinzioni.

Terribile, in questo senso, l’ultimo racconto che dà il titolo all’intera raccolta, in cui le donne, per rispondere politicamente alle brutalizzazioni subite dagli uomini, decidono di darsi fuoco spontaneamente, precedendo, e verrebbe da dire istituzionalizzando, il gesto della violenza. Una paradossale messa in scena, performativa, del destino femminile nella storia umana. Così parla la cosiddetta ragazza della metropolitana, una delle protagoniste del racconto, riferendosi alle altre donne del gruppo:

Se continuano così, gli uomini dovranno abituarsi. La maggior parte delle donne diventeranno come me, se non muoiono. Sarebbe bello, no? Una bellezza nuova.

Una bellezza nuova. Il Sudamerica, strattonato nei decenni da forze contrarie, è una coperta troppo corta che lascia scoperti punti scabrosi. Mariana Enriquez segue la scia di altri autori coraggiosi, come il regista Pablo Larrain, che nei suoi film segnati da un livido lirismo, Tony Manero, Post Mortem, Il Club, ha esplorato la storia recente del Cile evidenziandone orrori e contraddizioni.

Mentre concludo questo articolo, leggo che in Argentina, proprio oggi, un tifoso è stato gettato dagli spalti di uno stadio ed è morto. Una vicenda orrenda. Pare avesse riconosciuto, tra gli spettatori, l’assassino del fratello. Pare, ma non si sa. Una linfa nerissima nutre realtà e finzione. Non mi meraviglierei se Mariana Enriquez ne facesse un racconto. Le storie sono sempre in agguato e cercano la penna di bravi scrittori. Solo i fantasmi risorgono dalle ceneri della realtà.

Alessandro Vergari

(Mariana Enriquez, Le cose che abbiamo perso nel fuoco, Marsilio 2017)

 

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