AKI KAURISMAKI: L’ALTRO VOLTO DELLA SPERANZA

k

Da più di trent’anni a questa parte, Aki Kaurismaki porta avanti un discorso di grande coerenza formale e tematica ed è indiscutibilmente uno dei grandi cineasti del nostro tempo, tra i pochissimi a non aver praticamente mai sbagliato un film. Innamorato di Ozu e Zavattini, capace di sintetizzare  Robert bresson e Buster Keaton, il maestro finlandese procede con la serena compostezza del battello Atalante sulla senna, in una navigazione placida e fluviale, solitaria e accorta. E proprio una nave scarica Khaled, profugo siriano, in quella che dovrebbe essere la terra promessa, vale a dire la Finlandia. Come capitava al protagonista de L’uomo senza passato che entrava in scena con un trucco assonante al Claude Rains de L’uomo invisibile, anche Khaled ha una presentazione quasi orrifica. Lo vediamo emergere da un cumulo di carbone, solo gli occhi a bucare tutto quel buio, pronto per affrontare il cuore di tenebra dell’occidente. D’altra parte anche all’altro protagonista della storia, Vikstrom, viene concessa un’entrée da film noir. Lo conosciamo mentre abbandona la moglie alcolista e poi getta alle ortiche la sua attività di rappresentante del settore tessile (ovviamente, visto l’amore del regista per l’ellisse, non ci vengono spiegati i motivi delle sue azioni), quindi tenta il tutto per tutto al tavolo da poker con individui poco raccomandabili in una delle scene più belle del film. Gli dice bene e rileva un ristorante, il luogo dove la sua storia si incrocia con quella di Khaled.

Nato da una costola di Miracolo a Le Havre, da cui eredita la spinta morale e civile, L’altro volto della speranza è un Kaurismaki doc, con il suo passo felpato e la recitazione catatonica degli attori, le sue gag graffianti e i colori saturi del sempre grande Timo Salminen. Ma Kaurismaki, che da subito pone sulla tavola le sue credenziali più riconoscibili di autore, non sarebbe comunque il grande cineasta che è se non fosse in grado di aggiungere sempre qualcosa di nuovo e spiazzante al suo discorso. Il suo cinema sembra sempre arrivare a un punto di non ritorno, e invece anche in quest’ultima opera assistiamo all’ennesimo scarto: una sintassi così asciutta da diventare astratta mentre i personaggi si muovono con una libertà inaudita, persino per le pellicole precedenti. Quando Khaled racconta la propria storia, la macchina da presa si inchioda sul suo primo piano. È un momento di pura testimonianza (esattamente come i notiziari trasmessi dalla televisione, letteralmente reinquadrati e ritrasmessi dal film che stiamo guardando), una lettera che Kaurismaki consegna agli spettatori di oggi e domani, sprezzante di ogni accademismo (e anche di ogni manuale di sceneggiatura). Tra i registi contemporanei Kaurismaki è l’unico capace di sabotare il ritmo interno dei suoi film per scopi esplicitamente morali. Lo dichiara senza imbarazzo e poi prosegue ad alternare il percorso dei suoi protagonisti seguendo il proprio intuito di narratore.

Naturalmente non mancano i momenti di umorismo dirompente, come quando Vikstrom riconverte il ristorante in un sushi bar e nemmeno manca la presenza di un cane, mascotte di tutte le storie kaurismakiane. Ed è proprio a questo cagnolino, il cui nome, Koistinen è lo stesso del protagonista de Le luci della sera, che tocca chiudere il film con un gesto di solidarietà, semplice e disarmante, come gli umani spesso non riescono o non sanno fare.

Di Kaurismaki, d’altra parte, colpisce l’ostinata fiducia nel prossimo. Pur non chiudendo gli occhi di fronte alla ferocia e alla meschinità dell’uomo, il cineasta finlandese guarda alla solidarietà fra reietti come all’unica via di scampo possibile. Come ne L’uomo senza passato anche qui compare una sorta di corte dei miracoli, somigliante a quella del langhiano M, che interviene quando Khaled viene aggredito da un gruppo di naziskin, salvandogli la vita. È anche vero che la violenza autentica e più devastante sembra essere quella burocratica, fredda e civile dell’amministrazione pubblica che, ritenendo non pericolosa la situazione di profugo di Khaled, vuole rispedirlo in Siria. In questo senso, L’altro volto della speranza ha più di un punto in comune con Io, Daniel Blake, l’ultimo Ken Loach. Pur non chiudendo gli occhi di fronte all’aggressività del nuovo capitalismo, entrambi i film restano pervasi da un ottimismo profondo. Probabilmente è anche e soprattutto una necessità di sguardo, una volontà di scandagliare in profondità i volti di una società prismatica e imprendibile e quindi la consapevolezza che, nel bene e nel male, qualcosa, sia pure un barlume di speranza, si salva sempre. Viva Kaurismaki!

Fabio Orrico

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...