Solo le sconfitte hanno vinto

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Faraj Bayrakdar, poeta siriano ora esule in Svezia, scrive di suo pugno l’introduzione a Il luogo stretto (Nottetempo, 2016), traduzione italiana, a cura di Elena Chiti, di una raccolta di poesie scritte nell’arco di circa tredici anni, che costituisce una drammatica denuncia della sua esperienza carceraria di oppositore politico: “Ho passato i primi sei anni di prigionia completamente tagliato fuori dal mondo esterno, senza radio né giornali né visite, senza il permesso di avere penne e fogli. Per questo ho esercitato la memoria, in modo da scriverci sopra direttamente, come facevano i nostri antenati prima della diffusione della scrittura. Con la poesia era possibile. Però, dato che il numero di poesie cresceva e temevo che la memoria mi tradisse, mi sono rivolto ad alcuni amici e ognuno ha imparato a memoria una mia poesia. All’inizio avevo bisogno della poesia per conoscere la mia anima, per proteggerla, per mantenerla in equilibrio sul cammino tra perdizione e salvezza. Pian piano mi sono accorto che la poesia è per me il più bel volo della libertà. È l’esercizio più pieno della libertà e, insieme, è qualcosa che non può essere imprigionato”.

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Faraj Bayrakdar, all’inizio di questa terribile prigionia, vive in compagnia della sola memoria, assapora con amarezza lo stillicidio del tempo e intanto compone mentalmente poesie, mentre attorno a lui ogni gesto è finalizzato alla distruzione meticolosa della sua esistenza di uomo. La dittatura è un mostro che smonta la libertà con precisione meccanica, riduce le voci libere in catene e annichilisce la compassione. Il poeta ammette di non essere riuscito ad amare il prossimo suo. I versi sono distillati dal rancore e dalla rabbia provata verso i carcerieri, gli aguzzini di un sistema politico spietato come quello di Hafez Assad, padre di Bashar. Siria, Siria, Siria… tomba a cielo aperto, mattanza di innocenti. Siria, sui nostri schermi ogni santo giorno, Siria che beve il sangue dei suoi figli e dei suoi fratelli. Ma dall’odio si sprigiona, in Faraj, un lirismo che vola alto. Il lamento della tortura si trasforma in potenza espressiva. Immagini e metafore si fanno strada in noi come segugi che scavano tane e braccano la preda.

Il tuo richiamo di colomba mi insegue la sera.

Inseguimi, allora.

È come il vino della poesia quando mi chiami

e io per causa tua spingo i cavalli alle lacrime

piego le ali agli uccelli

sfioro il canto.

Il tuo richiamo è un’altalena

quando lo spazio si restringe

si restringe nell’assenza.

L’albero del cuore basta

se cade la nostra brezza

e noi cadiamo con lei?

È fatto del nostro sangue l’albero del cuore

o è solo illusione?

Tra il 1987 e il 1993 Faraj è detenuto presso la Sezione Palestina, un dipartimento delle Mukhābarāt militari (agenzie di intelligence) del regime di Hafez Assad, creato nei primi anni Settanta per gestire i gruppi della resistenza palestinese cooptati da Damasco. Ma quando Faraj viene incarcerato con l’accusa di essere un affiliato al Partito Comunista siriano, la Sezione è già diventata un famigerato braccio di tortura, controllato e utilizzato dai servizi segreti per reprimere la dissidenza interna. Ogni poesia è marchiata dalla data e dal luogo di composizione, come uno spillo piantato nelle coordinate spazio-temporali della reclusione forzata. “Se fossi stato soltanto un oppositore politico, avrebbero potuto spezzare la mia volontà, la capacità di sopportare le dure condizioni del carcere. Ma la poesia è riuscita a salvarmi, dando alla mia via un senso e un valore diverso da quel che si voleva”. Ogni componimento è un tentativo riuscito di aggirare il comando del carnefice attraverso il grimaldello della parola. Faraj, nei momenti più bui, si affida all’immaginazione, che non ha alcun potere se non quello, essenziale, di aprire varchi nella cortina della repressione e all’antica tradizione orale, dove il verso nasce nell’animo e si indirizza unicamente all’ascolto, per diventare oggetto di futura trasmissione. A volte, i compagni di cella sono figli di una Visione:

Tutto in me era debolezza

il mio amico Malik ibn al-Raib

mi ha rivolto il saluto mi ha protetto.

Non ero né vivo

né morto

e gli ho fatto posto.

Ah come mi ha pesato il luogo stretto.

Ero distrutto portato

in punta di ferro o di ferita

in un groviglio di emorragia e passioni.

Gli ho chiesto: Malik, mi hai lasciato

un emistichio nelle tue elegie?

La morte è vigliacca

e io addoloro il dolore

con me la morte si sente in mezzo ai morti.

Malik Ibn Al-Raib era un ladro leggendario, un predone di carovane che si dilettava anche come poeta, vissuto nella penisola arabica al tempo del terzo Califfo Uthman. Tra gli scarsi poemi giunti fino a noi spicca un’elegia a se stesso, composta sotto l’effetto del veleno, dopo essere stato morso da un serpente a sonagli. Secondo alcune fonti Malik sarebbe miracolosamente sopravvissuto. Sopravvisstuo forse fino al 1987, anno di composizione della poesia di Faraj? Tutto può accadere, perché la prigionia stessa è un veleno che stimola la comunanza tra i poeti, a distanza di molti secoli. Vita e morte sono dimensioni che si sovrappongono, sconvolgendo i piani temporali.

Ha risposto:

Ricordo chi piange per te e mi pare

Che siano in molti e le nubi rare

È in te e nelle bandiere un orizzonte acceso

Che declina e su cui declina il sole

E se c’è chi ti culla come fiume o stelle

O aquila dalle ali di rovina e visione

Sei tutti noi per afflato e afflizione

E l’impossibile è per te possibile

Se un istante ti piega il destino

Non disperare dell’abbraccio dei cavalli e del nitrito.

Rose, colombe, cammelli, nubi, fiumi, alberi, deserti, onde, sabbia, polvere… l’arte poetica di Faraj si evidenzia nella scelta di specifici segni e simboli in cui si dischiude un campo di significati rigoroso e coerente. Egli attinge a piene mani alla valigia di immagini e suggestioni appartenente alla grande tradizione araba, inclusa l’epoca pre-islamica. Queste fonti classiche si legano alla dura estetica del carcere, come quando “la guardia accarezza i tuoi passerotti con una spina / e lo Stato ti regala una morte / di riserva / e tenebra quanto basta / perché te ne vada / vattene allora”, versi tratti da Gemiti, lunga composizione risalente al 1993. Adonis, intellettuale e poeta di levatura mondiale, suo conterraneo, si dedicò negli anni Sessanta ad approfondite ricerche sulla lirica precedente l’avvento dell’Islam, all’interno di saggi riproposti da Guanda sotto il titolo La preghiera e la spada:

“Al tempo della poesia pre-islamica la natura non è un valore, non comporta una morale e non insegna niente. Il poeta della Jāhiliyya* vi ritrova invece la sua tremenda solitudine e non vi incontra altro amico che il suo coraggio. In un tale mondo la presenza umana non ha altra legge che la forza, simboleggiata dall’uso della spada. Questa presenza è un perpetuo ricercare, libertà di movimento e di azione, angoscia e ricerca di certezze. Proprio perché il mondo è senza ordine e senza legge l’uomo deve avere fiducia soltanto nelle sue forze e nel suo destino – le cose, dal canto loro, appaiono e scompaiono confusamente sotto i colpi del caso. Il poeta della Jāhiliyya non crede assolutamente alla presenza nascosta delle forze eterne di un Dio creatore e saggio la cui saggezza non possa essere messa in dubbio né soggetta a discussione. […] La poesia araba dell’epoca pre-islamica mette a nudo, nelle pieghe della realtà, imperfezioni e difetti tali che a leggerla il mondo potrebbe sembrare a volte un fantasma spaventoso. Accade che la monotonia e la noia sommergano il poeta al punto che non appare più in grado di respingere il mondo e di resistergli, ma solo di cantare senza giungere a superare la sua disperazione. […] Può accadere che la poesia della Jāhiliyya divenga un desolato rimuginare sulla necessità tragica, apertura su un mondo che somiglia a un autentico campo di concentramento. Non sarebbe possibile piantarvi la tenda e nemmeno ascoltare il passo del nemico che spunterà, comunque, all’improvviso”.

*Termine con cui i musulmani indicano il periodo precedente la missione profetica di Maometto

Nell’universo concentrazionario, “un luogo senza tempo… ma anche un tempo di pietra, sospeso, sporco e immorale”, cose ed eventi trascorrono fugaci e impalbabili come nuvole all’alba. Nel chiuso della cella si agitano spettri, vividi e reali, ricordi del mondo vissuto, apparenze che da un pozzo d’inconsistenza prendono forma e si fanno carne poetica. Sogno e veglia si confondono, mentre il recluso tende l’orecchio ai minimi soffi vitali e aguzza la vista per scorgere le ultime ombre dentro “un’oscurità che divorava perfino le stelle”. Il poeta crea in sé un universo e gli soffia dentro dignità ed esistenza. Il poeta sgancia le catene dai polsi e delega a cavalli lanciati al galoppo e a palme agitate dal vento il messaggio nascosto nel canto. Solo la poesia permette al dissidente incarcerato di non scivolare nell’assenza e di non perdere se stesso, poiché “la libertà che è in noi è più forte delle prigioni in cui siamo”. La si può ritrovare, questa libertà irriducibile, spremuta in una Lacrima:

 

Può la lacrima

essere pietra

o essere fiore

diglielo pure

io e te ne siamo testimoni

da lungo pianto.

 

Faraj, una volta scontato il periodo di reclusione in assoluto isolamento, viene trasferito a Sednaia, dove può incontrare i propri familiari e, finalmente, far uscire clandestinamente le sue poesie, scritte su cartine di sigarette nascoste nel telaio di piccoli quadretti che regala alla figlia di dieci anni.  “Raccomandavo a mia figlia e ai miei familiari di rompere i quadri e conservare i fogli finché non fossi uscito, senza guardarli, a meno che la mia vita non si fosse spenta in carcere”. Pur avendo chiesto esplicitamente di non inviare nulla alle case editrici, per evitare che i contenuti delle poesie potessero dare adito a misure di ritorsione, una prima raccolta di Faraj viene pubblicata in Libano a metà anni Novanta. È l’inizio di una campagna internazionale per sostenere la causa della sua liberazione, abbracciata dall’allora presidente francese Jacques Chirac. Viene rilasciato nel 2000.

Passano sultani senza sogni

trascinano bare

che chiamamo troni

è proprio vero?

ci chiediamo

come hanno vinto?

Solo le sconfitte hanno vinto.

 Solo le sconfitte hanno vinto. A livello politico, è la cruda verità. Faraj ha creduto alla primavera araba, da lui definita “l’autunno dei tiranni”. Si sbagliava. Fondamentalisti macellai si contendono il Medio Oriente. Sulla Siria già oppressa da decenni di dittatura, ora violentata da sei anni di guerra civile, maciullata da Assad figlio, dall’ISIS, dalle bombe del governo e da quelle dei jihadisti, dai missili tomahawk di Trump, dai raid russi, campo di battaglia per sunniti, per sciiti, per i curdi, smembrata da forze affiliate al male, dimenticata dall’ONU, svenata dall’afflusso all’estero di milioni di profughi, risuonano infine questi versi, scritti nel carcere di Sednaia nel febbraio 1993, come un monito, un’epigrafe, un presagio ultimo e definitivo:

Chiamo:

non cerco una fossa comune

ma una nazione.

 

Alessandro Vergari

(Faraj Bayrakdar, Il luogo stretto, Nottetempo 2016)

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