Karl Kraus, umore di tenebra

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A cinque anni dalla pubblicazione per i tipi pianobisti (collana Elementi), ripropongo in versione snella il testo introduttivo del volumetto Non c’è niente da ridere, antologia di sentenze, invettive e caustiche missive – con una discreta quota di materiale inedito. L’elemento della tavola degli elementi era il berillio.

Cronista, polemista, satirista. Egotista. Equilibrista della parola. La lista degli appellativi da affibbiare a Karl Kraus potrebbe allungarsi e risultare sempre incompleta, o ancor peggio ingenua nel voler impallinare una personalità così spinosa e urticante con armi meramente ludiche, un gioco di parole e via. D’altro canto, Kraus ha combattuto una vita intera trincerato dietro la copertina rosso fuoco della «Fackel», e l’unica arma che riconosceva era quella della Sprache, della lingua, una fiaccola da tenere alta per illuminare i tempi bui e fare ritorno, presto o tardi, all’Ursprung (‘origine’), stato primigenio innocente e naturale. La parola krausiana – giocosa, oltre che irriverente – mira a restituirci una realtà senza filtri, e soprattutto a denunciare ogni tentativo di tradirla mediante la menzogna, la retorica più sfrontata, le blandizie della propaganda. Kraus è stato sì un parolaio, un giocoliere della lingua, ma invece di barricarsi nella torre d’avorio dei letterati ha sempre preferito sparare a vista sugli altri parolai, su chi la lingua non la usava per dire verità scomode, bensì per camuffarle.

Il 10 aprile 1899 uscì il primo quaderno della «Fackel», finanziato con i soldi paterni. Mese dopo mese la pubblicazione krausiana per eccellenza prese a circolare sempre di più fino a tramutarsi in una dignitosa fonte di reddito, una garanzia d’indipendenza. Trentasette anni, dall’aprile del 1899 al febbraio del 1936. 922 numeri – spesso accorpati – scritti quasi interamente dal solo Kraus, salvo un breve periodo tra il 1910 e il novembre del 1911 durante il quale egli “tollerò” la presenza di collaboratori quali Peter Altenberg, Adolf Loos e Frank Wedekind. In totale, 25.000 pagine stampate di dimensioni 12,5 x 19 cm, una più una meno. La folle, grandiosa impresa della rivista «Die Fackel» rappresenta un caso forse unico nella storia della letteratura occidentale, non solo per mole, durata e successo, ma anche per la figura carismatica del suo autore, fumantino one man band dalla lingua dirompente. Una lingua che Kraus amava mettere in pratica anche a voce, tanto da diventare un conferenziere conteso da mezza Europa. Spesso, e malvolentieri, Kraus abbandonava Vienna per tenere discorsi a Praga, Berlino o Parigi, dove nel 1925 un gruppo d’intellettuali facenti capo alla Sorbona sostenne la sua candidatura per il Nobel. Ma già dieci anni prima, nella silloge Sebastian im Traum, il poeta espressionista Georg Trakl aveva dedicato un componimento al celebre polemista Kraus. Eccola:

Weißer Hohepriester der Wahrheit,

Kristallne Stimme, in der Gottes eisiger Odem wohnt,

Zürnender Magier,

Dem unter flammendem Mantel der blaue Panzer des Kriegers klirrt.

Candido gran sacerdote della verità,voce cristallina in cui dimora l’algido anelito divino, collerico mago sotto il cui mantello fiammeggiante tintinna l’azzurra corazza del guerriero.

La lingua di Karl Kraus come un belligerante sortilegio volto a tutelare la verità e a debellare i mezzucci della stampa, la pseudo-cultura dei “farisei”. Una missione non da poco, che anche il guerriero più motivato faticherebbe a compiere senza un minimo di conforto e sostegno. Malgrado la spiccata misantropia (acuita da un’imperdonabile misoginia), Kraus era in realtà un normalissimo uomo del suo tempo, con una discreta cerchia di amicizie e modelli letterari di chiara estrazione mitteleuropea. Eccone alcuni. Cesare Cases (autore dell’introduzione a La muraglia cinese, a cura di Paola Sorge, Lucarini, Roma 1989) scrive che «Vi era in lui una vena popolana, rifacentesi alla tradizione viennese di Nestroy e di Offenbach», Michele Cometa (che ha scritto l’introduzione a Elogio della vita a rovescio, a cura di Nada Carli, Studio Tesi, Pordenone 1988) cita Georg Christoph Lichtenberg, mentre Christian Wagenknecht (nella postfazione a Lob der verkehrten Lebensweise, Suhrkamp, Francoforte sul Meno 1999) torna addirittura a Friedrich Schiller e alla sua teorizzazione della satira per affermare come la vena di Kraus sappia produrre sia invettive scherzose, sia “patetiche”, severe e sferzanti. Una versatilità che fa di lui l’autore di lingua tedesca che più di tutti ha saputo riportare in auge la satira aggiornandola ed elevandola a strumento di contrasto della “voce del padrone” diffusa a mezzo stampa. Per farsi un’idea dei due registri schilleriani di cui parla Wagenkencht basta mettere a confronto un testo bonario e svagato come Elogio della vita a rovescio e la sfuriata con nomi e cognomi de Il Gian Salsiccia. La gamma dei toni krausiani va dal ghigno un po’ snob all’aggressione livorosa pura e semplice, come quelle che dovette sopportare Maximilian Harden. È, questa sua modalità d’attacco frontale, il «linguaggio dell’apocalissi» di cui parla Cesare Cases, che nell’introduzione succitata affronta anche il tema delle amicizie di Kraus. Al suo fianco, almeno in spirito, vi erano il già citato Peter Altenberg «con la sua scarnificante ironia ebraica» e soprattutto Adolf Loos, urbanista e studioso dell’architettura. «Adolf Loos e io» afferma Kraus in un brano tradotto da Cases «lui letteralmente, io linguisticamente, non abbiamo fatto altro che mostrare che c’è differenza tra un’urna e un pitale e che proprio per questa differenza scende in campo la cultura. Gli altri però, i positivi, si dividono in quelli che usano l’urna come pitale o il pitale come urna». Anche Cometa evoca scenari da finis mundi (o da finis Austriae) nel saggio Cronache dall’Apocalisse, soffermandosi sull’arte satirica di Kraus e il ricorso mortale ai virgolettati. Cometa chiarisce il punto dando la parola a Elias Canetti: «Karl Kraus aveva il dono di condannare gli uomini usando le loro stesse parole». Si tratta di un aspetto centrale analizzato anche da Irene Fantappiè (in Con le donne monologo spesso, Castelvecchi, Roma 2007), che propone una disamina della “negatività” di Kraus applicabile a tutta la sua opera:

È la pars destruens a prevalere: le teorie altrui vengono messe tra virgolette, citate e rovesciate. Solo di rado la scrittura-citazione di Kraus porta avanti tesi che non siano distruttive o decostruttive; si attiene sempre, invece, al proprio carattere ‘accusativo’. Kraus scrive per citare i propri nemici, e li cita per condannarli con le loro stesse parole. Citare significa citare in giudizio. Non è dunque un caso che le posizioni di Kraus sembrino, a una prima occhiata, contraddittorie. Di volta in volta Kraus veste i panni del misogino e del paladino della libertà del sesso femminile, del misantropo e dell’avvocato dei diritti del singolo, del difensore della morale e del peggior nemico della morale stessa. Non si può però parlare di incoerenza (sarebbe insensato, oltretutto, anche per via del supporto: il giornale «Die Fackel» è un perenne work in progress che nasce nel 1899 da un Kraus poco più che ragazzo e muore con lui nel 1936, è un mezzo di comunicazione che segue l’evoluzione personale dell’autore, quella travagliata della città di Vienna, quella tragica della storia europea d’inizio Novecento). Al contrario, questi testi hanno una loro coerenza interna: e risiede nella loro aderenza alla caratteristica principale della scrittura krausiana – alla sua essenza destruens, appunto. D’altra parte, analizzando il contesto culturale emerge come questa scrittura debba misurarsi con un gruppo di avversari assolutamente disomogeneo. La varietà degli atteggiamenti, dunque, è diretta conseguenza della varietà degli interlocutori – che si traduce, poi, in una molteplicità di testi da decostruire e di armi linguistiche da utilizzare.

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I quaderni fiammeggianti a firma Kraus sono quindi un nugolo indistricabile di citazioni, non sempre dichiarate, per comprendere le quali bisognerebbe fare un viaggio nel tempo e vivere prima manu la Vienna d’inizio Novecento, incrociare i suoi personaggi pubblici, orecchiare le diatribe e gli scandali all’ordine del giorno, sorbirsi la cartellonistica che domina la parte finale della satira Il mondo dei manifesti. L’apparizione della «Fackel» fu come un fulmine a ciel sereno nella raffinata capitale dell’Impero austro-ungarico, tant’è che le prime parole del numero uno della rivista recitano: «In un’epoca in cui l’Austria minaccia di crepare di noia…». Segue, a poche righe di distanza, un selvaggio grido di battaglia lanciato dall’editore e ideatore del foglio riassunto in un (primo) gioco di parole di difficile traduzione. Già nell’aprile del 1899, infatti, Kraus si rivolse ai suoi venticinque lettori con toni semiapocalittici, scrivendo che la questione non era «was wir bringen» (‘cosa portiamo’, ‘qual è il nostro apporto’) bensì «was wir umbringen» (‘ciò che ammazziamo’, ‘quel che ci togliamo di torno’). Nel mirino del Kraus venticinquenne vi erano gli obiettivi di una vita intera, a cominciare dalla vastissima palude dei luoghi comuni mitteleuropei da bonificare in maniera urgente e radicale. E le idee per farlo non gli mancavano di certo, svelte come giaguari – una metafora adoperata nell’ultima pagina dell’ultimo numero, nel 1936 – e orgogliosamente in prima persona, in barba alla progressiva massificazione e alla spersonalizzazione delle idee. Solo di fronte a un argomento Kraus alzò le mani al cielo: «Mir fällt zu Hitler nichts ein» (‘Su Hitler non mi viene in mente nulla’) è l’incipit de La terza notte di Valpurga, accorato j’accuse contro una dittatura, quella nazionalsocialista, che «domina tutto salvo la lingua». Per Karl Kraus, che morì due anni prima dell’Anschluss, l’unico Lebensraum degno di questo nome era costituito proprio dalla lingua, un bene da conservare e accrescere senza sosta.

Il 27 maggio 1914 Kraus si presentò al Beethovensaal di Vienna per una lettura pubblica. A mo’ di fuori programma presentò agli astanti alcune immagini prelevate dal flusso dell’attualità viennese, e dedicò loro un commento al vetriolo. A fare di Kraus un personaggio scomodo, un Nestbeschmutzer eccellente e mal visto in molti salotti buoni contribuì anche il carattere creativo e imprevedibile della sua produzione, il suo fiuto infallibile per l’assemblaggio di prodotti “virali” e la manipolazione dei messaggi istituzionali, meglio se pomposi e paludati. Di persona o per iscritto, Kraus sapeva sempre come muoversi sulla scena pubblica o come tornare di colpo alla ribalta, ad esempio nel luglio 1934 tramite la pubblicazione di un maxinumero della «Fackel» dopo dieci di mesi di silenzio. Il quaderno, anzi il volume reca il titolo Warum Die Fackel nicht erscheint (‘Perché la Fackel non esce’) e consta di ben 315 pagine…

Al giorno d’oggi, un bastiancontrario come Kraus avrebbe molto probabilmente un blog, cinguetterebbe su Twitter a velocità supersonica e avrebbe la sua dose di magagne con le politiche di certi social network assai popolari. È un paragone kitsch, ma con un occhio alla prosa di Kraus questa dimostrazione per assurdo acquista un briciolo di valore se la si ribalta, se immaginassimo cioè di leggere, tra cent’anni, i post più popolari dei giorni nostri. Pensiamo a tutte le licenze avanguardistiche che si concede la lingua in rete, agli umori spesso sovraeccitati, ai riferimenti privi di note (al massimo un fragile link) indirizzati al qui e ora, alla prima notizia di qualche giornale online, alla marea montante delle indiscrezioni pronte a farsi divorare dal prossimo pesce grosso dell’oceano mediatico. Ciò che oggi ci risulta evidente, perché è l’acqua in cui sguazziamo, tra un secolo o anche meno potrebbe non esserlo più. Ecco, leggere Kraus significa tuffarsi nella vita vera della Vienna di un secolo fa, un’esperienza a due facce. Da un lato ci troviamo alle prese con soggetti vagamente famigliari: giornalisti furbastri, politici incompetenti, attori vanesi e direttori artistici da buttar giù dalla torre. Dall’altro, la grafomania di Kraus risulta più improntata all’immediatezza della pubblicazione che alla limpidezza dei riferimenti. Per l’epoca, facili da decrittare se non lapalissiani. Per noi, a tratti, spiazzanti. Ma questo è solo un problema relativo all’identità dei peccatori. Sui peccati additati da Kraus, e sul loro corrispettivo odierno, dubbi non ce n’è. Kraus seppe tradurre questo sforzo anche in un’arte che in apparenza non ha nulla a che spartire col fiume di parole della «Fackel»: l’aforisma. Non a caso, il testo krausiano più noto in Italia è l’antologia Detti e contraddetti a cura di Roberto Calasso, prima edizione Adelphi, Milano 1972; gli Sprüche und Widersprüche uscirono originariamente nel 1909, seconda raccolta ordita da Kraus a latere della «Fackel» dopo Sittlichkeit und Kriminalität, 1908. Rispetto alle satire, alle glosse e ai vari scritti d’occasione, gli aforismi hanno il vantaggio dell’universalità e solo di rado citano nomi o circostanze che richiedono una conoscenza specifica. L’aforisma castiga una categoria: il giornalista, lo storico, il politico, lo studioso. Nell’arte aforistica, Kraus ha dimostrato un afflato degno di Wilde o Balzac, con perle quali «Un aforisma non si può dettare su nessuna macchina da scrivere. Ci vorrebbe troppo tempo» oppure «Un aforisma non ha bisogno di esser vero, ma deve scavalcare la verità. Con un passo solo deve saltarla» (entrambi tratti dalla sezione Scrivere e leggere, traduzione di Calasso). Nei confronti dei suoi amati concittadini una volta scrisse che «Il viennese non andrà a fondo, ma al contrario ascenderà sempre, fino a impiccarsi» e nel 1915, in piena guerra mondiale, ebbe l’intuizione dada di annotare «La bourse est la vie».

Ecco, spingersi nelle lande krausiane equivale a risalire corsi d’acqua turbolenti alla ricerca di un uomo il cui nome comincia per K., uno che ama osservare il mondo in cagnesco alla luce di una fiaccola. Questo perché, come scrive Ernst Fischer, «la sua opera è uno sterminato regno di tenebra» (in Karl Kraus, Robert Musil, Franz Kafka, presentazione di Lucio Lombardo Radice Firenze, traduzione di Salvatore Barone, La Nuova Italia, Firenze 1973).

Simone Buttazzi

Simone Buttazzi (Bologna, 1976) vive a Berlino dal 2006. Traduce dal tedesco (Duve, Setz, Pressler, Jünger) e dall’inglese (romanzi YA e saggi antispecisti). È attivista LGBT+ e membro di Strade, la sezione sindacale dei traduttori editoriali. Nel 2012 ha pubblicato con Gabriella Di Cagno il vademecum Tutti a Berlino per Quodlibet, che ha visto una seconda edizione aggiornata e ampliata nel 2014.

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