RAUL AREVALO: LA VENDETTA DI UN UOMO TRANQUILLO

vendetta

Il desiderio di vendetta è un sentimento piuttosto cinegenico tanto da essere motore di moltissimo cinema western e noir e infine ritagliarsi un genere tutto suo, il cosiddetto Revenge movie, ulteriormente declinabile nel Rape and revenge, forse la sua deriva più estrema. Evidentemente è facile fare presa sul pubblico raccontando una storia di giustizia tradita e conseguente vendetta, ed è altrettanto facile, per la delicatezza del tema, arenarsi in secche ideologiche. Raul Arévalo, attore spagnolo protagonista dell’ottimo La isla minima di Alberto Rodriguez, esordisce nella regia con questo La vendetta di un uomo tranquillo, premiatissimo in patria sia dal pubblico che dalla critica perché evidentemente portatore di tematiche e contenuti sensibili.

Arévalo ci racconta la storia di un uomo come tanti che, fedele all’adagio che vuole la vendetta un piatto da servirsi freddo, aspetta otto anni e quindi la scarcerazione di un complice degli assassini della sua ragazza, per punire i responsabili del suo lutto. Il  piano da lui ordito è tanto semplice quanto diabolico. Circuisce la moglie del galeotto fino a sequestrarla e costringe quest’ultimo ad accompagnarlo dai suoi complici. Il finale riserverà anche un’amara sorpresa.

Guardando il film di Arévalo mi è tornata in mente una frase di Paul Schrader a proposito di Rolling thunder, film diretto da John Flynn nel 1977 a partire da una sua sceneggiatura. Anche Rolling thunder era la storia di una vendetta: quella di un militare reduce dal Vietnam ai danni di una banda di malfattori che gli ha sterminato la famiglia. Sulla carta, il personaggio, parente stretto del Travis Bickle di Taxi driver, altro script fondamentale schraderiano, era descritto come razzista e fascista e quest’ultimo dettaglio venne rimosso per volere della produzione tant’è che il protagonista del film, interpretato da William Devane, ci appare come un uomo in cerca di pace e tranquillità, desideroso solo di lasciarsi alle spalle l’esperienza della guerra. Scelta fortemente contestata da Schrader che, per l’occasione, osservò che privare il suo protagonista delle tendenze fasciste, le trasferiva direttamente sul film, trasformando la storia di un Raskolnikov americano e del suo cuore di tenebra in una più banale e discutibile celebrazione della giustizia fai da te . È un po’ l’impressione che mi ha dato questo La vendetta di un uomo tranquillo, sicuramente un film ben fatto, con una sua idea di regia precisa seppure di non sconvolgente novità (grana da 16 mmm, fotografia “sporca”, macchina a mano) e un intreccio implacabilmente lineare. La pellicola di Arévalo ha un altro suo punto di forza nella capacità di economizzare strumenti e linee di racconto. Non si sprecano inquadrature e anche l’esecuzione finale viene risolta con un bel fuori campo alla William Wellman: il rumore di uno sparo e la fiammata dell’arma che illumina per un istante la finestra. Eppure è proprio la sua ostentata sobrietà a far cadere la tensione ideologica fra opera e spettatore che un film come questo e con tali tematiche guadagna a conservare. La tensione di cui parlo non veniva trascurata, per esempio, dal vecchio Michael Winner e dal suo tanto vituperato Il giustiziere della notte che, partendo da un’ottica sicuramente non progressista, riusciva comunque a essere molto più disturbante e complesso di La vendetta di un uomo tranquillo e a sollevare un numero maggiore di dubbi. Non parliamo poi di Peckinpah e del capolavoro Cane di paglia. Altro film attaccato da destra e da sinistra per le sue implicazioni liberamente darwiniane, Cane di paglia chiudeva su un panorama da incubo la ribellione di un uomo comune alle leggi del branco. Insomma sia Peckinpah che Winner mettevano in scena un mondo in cui vendetta, violenza e difesa del territorio erano scelte inevitabili e in fin dei conti giustificate ma le conseguenze prodotte gettavano i protagonista dritti all’inferno, privandoli della loro umanità. Da questo punto di vista Arévalo mi sembra molto più indulgente e il suo discorso infinitamente più ambiguo. Il suo eroe è insieme inesorabile e manipolatore ma è anche Monsieur tout le monde e nel raccontarci la sua storia l’autore non sembra nutrire alcun dubbio, va per la sua strada costruendo un film unicamente fatto di sostantivi ed evitando accuratamente gli aggettivi. Scelta rispettabilissima e per certi versi anche coraggiosa. Restano l’aureo motto di Schrader e la preferenza per un cinema sofferto, dubbioso  e straziato dalle proprie contraddizioni.

Fabio Orrico

 

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