Nostra Signora Efferatezza

Witches Sabbath Francisco Goya

Stavo leggendo un libro “maledetto” della letteratura sudamericana, Gli Innocenti di Oswaldo Reynoso, quando, sfogliando un po’ distrattamente l’agile volumetto (edito da Sur circa un anno fa, poco prima che lo scrittore peruviano morisse), mi sono imbattuto nell’esergo di Jean Genet, che inizialmente mi era sfuggito: «avevo sedici anni…, nel mio cuore non lasciavo nessun posto dove potesse trovare asilo il sentimento della mia innocenza».

Caso vuole che abbia visto di recente uno spettacolo teatrale ispirato al grande autore di Querelle de Brest, messo in scena al teatro Petruzzelli dalla prodigiosa Compagnia della Fortezza di Armando Punzo, e sempre il caso vuole che tutte queste sollecitazioni siano arrivate in una delle settimane più feroci nella storia recente d’Italia. La notizia dello stupro, reiterato negli anni, di un tredicenne disabile a Giugliano da parte di un gruppo di coetanei; l’assassinio di due bambini a martellate perpetrato dal padre poi suicidatosi; donne uccise da uomini, spesso mogli scannate da mariti, ormai un grande classico delle nostre cronache nere; infine, in un parossisimo di crudeltà a suggello della mattanza, il pestaggio assassino di Alatri. Con un doppio corollario: il primo, il dibattito politico avvitato sul diritto di uccidere l’invasore della propria sfera privata ed il superamento del concetto di legittima difesa; il secondo, il ruolo pervasivo dei media e dei social network nella cronaca degli eventi, ovvero il passaggio dalla narrazione critica del giornalismo di un tempo alla propagazione e riproduzione algida dei fatti, riscaldata dal fuoco senza compassione degli haters. Complessivamente, si assiste allo spegnimento delle ultime scintille di empatia.

Ero immerso nei racconti di Reynoso, dove i protagonisti sono ragazzi di vita sudamericani, disperatamente sensuali, ebbri di una gioia incandescente, che scoppia tra le mani come lava che incenerisce e purifica l’esperienza della strada. Similmente, perchè loro “parenti” europei, i marinai e le puttane di Genet sono bestemmie viventi, lingue che squarciano come lame la doppia morale dei benpensanti (infatti alla “buona” borghesia barese, tutta pellicce e botox, lo spettacolo non è piaciuto). Gli umiliati di Santo Genet e de Gli Innocenti, oppressi e santificati nel proprio essere carne, sono l’agnello sacrificale delle nostre ipocrisie. Quanta distanza tra quel mondo di poetica delinquenza e Nostra Signora Efferatezza, onorata da tutte le mazze ferrate tricolori. Che differenza, antropologica e sociale, tra la vecchia malavita delle borgate e l’odio ferino dei non-luoghi postmoderni, la culla di veleno in cui sta affogando la provincia italiana, la periferia italiana, la casa italiana, e probabilmente il cuore stesso degli italiani.

Ero entusiasta della prosa di Reynoso, satura di colori, un trionfo di sinestesie. Si apre un solco tra questo caleidoscopio immaginifico, dolente, magico e il piatto nichilismo della nostra cronaca nera, schiacciata sull’evidenza biologica del corpo morto, sul lamento inutile dello psicologo modaiolo.

Il semaforo è una caramella alla menta… Il sole, violento e selvaggio, si rovescia sull’asfalto, in una pioggia dorata di polvere… Con quella camicia sarei ancora più pallido. Mi comprerei un paio di pantaloni neri. Mi comprerei degli occhiali scuri. Avrei l’aria da nottambulo «pronto alle estreme conseguenze di una vita intensa», come dice il Choro Plantado, l’ubriacone del mio isolato. E i miei diciassette anni, magari, diventano venti.

Matteo Nucci, nella prefazione, scrive che le storie di Reynoso “ci raccontano l’innocenza incomprensibile di qualsiasi adolescenza pronta a finire come fumo o sogno ma, mentre ce la raccontano, ci spingono ad aprire la bocca, gli occhi, le narici, i pori della pelle”. Faccia d’angelo, Rossetto, Carambola, Mani Alate sciamano per le vie di Lima e rischiano di avvilupparci con il canto delle sirene della loro esuberanza. Hanno nomi d’arte che nascono da un sostrato di furbizia e complicità tutta criminale, ma di una razza o specie ancora umana. Come nelle canzoni di Fabrizio De Andrè, il farabutto legge negli occhi dell’altro il limite tollerabile del reato e scopre una tara ereditaria di trasgressione identica alla sua, indispensabile per resistere alla violenza della vita e alla sopraffazione implicita nell’ordine costituito.

E tra un attimo spacco il culo a quel tipo che fa finta di guardare la vetrina e in realtà mi sta mangiando con gli occhi. È lì, guarda che ti guarda. Penserà: camicia rossa, inesperto a letto. Faccio finta di non vederlo. Ha lo sguardo che brucia. Di sicuro sono arrossito. Gli piace: innocenza e peccato. È nervoso. Non osa rivolgermi la parola. Gli pianto gli occhi addosso, quasi per gioco, così si vergogna. Distoglie lo sguardo. Guardo la camicia. Lui mi guarda. Io lo guardo. E lui guarda la camicia. Meglio se sorrido… Qualche giorno fa uno di quelli mi ha seguito per venti isolati… Poveretti! Sembrano cani affamati, bastonati, scacciati. Cazzo!, ma non puoi darti in pasto a quella gente.

Ero entusiasta della prosa. Poi, leggendo, mi è venuto in mente Pietro Maso, il patrono dell’Italia contemporanea costruita sugli sghei e sulla modernizzazione senza sviluppo di pasoliniana memoria. Pietro Maso,  il primo anello di una catena che conduce a Novi Ligure e oltre, nel buio pesto dell’orrore delle villette, dove la famiglia implode, Olindo e Rosa, Cogne… Un’Italia a cui letteralmente manca la parola per esprimere il disagio, per esorcizzarlo, per dare ad esso una forma oggettivamente comunicabile, sia pure nei termini di brutale rappresentazione. Una latitanza di espressione che veniva già colta da Pasolini nel suo celebre articolo intitolato Il genocidio e pubblicato negli Scritti corsari: «ad un certo punto il potere ha avuto bisogno di un tipo diverso di suddito, che fosse prima di tutto un consumatore, e non era un consumatore perfetto se non gli si concedeva un certo grado di permissività sessuale… O infine un terzo modello, che io chiamo dell’afasia, della perdita della capacità linguistica». Pasolini si riferisce in particolare alla «meravigliosa vitalità linguistica» delle regioni meridionali, andata irrimediabilmente perduta con l’incedere della civiltà dei consumi e con la conseguente standardizzazione del lessico.

Il procuratore capo di Frosinone, Giuseppe De Falco, che si sta occupando dell’omicidio di Alatri, ha dichiarato che “gli indagati sono riconducibili ad ambienti delinquenziali e non è da escludere che abbiano agito per affermare una propria capacità di controllo del territorio”. Gli undici minorenni colpevoli di ripetute violenze sul disabile di Giugliano si davano appuntamento via Whatsapp (ecco il virtuale che collassa sul reale, ecco la perdita di confini), pregustando il sapore della vittima con la stessa facilità con cui si può pregustare il caffè al bar la mattina, prima di andare in ufficio. L’uomo di Trento, che ha massacrato i propri figli, cito dalla Voce del Trentino, “aveva cominciato a giocare nel mondo della finanza dopo la vendita dell’appartamento di Mezzocorona facendo credere che il lavoro andava alla grande. Avrebbe anche confidato alla moglie di possedere grazie a speculazioni finanziarie e operazioni in borsa la cifra di 15 milioni di dollari, mostrati alla ignara moglie su conti correnti abilmente artefatti sulle schermate del computer di casa. Poi, finiti i soldi arrivati dalla vendita della casa di Mezzocorona, per lui deve essere cominciato il dramma interiore che lo ha portato all’efferato omicidio dei figli e al suo suicidio. L’uomo in poche parole non ha mai trovato il coraggio di dire la verità alla moglie. Non voleva che la sua famiglia cambiasse il bel tenore di vita. Non voleva prendere consapevolezza del suo fallimento che avrebbe cambiato per sempre lo stile agiato di vita della sua famiglia”.

Trentino, Ciociaria, Campania: i fatti di sadica violenza che hanno attraversato l’Italia negli ultimi tempi rimandano tutti allo spaesamento epocale prodotto dalla perdita di riferimenti “altri”, che non siano quelli premoderni del gruppo o dello status sociale. Dovremmo avere il coraggio di dire che il problema è politico, perché ci troviamo di fronte a soggetti incapaci di evolversi e di sentirsi inseriti in una comunità tra pari. Ed è anche la perdita del sentimento del mondo esterno, l’impossibilità di guardarsi con occhi diversi dai propri. Il “branco” è uno specchio opaco. Forse è questa la degenerazione ultima di quell’Italia delle appartenenze che Longanesi e Flaiano denunciavano nei loro scritti. Nessun legame “romantico” con il territorio, ma solo appropriazione di spazi e di corpi altrui. Ad Alatri, i balordi che hanno giustiziato Emanuele Morganti temevano che anche una banalissima precedenza (il cocktail servito prima al ragazzo inerme che a loro) potesse incrinare il dominio totale stabilito sua una piazza; a Giugliano, il gruppo aveva come unico collante, in un’infanzia distorta da mille sollecitazioni sbagliate, un rituale di umiliazione dell’indifeso; a Trento, la falsa unità della famiglia si sublimava nel lusso levigato di agi altoborghesi impossibili da sostenere. Tre casi di irreversibile perdita di innocenza, non più reperibile, quest’ultima, nemmeno nel più sperduto angolo del cuore. Per l’innocenza non più asilo, ma esilio permanente.

L’ultima frontiera del consumo è la violenza, perché anche la violenza si consuma come ogni merce che si rispetti. Stanley Kubrick in Arancia Meccanica profetizzava una violenza artefatta che stabilizzasse dall’alto l’ordine sociale. Ora non è più così, o almeno non solo. Oggi si produce violenza per scambiarla, dentro una comunicazione spesso orizzontale. Al netto di una Giustizia di Stato percepita nella sua distanza e insufficienza, riparare un tessuto sociale lacerato da un atto di pura denigrazione o da un omicidio “per futili motivi” è impresa che appare disperata, i conti non tornano e il cerchio non si chiude. Altra violenza, fisica o psicologica, quindi, entra in circolo. E se il mezzo per diffonderla è impersonale e universale come può esserlo un canale youtube, allora Nostra Signora Efferatezza si espande senza trovare ostacoli.

Incolpare la droga, sulla scia di molti commentatori, quasi che la cocaina abbia prodotto di per sé l’evento criminale di Alatri, è invece un comodo alibi, perché l’uso di stupefacenti riflette sempre la storia culturale dell’umanità. «Le dittature del futuro priveranno gli esseri umani della loro libertà, ma in cambio gli daranno una felicità che, come esperienza soggettiva, sarà nonostante tutto reale in quanto chimicamente indotta», scriveva Aldous Huxley ne Il mondo nuovo (1932!). Non evasione dall’ordine, non la sovversione creativa tentata nelle sperimentazioni della controcultura degli anni Cinquanta e Sessanta, ma inserimento ferreo nelle logiche di prestazione del sistema: questo, per fare un esempio, accade con il Ritalin, che da farmaco è diventato la sostanza dopante per eccellenza della cosiddetta “economia dell’attenzione”, per studenti e lavoratori che vogliono, anzi, devono massimizzare le performance nei rispettivi campi di impiego. Lo sballo è solo il modo più rapido per calarsi una maschera sugli occhi e ingoiare un essere-nel-mondo radicalmente inautentico. E in cambio di tutto questo, appunto, si immette sul mercato la violenza nelle sue molteplici forme, il bene che non è bene, estremo paradosso di tutte le teorie economiche sul valore.

Ciambella, magari tu non ci credi, ma io ti conosco benissimo… Se hai sbagliato è per via della tua famiglia, povera e rovinata; per la tua “quinta”, caotica e degradata; per il tuo quartiere, che è un vero inferno; e per la tua Lima. Perchè ovunque a Lima la tentazione ti divora: biliardi, cinema, scommesse, bar. E i soldi. Soprattutto i soldi, bisogna trovarli a tutti i costi. Ma io so che sei bravo e che un giorno troverai un cuore all’altezza della tua innocenza.

Nostra Signora Efferatezza, che non sei nei cieli ma qui in mezzo a noi, dacci oggi una vittima da sbattere in prima pagina. È questo un amen che ci mozza il fiato prima ancora di pronunciarlo.

Alessandro Vergari

(In copertina: Witches Sabbath di Fransisco Goya)

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