ANNA BILLER: THE LOVE WITCH

orrico

La cinefilia è una vera e propria religione e su questo, da rigoroso osservante quale sono, non ho nulla da eccepire. Lo è dai tempi della nouvelle vague, quando alcuni ragazzi francesi (e figurati!) con l’ossessione del cinema, si rendono improvvisamente conto che, prima di loro, c’è stato Griffith e questa consapevolezza, se non cambia il cinema (cosa che comunque fa) di sicuro cambia il sentimento del cinema. Da allora ad oggi, forse con una leggera accelerazione negli anni 90, si intensifica il gioco post moderno del mezzo che riflette su sé stesso, metacinema che diventa ipercinema, dove lo schermo ingombro di immagini sembra quasi una pagina fotocopiata e fotocopiabile all’infinito. Quindi ecco i bravi ragazzi di Scorsese che prendono forma su un’esperienza di vita forte e partecipata, evolversi lentamente nei gangster nerovestiti (la stessa uniforme dei Blues brothers, tra l’altro) di Quentin Tarantino, ormai definitivamente satirizzati e messi fra parentesi. Le iene tarantiniane abitano un universo parallelo, il grande magazzino della cultura pop dove tra gli oggetti smarriti puoi trovare la valigetta radioattiva di Un bacio e una pistola. Posto da strizzatine d’occhio e ammiccamenti ma anche luogo in cui, con gesto tragicomico da impiegato kafkiano, puoi far schizzare le cervella di un poveraccio sul lunotto posteriore dell’auto, per semplice distrazione. Tutto questo per introdurre il delirio pop di Anna Biller, alla seconda prova nove anni dopo l’esordio Viva. Il film a cui mi riferisco si intitola The love witch, è interpretato da tale Samantha Robinson e va ben oltre l’idea di opera al secondo grado.

Nel raccontare la storia di Elaine, strega bellissima e letale in cerca del vero amore, la Biller dà sfogo a tutto la sua passione per la sexploitation degli anni ’60. Nelle sue immagini sentiamo l’eco del cinema più maleducato, impresentabile e raffazzonato. Gli spettacoli grindhouse da drive-in, Herschell Gordon Lewis e le sue trame sgangherate, i surf movies con Frankie Avalon e Annette Funicello (e occasionalmente un Buster Keaton al nadir della carriera), i B movies di Corman e giusto una spruzzata di nostalgia per lo sparatissimo technicolor sirkiano ma anche tutto ciò che esondava dallo schermo pur alimentandolo: il movimento hippy e il satanismo californiano, Jayne Mansfield e Anton La Vey, i numeri di burlesque e il gotico americano (via Hopper filtrato da Hitchcock), tutto questo qualche anno prima che venisse assorbito dalla grande spugna della New Hollywood e riformulato in nuova e bella forma.

Ma cosa aggiunge di nuovo Anna Biller? Io direi l’ingenuità. O meglio, più che aggiungerla la preserva. Il suo è cinema prima della crisi, magari solo un istante prima ma comunque questo è il tipo di patto che intende siglare con lo spettatore. I personaggi monodimensionali, la goffaggine dei dialoghi, la ripetitività dell’intreccio narrativo sono elementi organici al discorso autoriale della regista statunitense e finiscono per essere più oltraggiosi e provocatori di tanti manifesti post moderni.

Messa in scena e fotografia si propongono come mimesi maniacale dell’immaginario evocato, tanto che più di un’inquadratura di Elaine intenta a preparare le sue pozioni magiche sembra essere direttamente prelevata dal serial Strega per amore, anche in termini di grana dell’immagine. La Biller, innamorata del suo progetto e totalmente devota alla cura formale della sua creatura (suoi sono anche i costumi e le scenografie) ha però il torto di mettere in secondo piano la fluidità narrativa. Con le sue due ore, The love witch è decisamente troppo lungo per quello che racconta e un minutaggio più contenuto (sarebbero stati perfetti i canonici 77 minuti da B-movie) avrebbe regalato maggior freschezza al film.

Difficile, con un’opera come questa, non impostare un qualunque discorso critico sui suoi valori formali ma l’ostinata ricerca dell’uomo ideale compiuta da Elaine e la sua disponibilità nell’incarnare i desideri erotici maschili fanno pensare anche a una satira femminista. Abbiamo a che fare con una compiacenza pressoché totale che spiazza l’uomo trasformandolo in vittima designata. Lo sfondo è quello di un’America colta nel suo volto più falso, da spot pubblicitario. Forse è proprio questo il punto: Anna Biller gira un film del 1962 nel 2016. L’America e il suo cinema sono radicalmente cambiati ma i personaggi di The love witch, ahiloro, non lo sanno.

Fabio Orrico

 

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