Dunque cerca di vivere

copertina-foderaro

«Verso il 1942 vedo arrivare al Flore un signore che restava all’apertura fino a mezzogiorno e da dopopranzo fino alla chiusura. Veniva frequentemente con una signora e stavano spesso lontani l’uno dall’altro a dei tavolini diversi, ma sempre nello stesso angolo quando stavano giù. Sono restato a lungo senza sapere chi fosse. Il pomeriggio, nella sala del primo piano, li si vedeva, sempre con un grande fascio di carte, scribacchiare su fogli interminabili. Per lunghi mesi abbiamo ignorato i loro nomi, fino al giorno in cui al telefono chiedono del signor Sartre. Avendo un amico personale che rispondeva al nome di Sartre, ho detto alla persona al telefono che questo signore non c’era; questa persona insiste e richiede più volte del signor Sartre, assicurando che doveva essere in sala. Mi sono deciso a chiamare il signor Sartre, e ho visto alzarsi il nostro grande Jean-Paul che mi ha detto: “Io, mi chiamo Sartre”. A partire da quel momento è divenuto l’amico con cui chiacchieravo spesso la mattina; e, in seguito, le telefonate divennero così numerose che ritenni utile assegnargli una linea speciale. In seguito formò un gruppo con una banda di amici che gravitavano  intorno a lui, fino al giorno in cui, di fronte alla ressa dei suoi ammiratori e rompi… che lo prendevano per un fenomeno, ha lasciato il Flore per luoghi meno frequentati, anche se ogni tanto tornava con piacere a bere un bicchiere!»

Paul Boubal, padrone del Cafè de Flore, ritrovo per eccellenza degli intellettuali parigini durante la guerra (e oltre), descrive così il suo incontro con Sartre, indiscusso protagonista dell’esistenzialismo francese. E’ Boris Vian, poeta, commediografo, paroliere, trombettista jazz, vero animatore di quella straordinaria stagione culturale, a raccogliere la testimonianza di Boubal, “il re del quartiere”, nella surreale, esplosiva guida Manuel de Saint-Germain-des-Prés, un libro scritto per l’editore Toutain (tradotto in Italia grazie a Editori Riuniti, a cura di Daria Galateria), pubblicato nel 1950, l’anno del processo per Sputerò sulle vostre tombe.

Giuseppe Foderaro, scrittore dei luoghi urbani, milanese, giallista, devoto a Sartre e all’esistenzialismo, ha scritto Parigi in un retrobottega, un racconto lungo uscito in versione e-book nell’ottobre del 2016. Lodato dalla critica e ben recepito dal pubblico, Parigi in un retrobottega, ambientato in una stanza segreta del Cafè de Flore, non è una nostalgica rievocazione del tempo che fu. Uno dei suoi punti di forza sta proprio nel rinnegare le atmosfere patinate in stile ‘Parigi da cartolina’, nel rinunciare ad una rappresentazione ovattata e metafisica della capitale francese, nel voler uscire dal cliché del quanto-si-scrive-bene-dietro-i-vetri-di-un-bistrot, per affondare la penna nel dolore successivo agli attentati terroristici del 2015. Un dolore che si stempera in una ironia saggia, giocata in una polifonia di parole, gesti e atteggiamenti. Quattro uomini e due donne compongono La Setta degli Esistenzialisti Esistenti, che si riunisce, appunto, nel retrobottega del noto locale al numero 172 di Boulevard Saint-Germain, “avamposto in cui ripararsi dal mondo attuale e passarlo al vaglio critico dell’esistenzialismo”. Le riunioni si svolgono secondo regole precise e rituali codificati, e l’accesso alla stanza è consentito solo previa conoscenza di una parola d’ordine, che, nella fattispecie, è ‘Roquentin’ (il protagonista de La nausea di Sartre…).

La loro era una lotta di resistenza: resistenza contro l’imperversare della contemporaneità attraverso l’arma letale dell’esistenzialismo. Avevano anche una divisa da indossare in occasione dei loro incontri: la leggendaria maglia a dolcevita nera, indumento simbolo dell’esistenzialismo per antonomasia, che d’estate veniva sostituita da una maglietta nera, ma sempre il più accollata possibile. Derogare leggermente al protocollo per il caldo sì, ma senza esagerare.

Foderaro riprende una struttura classica, mutuata dal Decameron. Ogni personaggio corrisponde ad un tipo umano che a sua volta rimanda ad una zona specifica di Parigi, Claude (Montparnasse) è il cioraniano, eterno solitario, burbero ma dal “buon cuore”, Jacques (Père-Lachaise), il professore idealista che “crede fermamente nel valore dell’istruzione”, Roger (Marais), il dandy libertino “con un gran fiuto per gli affari”, Laurént (Pigalle), lo chef elegante e attivista gay, Catherine (16° arrondissement), la giornalista marxista che vive negli agi altoborghesi, infine Florence (Parc Monceau), la hippie bisessuale, giramondo, traduttrice e interprete. Anziché la peste, a flagellare Parigi sono gli attentati e la paura del terrorismo. Ad ogni riunione, si leggono passi dalle opere sartriane, scelti democraticamente, a seconda dei fatti di stringente attualità (mentre in Boccaccio era un ‘re’ appositamente scelto dal gruppo ad indicare il tema della giornata). Anche l’intento dell’opera è da mettere in parallelo con il capolavoro della letteratura medioevale. Come Boccaccio voleva mostrare ai fiorentini che è possibile rialzarsi anche da una disgrazia terrificante come un’epidemia su vasta scala, così Foderaro conferisce alla dottrina esistenzialista l’autorevolezza necessaria per decodificare e comprendere gli orrori del mondo attuale.

La scelta del giorno, su proposta di Florence, cade su un brano tratto da L’esistenzialismo è un umanismo, celebre trascrizione di una conferenza tenuta dal filosofo francese, nell’immediato dopoguerra, per rispondere alle critiche che provenivano alla sua dottrina da destra e da sinistra.

Credo sia il testo in cui Sartre dimostri maggiormente quanto l’esistenzialismo abbia davvero molto a che fare con la realtà sociale, con la vita di tutti i giorni. Finora abbiamo parlato proprio di questo: di quanto sia importante intervenire nella vita di tutti i giorni con la forza “distruttrice” – anzi, decostruttrice – e poi costruttrice dell’esistenzialismo. Penso che in questa giornata faccia particolarmente al caso nostro.

Antidogmatismo, soggettivismo che si ribaltava in impegno, rifiuto di qualunque essenza in nome di un’esistenza gettata nel mondo e finalmente responsabile di sé e degli altri (da qui il sentimento fondamentale dell’angoscia), la morte come orizzonte che conferisce senso ai giorni vissuti, libertà in situazione, ovvero condizionata storicamente, ma non per questo ingabbiata in dialettiche precostituite: questi alcuni dei principi del pensiero sartriano, quantomeno prima che degenerasse in un’apologia del comunismo staliniano, e del maoismo poi, una teoria comunque bollata fin dagli esordi come “un veleno da cui bisogna guardarsi piuttosto che una filosofia da discutere”, secondo il quotidiano cattolico La Croix. «Trattavano l’esistenzialismo da filosofia nichilista, miserabilista, frivola, licenziosa, disperata, ignobile», riassumeva Simone de Beauvoir, celebre scrittrice e compagna di Sartre, con il quale è sepolta nel cimitero di Montparnasse sotto lo stesso cippo, donna “da quaranta ore di discussione se la discussione l’interessava”, secondo la testimonianza di Boris Vian. Una filosofia atea, almeno nella versione sartriana, disancorata da tutte le certezze e le ontologie sedimentate nei secoli, che esponeva il corpo vivo degli uomini e delle donne alla presa dei rispettivi desideri (sociali, politici, sessuali) e che apriva alla possibilità di infinite articolazioni di lotta e di pensiero.

I sei membri erano individui senz’altro molto diversi gli uni dagli altri, ma ciò che li univa nel segno dell’esistenzialismo erano tre punti fondamentali: nausea, consapevolezza e scopo. La nausea di fronte a un mondo insensato; la consapevolezza che l’essere umano è un nulla, condannato per ciò stesso a essere libero, obbligato a scegliere, a costruire la propria identità e a interpretare la realtà; lo scopo dell’impegno civile, perché chi non si impegna è in malafede, e il pessimismo senza impegno non è che vacuo trastullo da borghesi annoiati definitivamente inghiottiti dal nulla sotto il peso dell’essere. E ognuno di loro sapeva impegnarsi a modo suo, perfino Claude, così intimamente e integralmente discepolo di Cioran; perfino Roger, così vizioso ed epicureo.

«Erano i tempi dei topi di cave e dei suicidi esistenzialisti, la buona stampa mi copriva di merda e la cattiva pure: celebre per un malinteso», scriveva lo stesso Sartre, a proposito del clima euforico dei giorni della Liberazione di Parigi, la cui sfrenatezza era associata, dai conservatori, che in Francia sono sempre stati maggioranza, al movimento esistenzialista ed alle idee del suo più osannato esponente. Molta acqua è passata sotto i ponti della Senna… I tempi di Parigi in un retrobottega sono caratterizzati dall’assenza di prospettive limpide e di traiettorie percorribili collettivamente. Il cinico disincanto degli anni Duemila non toglie però ai protagonisti la voglia di riunirsi e di immaginare soluzioni esistenzialiste ai problemi della civiltà contemporanea, a partire dal caso francese. Foderaro non si tira indietro e chiama per nome i fatti luttuosi di Parigi, arrivando all’osso delle questioni.  La Setta degli Esistenzialisti Esistenti è, almeno idealmente, un laboratorio di politica nuova e radicale, nel segno di uno schietto engagement di fronte al dilagare della destra anti-immigrati, per colmare il disarmante vuoto di una sinistra afona, sempre più incapace di costruire alternative convincenti.

Prese la parola Roger mentre si versava del cognac in un bicchierino: — Dopo Charlie Hebdo è stata isteria. Dopo il Bataclan siamo arrivati alla follia. Poi ora ci sono state anche Nizza e Rouen… Francamente non ho mai visto la follia contrastata con la follia. E dire che siamo la patria dell’Illuminismo. Dovrebbe essere la ragione a guidarci, sempre. E invece…

 Nel primo numero della rivista Temps Modernes, il cui direttore era il filosofo fenomenologo Maurice Merlau-Ponty, Sartre sosteneva che l’intellettuale, non potendo in alcun modo sfuggire alla propria epoca, non aveva altra possibilità che abbracciarla. Nell’articolo si esprimeva così: «Non vogliamo perdere nulla del nostro tempo; ce ne sono stati forse di migliori, ma questo è il nostro, e questa è la vita che abbiamo da vivere… la nostra intenzione è di concorrere a produrre alcuni cambiamenti nella società che ci circonda». Non sorprende che le tesi di Sartre siano state alternativamente tacciate di eccessivo ottimismo o pessimismo. Il ritratto  filosofico-antropologico che ne deriva è quello di un uomo che, faccia a faccia col proprio niente, può padroneggiarlo in termini di responsabilità (parola chiave).

 Senza smettere di scribacchiare, Catherine pose una questione: – Dobbiamo chiederci qual è la nostra responsabilità nel dilagare dell’integralismo islamico. E non intendo soltanto responsabilità politica dell’Occidente, le guerre, il colonialismo e tutto il resto. Intendo anche la responsabilità filosofica. Bisogna capire se all’origine del gesto di un ragazzo che decide di uccidere e uccidersi per motivi religiosi ci sia un eccesso di ottimismo o di pessimismo. Se si tratti di estrema speranza o estrema disperazione. Se insomma ci siano da imputare colpe alla credulità o al nichilismo. O magari a entrambi.

Fu proprio l’interpretazione del “nulla” ed il suo legame con “l’essere” a segnare la linea di divisione tra l’esistenzialismo francese da una parte e quello tedesco dall’altra, a sancire la separazione tra il Jean-Paul Sartre de L’Être et le Néant e l’analitica esistenziale del primo Martin Heidegger, un confronto ricercato dal filosofo parigino, tanto da meritarsi l’appellativo di “discepolo di un nazista” da parte del Partito Comunista Francese. Partito che poi divenne, per Jean-Paul, polo d’attrazione, causa da fiancheggiare e infine tomba di tanta fertilità intellettuale.

Probabilmente anche il nichilismo ha influito negativamente. Non abbiamo saputo gestire il crollo delle certezze, dei grandi sistemi, delle ideologie. L’essere umano ha bisogno di credere in qualcosa. Guardare in faccia il nulla che ci circonda va bene, ma abbiamo lasciato che una visione cupa ammantasse tutto di nero e cancellasse ogni grande slancio verso l’utopia. Io credo che un giovane abbia il diritto di sognare un mondo migliore. Un vecchio ne ha addirittura il dovere, proprio per i giovani. Tutto ciò che sappiamo offrire ora a un giovane sono dei reality show o le settimane della moda. Mi pare un po’ poco – rifletté Jacques.

Claude dissentì: – Mi pare invece che ci voglia un enorme ottimismo per farti esplodere, sicuro che ci sarà un paradiso ad attenderti. È un atto di fede da veri illusi.

Siamo ormai nel 2017 e non è certo tempo di spettacoli licenziosi nelle cantine di Saint-Germaine. Jacques Prévert, e la sua banda, il Gruppo Ottobre, hanno smesso di occupare i tavoli del Chèramy, Juliette Greco, stretta nei suoi pantaloni neri, non si esibisce più al Tabou (la Setta ama sentirla cantare piazzando i suoi dischi su un vecchio grammofono). Le Notti Jazz con Charlie Parker e Max Roach sono un lontano ricordo, che affonda ormai nel mito. Ricostruire un clima, però, può contribuire a produrre buone vibrazioni. Giuseppe Foderaro ha ambientato il suo racconto, con la giusta ironia, in un retrobottega dove sono banditi i trilli dei cellulari. Nel retro di una portineria si riuniva la redazione del giornale clandestino Combat, durante la Resistenza. Che sia tornata l’epoca, nonostante la velocità abnorme della tecnologia ed il successo planetario dei social network, di ciclostilare in proprio, sulla carta, il dissenso verso la realtà? A ben pensarci, il veicolo Twitter ha fallito. Le primavere arabe, i sit-in di Occupy Wall Street, le proteste francesi contro le riforme del lavoro sono finite con un nulla di fatto, o peggio, hanno esacerbato l’autoritarismo. Come pensava Levinas, il volto dell’altro, spalancato allo sguardo, è infine indispensabile per comprendere le nostre identità (anche politiche)?

Un redattore fisso di Combat era Albert Camus, le cui opere trasudanti spirito libertario non erano accolte con favore dai critici collaborazionisti (il teatro di Sartre era maggiormente tollerato). I sei del retrobottega concludono la celebrazione laica dell’esistenzialismo sempre nello stesso modo. Sono schierati, sì, però…

Si salutarono con il loro motto usuale: – Arrivederci. E mai con Camus! – esclamava la prima persona. – Mai! – rispondevano in coro le altre.

Il riferimento era al grande rivale di Jean-Paul Sartre, Albert Camus, eletto a Lucifero ufficiale del loro Dio. I suoi libri erano vietatissimi nella sede della Setta. Nonostante la facciata, però, ognuno di loro provava una grande ammirazione per le opere e il pensiero di Camus, e in privato ne erano tutti attenti e avidi lettori.

Ed il gesto finale del gruppo, che qui non rivelo, ha molto a che vedere non solo con la nausea sartriana ed il situazionismo, ma anche con la filosofia dell’Homme Révolté («Mi rivolto dunque siamo»), teorizzata da Camus e contrapposta alla deriva «ultrabolscevista» del Sartre degli anni Cinquanta. Vale la pena chiudere proprio con le parole dello scrittore franco-algerino, immortali e talmente attuali nella loro inattualità da sembrare vergate apposta per i nostri tempi di conformismo imperante: «Comincio a essere un po’ stanco di vedere me stesso, e soprattutto di vedere militanti che non si sono mai tirati indietro dalle lotte della loro epoca, ricevere continuamente lezioni di efficienza da parte di censori che non hanno mai fatto altro che piazzare la loro poltrona nel senso della corrente della storia…».

Le elezioni presidenziali francesi si avvicinano, ed è questo il momento migliore per leggere Parigi in un retrobottega. Lettore, cerca di vivere. E non smettere mai di credere alla possibilità della rivolta.

Alessandro Vergari

Giuseppe Foderaro, Parigi in un retrobottega ( Delos Digital)

 

Annunci

One thought on “Dunque cerca di vivere

  1. Pingback: Una straordinaria esegesi di “Parigi in un retrobottega” di Giuseppe Foderaro su Zona di disagio | Il Dinosauro

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...