PAUL VERHOEVEN: ELLE

elle

I grandi, implacabili giochi al massacro della borghesia, le rese dei conti delle classi alte, al cinema, spesso avvengono intorno a una tavola imbandita. È un po’ come se la convivialità, la condivisione del cibo e i sottintesi delle conversazioni, con il loro impeccabile contorno di buone maniere, si proponessero naturalmente come metafora della guerra  e dello scontro. È vero per Buñuel, Bergman, Allen, Ferreri e l’elenco potrebbe continuare a lungo. Si aggiunge alla lista, buon ultimo, anche l’apolide Paul Verhoeven, che ci consegna questo suo densissimo Elle dopo una decennale astinenza dalla macchina da presa (il suo ultimo film, di produzione olandese dopo una lunga trasferta hollywoodiana, è The black book).

La scena a cui mi riferisco si situa a metà film e raccoglie tutti i personaggi intorno alla splendida ape regina Michèle (la sempre sublime Isabelle Huppert che io, come ogni cinefilo che si rispetti, amo incondizionatamente), personaggio femminile profondamente veroheveniano, una vittima che per naturale inclinazione e relativo fatal flow di sceneggiatura, non ci sta a rimanersene inerme nel ruolo che il destino prova a cucirle addosso. Attorno alla tavola le tensioni esplodono, la suspense viene rilanciata, la Huppert si produce in un foot job tra i più arrapanti visti sullo schermo, la macchina da presa di Verhoeven tesse la sua ragnatela di sguardi e movimenti e alla fine ci scappa pure il morto. Non sfioriamo però nessun culmine narrativo, perché il cineasta olandese ha costruito il suo film su un eterna nota di anti climax, con una pervicacia addirittura provocatoria. Basta dire che la pellicola si apre su uno stupro ai danni della protagonista, evocato solo dal sonoro e la prima inquadratura che vediamo è il primo piano di un gatto, unico testimone dell’aggressione. Lo sguardo dell’animale, che abbandona caracollando la scena del crimine sull’orgasmo dello stupratore, è quasi annoiato, in una sorta di effetto Kulešov  ad altezza felina.

Tratto dal bel romanzo di Philippe Dijean, Oh... l’ultimo film di Verhoeven arricchisce con notevole coerenza la galleria di personaggi femminili del regista. Donne glaciali impegnate a sparigliare continuamente le carte servite loro da una società maschilista. Qui assistiamo anche a una continua tensione al sopruso da parte dei personaggi maschili ai danni di quelli femminili. Si tratti di un pesante scherzo informatico o la messa in scena di più o meno deviate fantasie sessuali, sembra sempre che il desiderio dell’uomo debba impattare col corpo della donna attraverso il travestimento della violenza.  Fa eccezione forse il figlio di Michèle, perditempo e inconcludente, in cerca di un’esorcistica paternità. E comunque anche lui come prima reazione alle frustrazioni sceglie gesti plateali come prendere a pugni un muro o urlare contro la madre.

Come sempre, Verhoeven non è tenero, non allude e non rinuncia al suo oltranzismo visivo. Michèle è la dirigente di una casa di produzione di video games, in egual misura odiata e desiderata dai suoi dipendenti. Il suo comportamento alterna ironia e sprezzatura, amministra con apparente leggerezza un’eredità familiare di puro orrore e tutto questo, di fatto, rappresenta il motivo di maggior interesse su cui si focalizza lo sguardo dell’autore. È abbastanza chiaro che, nelle abbondanti due ore di durata, Verhoeven (e noi con lui) non è per niente interessato allo sciogliersi dei misteri. Il vero giallo è forse capire come Michèle sopravviverà ai suoi traumi e al suo scaramantico cinismo.

Vero e proprio manifesto di autodeterminazione femminista, alla pari con il bellissimo Mad Max: Fury road di George Miller, ma più estremo, con spunti di satira sociale quasi balzachiani (i già citati e tragicamente esilaranti siparietti con il figlio e il reiterato tema del denaro), Elle finisce con Michèle e la sua amica Anna che si allontanano da sole, lasciandosi il passato alle spalle. Un po’ come Thelma e Louise, solo che Anna e Michèle non si gettano in un canyon, ma anzi fanno nuovi progetti di vita.

Fabio Orrico

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