Sostiene Foderaro:Reportage da Lisbona

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Un alito tiepido mi avvolge non appena la accarezzo con il trolley. Lisbona si staglia in un cielo di un azzurro impossibile, con le sue case ocra e color pastello, e i campanili e le cupole che svettano sui quartieri popolari. Nel Libro dell’Inquietudine Fernando Pessoa scriveva: «Non ci sono per me fiori che siano pari al cromatismo di Lisbona sotto il sole». Un assioma inamovibile. La luce di Lisbona, che arriva dritta dall’Oceano Atlantico e si riflette nel fiume Tago per poi nascondersi nei vicoli che si inerpicano sulle colline, è una luce unica al mondo, è parte integrante del fascino di questa città al contempo magica e decadente.

Lisbona si snoda lungo il Tago (in portoghese “Tejo”) e si sviluppa su sette colli come Roma. Ma a differenza di Roma soffre un degrado infinitesimale. Il centro cittadino è senza dubbio molto curato (così come gran parte delle periferie), il traffico è ordinato, e il manto stradale ben tenuto. Quasi dappertutto ci sono cestini per la raccolta differenziata e le stazioni della metropolitana e dei treni sono pulite. Fantastico, perché a Lisbona la maggior parte della popolazione usa i mezzi pubblici.

Checché se ne dica, qui si respira aria di civiltà.

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La sua conformazione sinusoidale la rende tutta un saliscendi di scalinate, pendenze, e belvedere (“miradouros”) mozzafiato. E quando le gambe non ce la fanno più, basta prendere una delle tre funicolari (“elevadores”) del centro storico, oppure un vecchio e rumoroso tram Remodelado del 1930 (chiamato eléctrico”), per arrivare a destinazione. Il tram 28 sferraglia lungo un tragitto piuttosto esteso, che tocca molte delle attrazioni della città. È un’esperienza da fare, forse non proprio agevole, ma degna quantomeno di una corsa.

La gente di Lisbona è tollerante e ben disposta verso ogni forma di differenza. Solo nel quartiere della Mouraria, per esempio, vivono più di duecentomila africani provenienti dalle ex colonie. Il garbo dei portoghesi, intriso di uno spirito meditativo e triste, si fonde a un desiderio di apertura e di incontro che produce empatia e gentilezza come in rare altre parti del mondo.

I portoghesi, si sa, sono avvezzi alla saudade, una malinconia struggente ereditata dalla lunga tradizione del passato fatta di partenze attraverso il mare per raggiungere mete lontanissime. Allora i marinai salutavano le loro donne sulle banchine del porto per poi allontanarsi per un tempo indefinito. Oggi tutto questo non avviene più, ma quel particolare stato d’animo riecheggia ancora e senza soluzione di continuità nelle Casas do Fado e lungo le vie, dove risuonano le classiche canzoni malinconiche lusitane.

La parte di Lisbona più autentica, quella da cui si può capire come vivono i suoi abitanti, è l’Alfama: il quartiere che dal Tago sale fino a uno dei sette colli, in un tripudio di tetti rossi e poetici, e tra le pieghe delle sue pittoresche viuzze e le antiche botteghe artigiane. Per dirla tutta, i lisboeti hanno sempre etichettato i residenti dell’Alfama come dei poco di buono: gente sporca che vive di espedienti al limite della legalità. Una situazione magari plausibile, che però col tempo è destinata a migliorare man mano che le nuove generazioni e gli stranieri acquistano e ristrutturano le case.

Il Chiado è il quartiere che fu più caro a Pessoa. In particolare Rua Garrett, oggi gentrificata e piena di negozi. Al civico 73 c’è la Livraria Bertrand, la libreria più antica del mondo, fondata nel 1732. È un tuffo visivo e olfattivo negli anni ’20, periodo in cui gli intellettuali si incontravano in questo luogo per dibattere di letteratura e dintorni prima di trasferirsi nel vicino café A Brasileira, davanti al quale oggi è posta la statua in bronzo di Pessoa seduto al tavolino. Alla Bertrand regna un silenzio che incute rispetto, e il tempo qui è sospeso. Girando tra gli scaffali secolari e le pareti rivestite in legno è possibile trovare traduzioni in inglese dei maggiori autori portoghesi di sempre, oltre a numerose guide di viaggio e libri d’arte.

Proseguendo sui passi di Pessoa verso la Baixa – la bassa”, interamente ricostruita su tracciati rettilinei secondo i canoni illuministici, dopo il devastante terremoto del 1755 – si arriva in Rua dos Douradores, la via di Bernardo Soares, il protagonista del Libro dell’Inquietudine nonché eteronimo dello stesso scrittore. La Baixa è considerata il centro città, la zona dello shopping, è quasi tutta area pedonale, un quartiere denso di imponenti edifici neoclassici che fanno ala a piazze sconfinate collegate tra loro da vie diritte sulle quali sorgono caffè e ristoranti.

Il cibo a Lisbona è una libidine per chi ama mangiare il pesce (per lo scrivente – allergico a tutti i prodotti ittici – invece è una tragedia, considerando anche l’assenza della pasta nella cucina portoghese). Esistono ben 365 modi per cucinare il baccalà (“bacalhau”), potenzialmente uno per ogni giorno dell’anno. Pazzesco. La tradizione pasticcera poi è una vera e propria eccellenza. I pastéis de Belém, i famosissimi dolci di pasta sfoglia ripieni di crema cotta al forno, meritano la fila perenne che c’è alla Confeitaria de Belém che ne ha inventato la ricetta (segretissima!). Sostiene il sottoscritto che, nonostante tutto, preferisce ancora mangiare un’omelette alle erbe aromatiche nel quasi banale Café Orquidea (“Pasteleria Orquidea Café”) sito in Rua Alexandre Herculano, come il caro buon Pereira di Tabucchi, affogandola con una limonata carica di zucchero.

Limonate a parte, a Lisbona si beve molto ma molto bene. Oltre agli ottimi vini (il Moscato di Setubal, i vini del Douro e di Bucelas, e il celebre Porto), non si può non menzionare la Ginja, diminuitivo di Ginjinha: un liquore all’amarena servito in un bicchierino, a volte di cioccolato, con della frutta sul fondo. La Ginja la si può bere praticamente ovunque, ma in Rua das Portas de Santo Antão, vicinissimo alla stazione Rossio, nel quartiere in cui alloggio, ci sono due istituzioni storiche e tra loro rivali dove poterla assaporare: una è A Ginjinha, l’altra è Ginjinha Sem Rival. Sono due bar angusti ma deliziosi. I clienti si dividono equamente, senza un motivo preciso, come se fossero i tifosi di due differenti club sportivi.

Il Bairro Alto è il cuore pulsante della movida lisbonese; un tempo abitato dalle famiglie benestanti, poi da quelle meno abbienti, oggi è il quartiere più giovane della città. È un posto pieno di vita, sia di giorno e che di notte. Qui non è facile distinguere i turisti dagli autoctoni. Percorrendolo lungo le sue scalinate e le case popolari dalle pareti multicolore ricoperte da azulejos (le tipiche piastrelle di ceramica) è naturale imbattersi in un qualche locale dove si suoni musica di qualsiasi genere. Al Bairro Alto si fa l’alba senza accorgersene, passando da una discoteca all’altra, da una birreria all’altra. È un posto per nottambuli, per gente moderna.

Ed è questo il punto di forza di Lisbona. Lisbona ha saputo evolversi pur rimanendo fedele al suo aspetto primigenio, diventando una piccola metropoli che però sa stare a debita distanza da quella confusione che, viceversa, è stata il disfacimento di tante altre capitali europee.

Giuseppe Foderaro 

(Lisbona, marzo 2017)

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One thought on “Sostiene Foderaro:Reportage da Lisbona

  1. Giuseppe Foderaro ci ha accompagnato in questa fantastica passeggiata per Lisbona.
    Di questa citta’ abbiamo sentito i rumori,abbiamo visto i suoi colori pastello,perche’ Foderaro ha sempre la capacita’ di scrivere per gli altri e non solo per se stesso.
    Ci ha ispirato sogni e versi:

    Ci si fa sempre male al Bairro Alto.
    Si beve interrogando il cuore.
    Si mangia mentre l’odore del mare c’invade i polmoni e i ricordi.
    Ci si fa sempre male al Bairro Alto,aspettando una donna che ancora non abbiamo incontrato,
    che ancora non abbiamo lasciato.
    Ci si fa sempre male al Bairro Alto
    quando paghiamo il conto ai ricordi.
    Per questo si torna sempre al Bairro Alto:a cercare il passato.O aspettando,invano,il futuro.
    Grazie per questo viaggio.

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