Per resistere alla dissolvenza

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“Di quelle coste vuote mi restò soprattutto l’abbondanza del cielo”. Inizia così L’arcano (El entenado), romanzo dello scrittore argentino Juan José Saer, uscito in patria nel 1983 e riproposto in traduzione italiana da La Nuova Frontiera un paio di anni fa. Di origini siro-libanesi, Saer visse a lungo in Francia e vi morì nel 2005, dopo aver insegnato letteratura ispanoamericana all’Università di Rennes. L’arcano è parzialmente ispirato alle vicende del navigatore del Cinquecento Juan Díaz de Solís, Piloto Mayor de Castilla, ucciso e divorato dagli Indios Guaranì, nel 1516, mentre risaliva con i suoi compagni il Rio de la Plata alla ricerca del mitico passaggio verso le isole delle spezie, sotto lo sguardo terrorizzato di quei marinai che, fortunosamente, erano rimasti sulle caravelle. Leggendo l’Historia argentina dello storico José Luis Busaniche, pubblicata postuma nel 1959, lo scrittore si imbattè nella figura di Francisco del Puerto, mozzo su una delle navi spagnole al comando di Solís e, tra gli sbarcati a terra, unico superstite del massacro; gli Indios lo avrebbero rapito e sequestrato per dieci anni, tenendolo con loro nel villaggio nel cuore della foresta fino all’avvistamento casuale di una nave della spedizione Caboto, alla quale l’avrebbero restituito. Molti anni dopo la stesura del romanzo, Saer rivela di essere rimasto colpito dalla lettura dell’episodio e di averne serbato memoria sotto forma di spunto, senza ulteriori approfondimenti: “La storia mi sedusse all’istante e decisi di non leggere altro sulla vicenda, per poter immaginare più liberamente il racconto. L’unica cosa che conservai furono quelle quattordici righe”.

Opera che ingloba e disgrega in sé più generi, dal romanzo storico alla raccolta di memorie, dal racconto d’avventura al diario di viaggio, L’arcano sfugge volutamente alle classificazioni. Saer concentra in circa centocinquanta pagine i temi che più ne contraddistinguono la produzione letteraria: l’ossessione per il linguaggio come metodo di decodificazione e strumento di creazione della realtà, la percezione del sacro come sfera al di là delle apparenze, il rapporto problematico e politicamente orientato tra realtà e finzione, la precarietà dell’esistenza ed il tentativo di decifrarla attraverso gli strumenti che l’uomo stesso si dà, o si trova per dono naturale ad avere. In Italia, per il momento, solo altri due titoli sono stati tradotti, Cicatrici e L’indagine.

L’intelaiatura della trama ricalca la vera storia di Francisco del Puerto. Saer ha l’accortezza di legare la narrazione ad un io che, in prima persona, riavvolge il nastro della propria vita a partire dal suo approdo finale, una vecchiaia sobriamente vissuta  in un paesino mediterraneo, tra le quattro mura di una stanza bianca in una casa avvolta da “profumi di firmamento e di madreselva”, sotto il cielo di una regione calda (la Spagna?), dove “solo raramente cade la pioggia martellante”, a differenza degli acquazzoni impetuosi che spazzavano la foresta. Saer mantiene i contorni sfumati. Ad esempio, non viene mai puntualizzata l’epoca precisa in cui si svolge la storia né tantomeno i regni attraversati dal protagonista, o le terre esplorate, o altri aspetti che ci permetterebbero di collocare meglio l’intera vicenda. Il nome del povero mozzo non è mai pronunciato. Lo scrittore, levando le etichette, si mantiene in bilico tra la necessaria adesione descrittiva a tempi storici e luoghi geografici, che comunque non sfumano nell’indistinto, e lo status di favola filosofica che la narrazione tende ad assumere.

Orfano, dedito fin dall’infanzia a miseri traffici e lavori di fortuna, vagabondo tra bettole e porti, il mozzo decide di imbarcarsi in una spedizione marittima per le Indie. L’irruzione dell’arcano avviene, ancor prima della tragedia, su una spiaggia remota dove il capitano, trasfigurazione letteraria di Juan Díaz de Solís, durante un alterco tra marinai sperimenta una strana forma di ipnosi. Sguardo fisso “sugli alberi che nascevano ai piedi di un’altura… dopo quei minuti di attesa quasi insopportabile, accadde qualcosa: il capitano, dandoci ancora le spalle, emise un sospiro rumoroso, profondo e prolungato, che risuonò nitido nel mattino silente e che fece tremare appena il suo corpo rigido e massiccio”. Successivamente, dopo un’esplorazione di quello che, nelle fonti storiche consultate da Saer, è il fiume Uruguay, irrompe il fatto tragico che segna la vita del protagonista fino alla fine dei suoi giorni, il massacro dell’equipaggio da parte degli Indios e la sua contemporanea cattura. Episodio descritto magnificamente, in cui percepiamo il senso di paura  provato dall’uomo di fronte al materializzarsi dell’ignoto. Gli europei sono prede di una battuta di caccia. I cadaveri vengono trasportati per chilometri in una giungla impenetrabile, qundi arrostiti su un’enorme pira e infine mangiati dai loro predatori, in un rito elaborato e antico quanto la storia del mondo. Per non assistere all’orrenda fine dei propri compagni, il mozzo cerca di distrarsi osservando il gioco dei bambini della tribù, sulle rive del fiume. Ma anche qui, o forse soprattutto qui, si palesa la forza inesorabile dell’arcano, che chiama a sé gli Indios da profondità insondabili.

“Il gioco indolente dei bambini mi aveva calmato ed ero rimasto, a lungo, a osservarlo assorto. Si mettevano in fila, paralleli al fiume, a breve distanza l’uno dall’altro e, a uno a uno, si lasciavano cadere a terra e giacevano come addormentati; quando cadeva l’ultimo della fila, il primo andava a mettersi dietro di lui, tutti gli altri lo seguivano nello stesso ordine e il gioco ricominciava. A volte le mani dell’ultimo si appoggiavano alle spalle del penultimo, quelle di queste su quelle del terzultimo, e così di seguito fino al primo, e la fila, così incatenata, si spostava un po’ in linea retta, formava un circolo, o cominciava a girare su se stessa come una spirale. Nei suoi tratti, che anno dopo anno si vanno precisando, mi sembra di intuire che un qualche segno oscuro del mondo emerge alla luce del giorno. Tanta ostinazione per perdurare nella luce avversa del giorno suggerisce, forse, una qualche complicità con la sua essenza profonda”.

Dieci anni di vita tra gli Indios, senza essere mai minacciato. Perché questa sorte “fortunata”, pur nel contesto di una sorte avversa? E perché, dopo il lauto pasto, che può durare giorni e che non presenta segni di piacere, ma sembra appartenere misteriosamente ad una dimensione di dovere, gli Indios si abbandonano a riti orgiastici, ubriacature senza ritegno, accoppiamenti sfrenati e incestuosi? Perché si espongono alla devastazione del corpo e della mente, e tutto ciò solo in quel preciso frangente, quando nel resto dell’anno, trascorso in lenta ripresa da quegli osceni bagordi, si comportano con correttezza formale, rispettandosi con gentilezza prossima all’affettazione?

“Questo è quanto, solo adesso, così vicino al mio proprio nulla, comincio a capire: che gli Indios iniziarono a sentirsi veri uomini quando smisero di mangiarsi tra loro. Qualcosa di diverso dal mutuo agguato li trasformò. Smisero di mangiarsi e si rivolsero all’esterno, diventando così una tribù che era il centro del mondo, circondato dall’orizzonte circolare che si faceva più problematico a mano a mano che si allontanava da quel centro. Sebbene provenissero anch’essi da quell’esterno improbabile, avevano toccato, non senza fatica, un nuovo livello in cui, anche quando i piedi continuavano a sguazzare nel fango originale, la testa, ormai libera, galleggiava nell’aria limpida del vero”.

L’accampamento è il centro dell’universo. Le capanne, le colonne d’Ercole di poche, precarie certezze. Il fiume, l’argine alle minacce ignote. Vi dev’essere stato, postula il nostro protagonista, un evento eccezionale, un momento fondativo, a partire dal quale il cannibalismo interno è stato bandito in quanto minaccia alla sopravvivenza della tribù. A partire da allora, gli Indios hanno cominciato a mangiare gli altri da sé e a circoscrivere un perimetro vitale in quello spiazzo limitato. Ma il rito sacrificale è comunque un rimando ad un passato impregnato di vergogna, un buco nero impossibile da ricordare perché memoria del pericolo sempre incombente della dissoluzione.

“Per loro l’attributo principale delle cose era la precarietà. Non soltanto per la loro difficoltà a persistere nel mondo, a causa del logoramento e della morte, ma anche, e forse soprattutto, per la difficoltà di accedervi. La mera presenza delle cose non ne garantiva l’esistenza. Un albero, per esempio, non sempre bastava a se stesso per provare la propria esistenza. Gli mancava in ogni caso una parte di realtà. Era presente come per miracolo, in una specie di tolleranza sprezzante che gli Indios si degnavano di accordargli… L’albero era lì e loro erano l’albero. Senza di loro non c’era l’albero, ma, senza l’albero, anche loro erano nulla. Dipendevano a tal punto uno dall’altro che la fiducia era impossibile… L’esterno era il loro problema. Non riuscivano, come avrebbero voluto, a vedersi da fuori”.

 La tribù deve confrontarsi momento dopo momento con il senso intimo e connaturato di sparizione, di morte e di dissolvenza nel nulla, appigliandosi ad una presenza esterna che ne giustifichi esistenza e persistenza. Ogni individuo catturato fuori dal cerchio magico dell’accampamento (compresi indigeni di altre tribù) rappresenta l’unica possibilità di testimoniare la presenza di sé, la durevolezza di fronte ad un cosmo che altrimenti null’altro sarebbe se non un muto caos, un’eco del buio informe che prima o poi inghiotte tutte le creature. Per questo, dopo un po’, i prigionieri (ma sono veramente tali?) sono liberati, non appena essi possano raggiungere i propri simili, ad esempio quando una nave appare all’orizzonte. Nel testo vi sono passaggi di rara profondità filosofica, che sollevano interrogativi (eterni) sulla percezione, la conoscenza e la verità delle cose. Temi che ci interpellano ora, con irruenza, se pensiamo all’esito destrutturante, per non dire devastante, delle realtà virtuali che la tecnologia ci sta costruendo attorno. Ci stiamo forse rinchiudendo in quella stessa gabbia da cui l’uomo è riuscito ad evadere attraverso secoli di faticoso pensiero? Stanno cadendo tutte le distinzioni tra vero e virtuale, tra interno ed esterno? Avremo bisogno di un’àncora, di una presenza terza per restare a galla nelle architetture digitali immersive? Il principio di singolarità vagheggiato dai futurologi è riduzione dell’uomo a tribù cibernetica?

“In ciascun gesto realizzato, in ciascuna parola proferita, era in gioco la persistenza del tutto, e qualunque negligenza o errore sarebbe stato sufficiente per annientarla. Perciò erano, senza mai concedersi tregua, così efficaci e ansiosi: efficaci perché il giorno ampio, con quanto lo popolava, dipendeva da loro; ansiosi perché non erano mai sicuri che quello che costruivano non si sarebbe sgretolato in qualunque momento. Incombevano, sulle loro teste, in equilibrio precario, periture, le cose. Alla minima distrazione potevano precipitare, travolgendoli”.

Lo scrittore argentino si inoltra in un terreno generalmente di pertinenza degli antropologi. Tuttavia, i suoi interessi vertono principalmente sulla lingua e sul rapporto tra linguaggio ed esperienza. Questioni universali. Perché gli Indios si rivolgono al protagonista con il termine def-ghi? Cosa significa? Può essere tradotto? Ancor più essenzialmente – ed è la critica alla traduzione espressa dal filosofo analitico Quine – ha senso tradurre senza conoscere determinati presupposti ontologici? Il punto è che def-ghi, “come tutti i suoni di cui si componeva quella lingua”, alla faccia del rigido nominalismo occidentale, è polisemico, rinvia cioè ad un ventaglio di significati che non possono essere in alcun modo riportati sotto un unico concetto o categoria a noi noti. L’espressione def-ghi è associata agli “individui indiscreti”, ad un particolare uccello della foresta, a “certi oggetti che sostituivano gli assenti”, al “riflesso delle cose nell’acqua” e a molto altro… Così, una volta rilasciato e ritornato tra gli uomini “civili”, l’ex-prigioniero, alias def-ghi, non riesce più ad articolare parole nella lingua natìa, se non dopo sforzi immani per ri-allinearsi ad un differente orizzonte semantico-esperienziale.

In Europa torna ad essere quello che era, un vagabondo, sempre più sconvolto e alienato. Trova riparo in un convento e grazie a Padre Quesada, “un uomo erudito e anche saggio… un padre” è salvato dalla depressione, per raggiungere quindi “uno stato neutro, continuo, monocorde, equidistante dall’entusiasmo e dall’indifferenza… più che il latino, il greco, l’ebraico e le scienze che mi insegnava, fu faticoso inculcarmi il loro valore e la loro necessità”. Solo lo studio della teologia e della filosofia riesce a salvare il novello naufrago e a riorientarlo in una civiltà dominata dal potere della religione ma irreparabilmente lontana dalle sorgenti del sacro. “Per lui erano come tenaglie destinate a manipolare l’incandescenza del sensibile: per me, affascinato dal potere della contingenza, era come andare a caccia di una belva che mi aveva già divorato”.

C’è anche spazio per una parentesi quasi picaresca. Il protagonista, già in età matura, è assoldato da una sgangherata compagnia di attori. Il suo passato, così esotico ed eccentrico, è sfruttato dal capo per mettere in scena una rappresentazione politically correct del mito del“buon selvaggio”. Gli spettatori accettano la finzione in quanto tale, senza porsi domande sulla veridicità della narrazione. La società esige, da sempre, schermi che fungano anche da maschere, su cui tarare il limite massimo (e minimo) delle possibilità di comprensione. La fiction è un artificio “civile” per chi coltiva illusioni di invulnerabilità rispetto agli orrori del vasto mondo…

“Nel clamore continuo che ci esaltava, io aspettavo di sentire, a ogni istante, il silenzio scettico o critico che avrebbe smascherato, una volta per tutte, il nostro inganno, finchè non mi accorsi che quel silenzio era in me sin dal primo giorno e che la sua sola presenza, nel chiasso stolto delle corti e delle città, riduceva moltitudini intere alla pura condizione di fantasmagorie o di burattini senza vita propria. Imparai, grazie a quegli involucri vuoti che pretendevano di chiamarsi uomini, il riso amaro e un po’ superiore di chi possiede, rispetto ai manipolatori di genericità, il vantaggio dell’esperienza… l’intensità degli applausi che accoglievano i miei versi insensati dimostrava la vacuità assoluta di quegli uomini, e l’impressione che fossero una folla di fantocci riempiti con paglia, o forme senza sostanza gonfiate dall’aria indifferente del pianeta, non smetteva di assalirmi a ogni spettacolo”.

 L’arcano è un romanzo in cui è interrogato il senso profondo dell’esistenza, in cui vengono toccate le nostre corde archetipiche. Il mozzo, diventato infine stampatore dopo molte peripezie, dedica gli ultimi anni di vita a scrivere una storia che solo la solitudine illuminata dalle candele, o forse la saggezza data dalla vecchiaia, può preservare dalle forzature ideologiche, dall’incuria degli uomini e dalle banalità delle folle. E basterebbe l’episodio dell’eclisse, superbamente narrato nelle ultime pagine del libro, a fare di questo romanzo un’opera da leggere e salvare dall’oblio del tempo.

Alessandro Vergari

L’arcano di Juan José Saer (La Nuova Frontiera, 2015)

 

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