JAMES MANGOLD: LOGAN

logan

Con una carriera ventennale alle spalle James Mangold rappresenta una piccola sorpresa. Regista organico all’establishment ma capace di piccoli scarti e prove di anticonformismo, esordiva felicemente nel 1995 con Dolly’s restaurant, opera intimista uscita in anni di endemica tarantinite,  e riannodava a certo Ashby e al Bogdanovich più amaro. Anche il suo secondo film convinceva: Copland, malinconico noir che metteva al centro un efficace e inedito Stallone nel ruolo di un poliziotto onesto e un po’ suonato, circondato da un cast di bravi ragazzi scorsesiani (De Niro, Keitel, Liotta). Poi le aspettative sul giovane regista si ridimensionavano con Ragazze interrotte, improbabile drammone con Wynona Rider e Angelina Jolie, bellissime e truccatissime nei corridoi di un manicomio. Mangold riagguantava l’ispirazione perduta con il bel biopic su Johnny Cash I walk the line che i nostri distributori, con il consueto buon gusto, ribattezzavano Quando l’amore brucia l’anima (beurk!) e cannava clamorosamente il remake del sublime Quel treno per Yuma. Non che ci si aspettasse granché. Il capolavoro di Delmer Daves (regista maiuscolo che meriterebbe fiumi d’inchiostro, tra l’altro) è semplicemente irripetibile e Mangold tentava di aggiornare certi snodi narrativi che non richiedevano nessun aggiornamento. Quel remake comunque confermava un sentimento della classicità presente in tutte le pellicole del nostro, anche in quelle più convenzionali e meno riuscite (la maggior parte, se vogliamo ripercorrere la sua filmografia con fiscale rigore critico). Evidentemente il cineasta lavora con qualche decennio di ritardo e il suo cuore batte idealmente, se non prima ancora, nel decennio dei ‘70, laboratorio di rivisitazione dei generi e sensibilità nuove (nuove anche adesso, nel terzo millennio). Ecco quindi questo Logan, cinecomic che chiude la parabola del super(anti)eroe Wolverine, mutante alle prese con una bambina incredibilmente somigliante a lui e con l’anziano professor Xavier, la mente creatrice degli X men, ormai in fin di vita.

Non è più una sorpresa scorgere temi adulti nei film di supereroi: da Tim Burton a Christopher Nolan senza trascurare l’apparentemente off topic James Bond, il cui recente restyling deve sicuramente più all’ansia di continuity Marvel/Dc che al vecchio Fleming. Wolverine, comunque, è già sulla carta un personaggio problematico, con molte più ombre che luci. Mangold non si lascia sfuggire l’occasione e chiede a Hugh Jackman una caratterizzazione quasi bogartiana.

Loser da film noir con tutti i topoi che ciò comporta, alcoolismo scompreso, Wolverine (al secolo James “Logan” Howlett) vive nascosto dietro una spessa corazza che attutisce in primo luogo i sentimenti. A scardinare quest’ultima prigione ci pensa la bambina mutante che costringe l’uomo a un viaggio nei grandi spazi americani, in cerca di salvezza per lei e per una nuova stirpe di X men.

Logan è quindi un road movie ed un western travestito da cinecomic. Le intenzioni e le nostalgie di Mangold sono più che evidenti e noi non possiamo che fare il tifo per lui.

Se il western rinasce solo periodicamente come progetto autoriale e non rappresenta più un genere consumabile, gli uomini d’altri tempi come Mangold sfruttano qualunque occasione per resuscitarlo. La filiazione è diretta e dichiarata con la citazione de Il cavaliere della valle solitaria che campeggia a metà film, subito prima di una delle scene d’azione più riuscite.

Rispetto all’ipertesto rappresentato dalla recente produzione Marvel, Logan opera uno scarto ed è uno scarto significativo. La violenza viene messa in scena con le sue conseguenze più epidermiche e visibili, quindi il sangue bagna lo schermo a più riprese e c’è anche poco spazio per l’ironia. Come ne Gli spietati di Eastwood, anche qui assistiamo all’ultima avventura di un eroe costretto ad amministrare la propria scomoda, ingombrante leggenda e dalla prima inquadratura ci riesce facile identificarlo come perseguitato dai suoi demoni fino alle conseguenze più estreme.

In questo senso Logan è un film resistente, un film che sogna un altro cinema, quello crepuscolare centrato sul cupio dissolvi degli archetipi e che ha, oggi e per molto tempo ancora, la sua massima autorità in Michael Mann. Un film, il cui successo ci rende felici perché probabilmente consentirà a Mangold di esplorare nuovamente la sua vocazione autunnale e ribadire il suo amore per la classicità.

Fabio Orrico

 

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