Una poesia che mostra i lividi

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La lettura delle poesie di Fabio Orrico è un esercizio che non lascia indifferenti. Induce, prima di tutto, a interrogarsi sul disagio cognitivo avvertito nel tentativo di venire a patti con lo stile ed il contenuto delle liriche. Le nostre aspettative vengono regolarmente bruciate da un palpito d’irrequietezza. Qualcosa viene a mancare, come un colpo andato a vuoto, o viceversa, a volte, qualcosa è in eccesso, come una cicatrice purulenta che tarda a guarire. E’ una poesia immanente che procede per scarti e si sedimenta per sovrapposizioni. I versi dell’autore riminese cadono come un filo a piombo su qualcosa che viene pronunciato nel suo svanire, a battaglia finita, a combattimento avvenuto. Essenzialmente, è la vita offesa ad essere l’oggetto privilegiato di un incedere poetico che chiama in causa la nostra dimensione pubblica. E politica, in senso lato.

[…] Perché noi

siamo salvi per miracolo: non

conosciamo la geometria e gridiamo

la nostra gioia all’ultimo dei cieli,

completamente sovraesposti

come un animale scuoiato.

Raccolte sotto il titolo Della violenza e pubblicate dall’editore Fara, le poesie di Orrico (autore finalista del concorso “Versi con-giurati”) rispondono ad un richiamo di minaccia nascosta o raccolgono i resti di un naufragio avvenuto. In generale, riflettono il senso di pericolo connaturato all’esistenza, esemplificato dal continuo andare a capo dei versi, come a segnalare un’incompiutezza ontologica nella tessitura poetica.  Scriveva Raymond Carver, a proposito del suo modo di intendere la scrittura, che “creano tensione anche le cose che vengono lasciate fuori, che sono implicite, il paesaggio che è appena sotto la tranquilla (ma a volte rotta e agitata) superficie del racconto”. In Orrico i versi rompono la crosta dei giorni, gettandoci senza certezze nell’imminenza della strage o tra le bocche di analisti che parlano di esito scontato e catastrofe. Prima o dopo, un evento dirompente è accaduto o accadrà. A scuotere i sensi, a travalicare i confini della quiete. Un sentimento di fragilità lo svela, una ferita non rimarginata ne è il segno.

Era un attimo, era questione di un attimo. Alzare

gli occhi dal lavoro quotidiano per contemplare la nube immensa,

una promessa di esplosione e invece erano i cavalieri, gli

irregolari, il cuore pulsante dell’esercito, lanciato nella corsa

tremenda, i cavalli sfiniti che perdono bava e ghignano

come mostri impazziti, alla deriva, mentre ripeti la conta dei tuoi fratelli.

L’oggetto al centro della scrittura è sottoposto ad una costante operazione di differimento. Il significato riposa fuori fuoco ai margini della scena, per riparare la vista del lettore dal maelstrom infernale, che si può solo indovinare dopo essere affogati al suo interno.

[…] Ma i nostri vicini

di casa sono poco più che naufraghi, rottami

di altri rottami…

L’armamentario concettuale e terminologico delle poesie di Orrico rinvia, spesso, alla guerra e alla fenomenologia della vita militare. L’evento bellico è l’involucro che meglio rappresenta i nostri giorni inchiodati dall’inquietudine e dalla paura. Eserciti, assalti, fortezze, crateri, fucili sono immagini che compaiono con regolarità nelle inquadrature poetiche dell’autore. Un componimento è intitolato “Piombo”, un altro “Proclama”:

Questo l’ordine del giorno, cucito a filo, e in piedi un uomo

che aspetta, bendato, le mani legate e lo slogan tatuato

sulla testa e intendo dentro, tra i pensieri che sgomitano, ancora

increduli (…)

Alcune poesie sono caratterizzate dalla presenza di puntini di sospensione che interrompono il flusso lirico. E’ qui che il lettore è interpellato perché diventi complice del poeta nel suo processo di esplorazione dei vicoli ciechi della violenza. L’interpretazione personale è complementare, necessaria e mai esaustiva. Ed è questo il momento in cui ognuno tasta il proprio corpo per verificarne lo stato d’integrità. Sulla pagina l’inchiostro ha la stessa densità del sangue raggrumato.

E’ così dolce rassegnarsi: glielo leggi negli

occhi, puntualmente. Una consapevolezza superiore

spremuta direttamente dal foro d’entrata.

Ci imbattiamo in versi lunghi, che a volte si tramutano in esplicita narrazione, in stanze del racconto pervase da lucida e ironica sobrietà. Orrico non si sofferma mai sulla cruda violenza, mai il quadro si annerisce dei colori del delitto. L’autore non si compiace della tortura inflitta, ma ne è il discreto custode, l’esecutore testamentario delle volontà finali del soccombente, senza il quale il dolore muto si chiuderebbe nel bozzolo di una macerazione insensata. Incontriamo corpi che hanno attraversato l’incubo, vittime appena macellate che si aggirano post-mortem nei pressi del cadavere, lottatori sconfitti alla ricerca del livido appena scavato nella carne.

Come se fosse facile vivere senza morte, senza

attese, senza nessun tronco d’albero che ci

sbarri la strada. Poi c’era quell’uomo coi piedi

nell’acqua che aspettava l’esecuzione e intanto

si scopriva curioso dei cavalli, che bevevano

allo stesso fiume; la loro insopportabile pazienza

che, per la prima e ultima volta, lo commosse.

Orrico incide le sue poesie nell’assenza consapevole e irrimediabile di una qualsiasi prospettiva trascendente. Scrittore, critico, sceneggiatore, uomo che scrive, vive e respira di cinema, l’autore trasmette ai componimenti tutta la sua passione e conoscenza della materia che deriva da un disciplinatissimo rigore critico (una stanza poetico-narrativa, I cancelli del cielo, prende il nome dal capolavoro di Michael Cimino, regista prediletto dal nostro autore), cinema che non invade ma che sta qui come un solco narrativo o, altre volte, spunta come traccia da leggere in filigrana. La scrittura è influenzata, ma sarebbe meglio dire innervata e arricchita, dall’assimilazione colta di generi, film, scene, sequenze, posture attoriali e suggestioni varie.

In alcuni casi i versi sembrano evocare il ritorno di fantasmi dai recessi della psiche, dove sono conficcati in un esilio momentaneo e profondo, grumi da cavare via dal cervello, matasse da stendere sulla pagina. Controluce, affiorano immagini icastiche, calligrafie del dolore fascinose e oscure, sostenute da un surplus di forza. Ognuna di queste immagini, schemi o archetipi, reclama la germinazione lirica del potenziale etico-estetico ancora inespresso e aspira allo status di fondamento per un nuovo mito. Orrico perimetra un territorio nel quale gli offesi si offrono in pasto agli altri (“c’era il desiderio / fisico di esser l’animale, rilassare / i muscoli e lasciarsi versare / nella scodella dell’officiante”), corpi sacrificali per un’umanità certo non redenta, ma quantomeno rispondente alle regole di una sofferta accettazione di sé, a strage compiuta. Se è vero che la realtà assassina non può essere sovvertita, ognuno è però in grado di offrire il dono di uno sguardo solidale, veicolo di un’empatia dolente e forse ultima mossa consentita, spesso sfumata da un necessario velo di ironia.

“[…] Sapevamo

muoverci, guardare, servire e sapevamo quando

le nocche si sbiancano, un attimo prima

di tirare il grilletto.”

[…]

“I miei genitori dovevano

tenermi stretta per impedirmi

di scavalcare il davanzale (prima dei

vent’anni non distinguevo fra penetrazione

e percosse).”

 

I versi virgolettati, inseriti in alcune poesie, delimitano anche graficamente il campo delle testimonianze personali e rafforzano il vigore espressivo delle dichiarazioni dirette. Le vittime della guerra di nervi ci trasmettono ricordi da un altrove vago e imprecisato, comunicandoci le uniche parole degne di raccontare un destino di (s)oppressione. Scrive Lyotard che “l’arte è l’auspicio dell’anima di sfuggire alla morte promessale dal sensibile, ma celebrando nel sensibile stesso ciò che la sottrae all’esistenza… L’arte, la scrittura graziano l’anima condannata alla pena di morte, ma a condizione che essa non lo dimentichi”. Le voci che si alzano dai versi di Orrico ci chiedono di preservare la memoria di quanto è già stato, anche se in Della Violenza, sia ben chiaro, l’anima, sulla linea di una meccanica materialistica che sarebbe piaciuta al filosofo Julien Offroy De La Mettrie, è un’ipotesi inutile. L’autore romagnolo coglie “la torsione / degli arti nel tentativo di resistere a ciò / che contiene, che spezza”. E’ poesia che intercetta e interpreta la fisicità di ogni atto, inserendo ogni “uomo-macchina”, incerottato e contuso, nella difficile trama dei rapporti civili, nell’urgenza del qui-e-ora.

Da qualche tempo mi osservo. Guardo le cose che mi appartengono, tra le quali vivo. I miei vestiti, il tavolo, le scarpe. Come se fossi già morto. Mi ricordo.” (Michelangelo Antonioni). Anche in  Della Violenza il distacco è un’uscita di sicurezza dal caos delle cattive relazioni, con sé e con gli altri. All’autore piace sapersi già morto, in anticipo e solo perché così può guardarci mentre corriamo e farci cenno di stare alla larga, di fare piano. Progettarsi da morti è un paradosso per sentirsi (ancora) vivi? Nell’ultima poesia Orrico, come un patologo davanti al tavolo operatorio, seziona il cadavere della vita, uno scheletro leggerissimo, una macchina inesausta che ingoia sangue e poi lo restituisce. Risvegliare le coscienze mettendoci di fronte alla nostra vulnerabilità (e a quella del prossimo) è quanto di più politico ci si possa aspettare, oggi, da un tentativo di scrittura poetica. Tentativo riuscito, questo di Orrico, in versi di rara intensità, sui quali si ritorna più volte, per capire, per succhiare l’energia compressa nelle parole. Poesie che ci spingono a riflettere, a non perdere di vista gli ultimi bagliori di umanità nei tempi bui dell’odio esplicito e generalizzato.

Alessandro Vergari

Della  violenza. Una guerra di nervi di Fabio Orrico (Fara Editore, 2017)

 

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