Un diario per gli italiani

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Volevo leggere qualcosa sui vizi degli italiani e mi sono soffermato su Diario notturno di Ennio Flaiano. Sono andato sul sicuro, certo che avrei trovato risposte esaustive. L’ironia di questo scrittore-giornalista-cronista ha l’effetto di un digestivo.

Accettarci è difficile, eppure, conviviamo con i nostri sensi di colpa, lasciandoci cullare dai complessi. Forse ne abbiamo bisogno, d’altronde, come faremmo a giustificare il nostro immobilismo e la nostra incapacità di reagire? Già negli anni Cinquanta, Flaiano scriveva del vizio dei mariti italiani di uccidere e di picchiare le proprie mogli. Già parlava della spettacolarizzazione del macabro che ci rende allegri necrofili. Già descriveva i nostri peccati e i mille modi escogitati per leccare il culo al potere.

Il posto fisso; la sfrenata ambizione; il moralismo esasperato usato per mascherare le porcherie quotidiane; la finta indignazione davanti agli scandali, grazie alla quale ci sentiamo un po’ meno corrotti; il nostro bisogno di apparire, ossia, l’antitesi della volontà di potenza.

Volere è potere: la divisa di questo secolo. Troppa gente che «vuole» piena soltanto di volontà (non la «buona volontà» kantiana, ma la volontà di ambizione); troppi incapaci che debbono affermarsi e ci riescono, senz’altre attitudini che una dura e opaca volontà. E dove la dirigono? Nei campi dell’arte, molto spesso, che sono oggi i più vasti e ambigui, un West dove ognuno si fa la sua legge e la impone agli sceriffi. Qui, la loro sfrenata volontà può esser scambiata per talento, per ingegno, comunque per intelligenza. Così, questi disperati senza qualità di cuore e di mente, vivono nell’ebbrezza di arrivare, di esibirsi, imparano qualcosa di facile, rifanno magari il verso di qualche loro maestro elettivo, che li disprezza. Amministrano poi con avarizia le loro povere forze, seguono le mode, tenendosi al corrente, sempre spaventati di sbagliare, pronti alle fatiche dell’adulazione, impassibili davanti ad ogni rifiuto, feroci nella vittoria, supplichevoli nella sconfitta. Finché la Fama si decide ad andare a letto con loro per stanchezza, una sola volta: tanto per levarseli dai piedi.

 Ed oggi, c’è in giro qualche nuovo Flaiano? No! La qualità dei nostri cronisti è scadente. Tutti vanno alla ricerca degli scoop, ma di quelli che scoperchiano una passeggera e provinciale indignazione. Mancano opinionisti degni di nota. Più che bastioni della cultura abbiamo prigioni dentro cui il nostro cervello non deve pensare. Tutto deve andarci bene. La critica è affidata ai comici. Abbiamo dato a Made in Sud e a Zelig il compito di aprirci la mente. I nostri difetti ci fanno tenerezza, rappresentano un patrimonio inestimabile, che esportiamo con fierezza.

Le case crollano con i ponti, le coste continuano ad essere erose dal mare. Finita la speculazione edilizia è iniziata quella culturale. Ma in fondo Ennio Flaiano ha anticipato questo fenomeno… cosa sarebbero gli italiani senza i cognati e i parenti, senza l’attesa di un miracolo che risolva ogni problema, all’improvviso, senza far vittime, ridando a tutti lo status di innocente? Il nostro nepotismo ha fatto scuola, in Europa già viene imitato.

L’Italia è quindi un paese immenso che può finire in un diario che si scrive di notte, quando le tenebre nascondono meglio i nostri peccatucci, grazie ai quali si ride, si piange e si spera in un domani migliore.

Martino Ciano

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