L’identità di Kazimierz Brandys

Brandys Kazimierz 1982

Kazimierz Brandys. Questa la sua biografia sulla sempre impeccabile Wikipedia Italia:

Nacque in una famiglia di letterati, tra i quali si annovera il fratello Marian Brandys. Studiò legge alla Università di Varsavia. Negli anni di intervallo tra le due guerre mondiali si avvicinò agli ideali di sinistra, iscrivendosi all’Unione della Gioventù Socialista”. Manca però qualcosa di importante che si può facilmente recuperare sulla pagina di Wikipedia Polska (Polonia) dedicata allo scrittore nato a Łódź.:

Pochodził z inteligenckiej, zasymilowanej rodziny żydowskiej dove rodziny zydowskiej”  in cui si dice chiaramente che era di famiglia ebraica, dettaglio trascurato, se non addirittura omesso, nella versione italiana. Questo non è un esempio casuale ma un’assenza desiderata, voluta, fin troppo cercata.

L’appartenenza, inspiegabilmente, diventa una tematica spinosa, perché  in uno scrittore identità e appartenenza sono temi centrali, importanti, sono le fondamenta del corpo d’opera di ogni scrittore e mai, come in Brandys, autore presente nel catalogo E/o, merita di essere sottolineato.

Uno dei suoi libri, pubblicati anni fa anche in Italia, è  Sansone.  Come già specificato, il tema dell’identità è un argomento universale e non è certo una prerogativa unica di Brandys, anche se lo scrittore di Łódź nelle sue opere ne ha sempre magnificato la maturazione. Infatti l’identità non ha un inizio e una fine, ma si trasmette di genitore in figlio così come di libro in libro: questo è uno dei grandi segreti della Letteratura.

Sansone l’ho scritto nel 1947. Ero allora membro della redazione di un settimanale marxista e appartenevo al partito comunista. Alcuni frammenti e personaggi di questo libro sono contraddistinti dalla semplificazione schematica tipica della letteratura didattico propagandistica del realismo socialista”.

Sansone è di sicuro l’opera più naif, o potremmo dire ingenua di Brandys. Un romanzo amaro, costretto com’è nelle rigide forme della letteratura socialista, dove un giovane ebreo Jakub Goldman diventa protagonista del proprio destino decidendo di partecipare alla lotta armata contro l’invasore nazista.

L’immaturo  Jakob  ha paura, deve nascondersi, deve celare il suo volto a causa  dei suoi lineamenti, della sua identità . Appare troppo non polacco e troppo lontano dai canoni dell’estetica ariana. Uno come lui potrebbe facilmente essere scoperto ed essere venduto. La sua identità ha dunque sia un prezzo che un costo. “Sansone” è la storia di un perseguitato, di un condannato a morte, un uomo che è lecito uccidere solo perché ebreo. Contestualizzando  la volontà di Brandys, il lettore dovrebbe vedere in Jakub Gold la vittima di un delitto politico cioè l’assassinio imposto dall’ideologia.

Quest’opera rappresenta il punto di partenza ideale per chi vuole cimentarsi con l’ arco narrativo intessuto da Brandys. Se volete leggere un solo libro di questo autore, non cominciate però da qui, perchè è sicuramente da contestualizzare, costretta com’è da rigori politici e volontà di rivisitazione.
Sansone è di fatto  una rivisitazione storica, pensata inizialmente per far parte di un più ampio progetto narrativo, prima di essere portata sul grande schermo dal regista Andrzej Wajda.

Rondò

Brandys è un autore strettamente legato al tema dell’identità tanto che a Roma, in una sua intervista dichiarò quanto segue parlando di Rondò:
Negli attori la personalità e la parte interpretata sono la stessa cosa, la differenza tra essere e recitare è impalpabile, cosa che attenua il peso morale della vita, Nel momento in cui termina l sua parte, e deve mostrare il bene o il male elementare dentro di lui, l’uomo che è attore si denuda senza ritegno, con la naturalezza tipica degli animali”.

Questa divagazione sul ruolo dell’attore ci fornisce lo spinto ideale per andare a parlare di un’altra delle sue  opere sicuramente più famose, Rondò, che a mio modesto parere, insieme a La Difesa della Granada, rappresenta il perfetto esempio di maturazione dell’autore.

Rondò è un romanzo che ha nell’identità il suo perno narrativo. Il libro propone  l’inverosimile vicenda di una compagnia teatrale impegnata a combattere contro la storia.  La storia diventa parodia di se stessa, materia da avanspettacolo, perde la sua identità nella confusione creata tra proscenio e palcoscenico. Nessuno può essere certo di chi sia  davvero, tanto che lo stesso protagonista, dando ascolto alle dicerie, comincia a convincersi di essere figlio illegittimo del Feder Maresciallo Pilsudski, padre della Polonia tra le due guerre.  Rondò è un romanzo godibilissimo, dove  Brandys appare didattico nella scrittura intenzionato com’è  a sviluppare la  complessa trama.

L’identità

Avere o non avere un identità?  Affermare, nascondere, deviare dal proprio essere. L’identità in Brandys potrebbe addirittura essere vista come una vergogna di esistere, tanto che ad un certo punto lo stesso autore si preoccupò di precisare:
Vergogna di esistere? Ma signori ,ognuno di noi sa che è sempre più buono con sé che con gli altri, tiene di più alla propria salute che a quella altrui, pensa di più a se stesso che al suo prossimo. Ognuno di voi lo sa, e sa di doverlo nascondere, ma al tempo stesso sa che lo fanno tutti e che proprio in quel nascondere si riflette la nostra vergogna dell’esistenza umana

E con la maturazione identitaria riaffiora anche l’origine della famiglia.  L’autore scrisse dopo un suo viaggio a Gerusalemme:
I Luoghi Santi e Gerusalemme, il Santo Sepolcro, la tomba di Re David, la valle del Giordano non si sono associati nella mia mente al Mistero. A Betlemme, nel luogo dove i re Magi si erano prostrati in adorazione, non mi sono sentito più vicino a cose soprannaturali. Ciò nonostante non mi ritengo un pagano: se dovessi definire in me la sfera del cristianesimo, la chiamerei corresponsabilità nella colpa, consapevolezza di appartenere a una comunità gravata dal peccato. durante il mio soggiorno in Israele, ho avvertito questa consapevolezza in maniera totale. Quando si segue la Via crucis assieme a un gruppo di signore tedesche dai capelli bianchi con i ceri in mano, è difficile sentirsi un essere senza peccato e innamorato di Dio”.

Identità e storia non possono che confluire nella questione della religione.
La religione è sì storia, ma diventa in Brandys, come ben riassunto dalla sua traduttrice Giovanna Tommasucci, anche e soprattutto destino. Una danza ostinata che da sempre accompagna l’uomo, durante tutto l’arco della sua esistenza, sia nell’ascesa che nel declino.

Fabio Izzo

Kazimierz Brandys nacque a Łódź, il 27 ottobre 1916. Morì a Parigi il 11 marzo 2000. fu uno scrittore polacco, saggista e sceneggiatore. Brandys proveniva da una famiglia di intellettuali di origine ebraica.  Studiò legge all’ Università di Varsavia e a a partire dal 1935 iniziò a svolgere l’attività di critico teatrale per diverse riviste. Dopo la fine della seconda guerra mondiale iniziò la carriera di scrittore con il suo primo romanzo Miasto niepokonane (“La città non vinta”,1946). Nel 1957 pubblicò l’opera Matka Krolow (“La Madre dei Re”), in cui manifestò le prime avvisaglie dei conflitti e delle incertezze dei comunisti post-staliniani. Riscosse un grande successo di pubblico e di critica, in Italia fu molto apprezzato anche da Sciascia, e recentemente da Veronica Tomassini, il volume di saggi intitolato Listy do Pani Z (“Lettere alla Signora Z.”) uscito nel 1958. Nel 1966  asciò il partito comunista in segno di protesta per la repressione politica di quegli anni. Dal 1970 insegnò alla Sorbona di Parigi nel 1976 fu uno dei promotori della “Lettera dei 59”, un manifesto di contestatori dei mutamenti della Costituzione polacca.Morì a Parigi nel 2000.

 

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