TONI D’ANGELO: FALCHI

falchi

Il rapporto tra genere (a parte la commedia, va da sé) e cinema italiano è abbastanza compromesso. Di tanto in tanto si cede alla tentazione del noir, preferibilmente affrontato nella sua variante più psicologica, immagino perché per girare una sparatoria o un inseguimento come si deve ci vogliono soldi, idee, mezzi, maestranze e soprattutto un pubblico che abbia voglia di vedere il risultato finale sullo schermo. Insomma un’industria del cinema, da noi purtroppo estinta da tre o quattro decenni. Tra i noir nostrani visti negli ultimi anni, alcuni dei quali anche ben accolti dalla critica, l’unico che mi ha convinto fino in fondo è stato Bolgia totale, diretto un paio di anni fa dal giovane Matteo Scifoni, perché sostanzialmente un poliziesco puro, senza paracadute intellettuale, animato da una sana cattiveria e con un forte senso degli spazi urbani.

Toni D’Angelo, con il suo ultimo lavoro, Falchi, mette un ulteriore tassello al mosaico del noir italiano contemporaneo. D’Angelo viene da un bellissimo documentario, Poeti, che rievoca il raduno di Castel Porziano del ’79 e da L’innocenza di Clara, giallo di provincia sospeso tra Chabrol e Simenon. Con Falchi sembra volersi collocare senza ambiguità sulla traiettoria del nostro poliziottesco anni ’70, segnando fin dalle prime immagini della pellicola le sue coordinate stilistiche.

Fortunato Cerlino e Michele Riondino, sbirri brutti sporchi e cattivi (e qui uno dei grandi meriti della pellicola: due poliziotti più vicini a quelli che possiamo incontrare noi spettatori, niente a che vedere coi bonari padri di famiglia delle fiction RAI) battono la città in sella a una moto, proprio come la coppia Porel / Lovelock di Uomini si nasce, poliziotti si muore di Ruggero Deodato. L’altro grande punto di riferimento ideologico, Fernando Di Leo, viene citato attraverso il suo capolavoro Milano calibro 9, che alcuni delinquenti guardano in tv durante un tentativo di arresto.

Cosa funziona in Falchi? Innanzitutto Napoli, filmata tenendo lontani luoghi comuni e folklore, anzi immergendosi in esempi di immigrazione ancora trattati marginalmente dal nostro cinema. Notevoli le scene ambientate nel centro massaggi cinese, reso con un atmosfera sospesa da acquario, intelligentemente evocata dalla scenografia puntualissima di Carmine Guarino. Così come straniante è la recitazione di Pippo Del Bono, la cui dizione stacca violentemente con l’inflessione degli altri personaggi. Altrettanto lodevole è l’intenzione di mettere in scena poliziotti, come già detto, moralmente discutibili, rendendo probabilmente difficoltosa la programmazione di questo film in tv, se non dopo gli opportuni aggiustamenti (leggi: tagli) e questo non può che ispirare simpatia. Il problema però si annida proprio nei pregi. D’Angelo non si stanca di spremere sfumature dai suoi interpreti principali, scatenando una interminabile gara di piagnisteo, vinta comunque da Michele Riondino. Non c’è un’inquadratura che sia una in cui l’attore pugliese, sbirro in crisi spirituale e d’identità come e più di Harvey Keitel ne Il cattivo tenente, non si droghi, pianga o tenti il suicidio. Solo che nel classico di Ferrara il corpo attoriale di Keitel era esibito fino alle sue conseguenze più estreme, sfiorando l’home movie o addirittura lo snuff, in quadri di improvvisa demenza, diventando esso stesso segno grafico. Il paragone è naturalmente ingeneroso, ma sui personaggi di Falchi si adagia una patina di manierismo con annessa tendenza alla citazione fin troppo ammiccante. Un po’ come succede nel catartico bagno di sangue finale che guarda con grande evidenza a Taxi driver, compresa l’inquadratura zenitale che chiude la scena, ma che scivola via senza stupire e senza sconvolgere, in assenza di un sentimento forte dell’azione, quello che, per intenderci, rende devastanti e geometriche le scene d’azione di un Michael Mann. Ok, sono ancora più ingeneroso. Il punto è che basta guardare grandi titoli nostrani degli anni 70 come Il cittadino si ribella di Castellari o Milano odia: la polizia non può sparare di Lenzi per rendersi conto di come, nel quadro di un cinema popolare, fosse possibile osare e sperimentare, mettere in scena personaggi controversi e scavare nelle loro psicologie, senza soffocare l’azione e le figure retoriche del genere. Probabilmente, anzi sicuramente, parliamo di un cinema impossibile, per il mutato spirito del tempo ma anche, molto più concretamente, per l’assenza di un sistema cinema fatto di maestri d’armi, cascatori, professionisti del settore che, oggi come oggi, ha traslocato in televisione, dove i generi vengono castrati e privati degli spigoli. Detto questo, pur con tutte le sue imperfezioni e fragilità, Falchi è un film da difendere, anche solo per tigna ideologica.

Fabio Orrico

 

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