Il viaggio di Ulisse nella sua stanza

Cover Casartelli:Layout 1

Ulisse Casartelli è un poeta che, in questa raccolta, pubblicata da Pendragon verso la fine del 2016, getta e infonde tutta l’urgenza umana-troppo-umana di essere e dire. Dire ed essere trovano la propria coincidenza in un dettato personale di rara forza emotiva, vera poesia che arde le pagine e scuote in profondità il lettore. Stanza N.12 è una confessione di sé agli altri, ma è anche un esplicito inno all’amicizia, sentimento che fiorisce come un dono inatteso. Nel prologo Ulisse indica i nomi di coloro che lo hanno “seguito giorno per giorno durante le visite consentite o telefonicamente”, cercando di capire insieme a lui, giorno per giorno, il significato del suo dolore. Nomi che poi compaiono nella prefazione (Nicola Vacca) e nella postfazione (Donato Di Poce), entrambe scritte in versi. Nomi che ritornano nell’appendice intitolata Parole che curano, insieme ad altri (Carla Muzzioli Cocchi, Alberto Casiraghy), per affrontare l’esperienza di componimenti poetici “a due o tre mani”, una fusione di anime alla ricerca di un senso nell’esplosione del caos. E poi altri compagni di strada, per Ulisse ugualmente cari, Massimiliano Sarti, autore di pregevoli illustrazioni, che impreziosiscono il volume, e ancora Giuseppe Battaglia, Riccardo Musacchi e Francesco Bacci. Amici, voci e presenze alle quali si accosta il nume tutelare di Alda Merini, il cui verso “Il dolore è solo la pausa della gioia” è ideale sigillo al viaggio di Ulisse nella sua Stanza N.12.

Ulisse scrive a noi da Villa Barruzziana (solo l’ultima poesia è composta post-ricovero), clinica bolognese specializzata in patologie della psiche e del sistema nervoso. Un esaurimento lo ha condotto qui, dove “ognuno è nudo”, e i pazienti si guardano negli occhi, a differenza di come si sta nel vasto mondo, che gira sull’asse della propria indifferenza. Ulisse ringrazia la Poesia, poiché lo ha aiutato “a entrare tra le porte di fuoco” del suo delirio “e guardare senza paura cosa accadeva”. Poeta con l’hobby della tipografia, Casartelli batte la sua storia sui tasti di una Olivetti Lettera 22. I componimenti vengono appesi alle pareti, a tappezzare il rifugio delle braci di sé.

Lasciare il mio letto

la mia finestra

i miei figli.

Lasciare la mia capanna

i tigli

le ninne nanne a Matilde.

Marito e padre di famiglia, filosofo di formazione con tesi su Martin Heidegger, poi counselor ed educatore, Ulisse ha viaggiato molto, imboccando, ogni tanto, strettoie contromano. “Pur sapendo che strada porta a strada / non credevo che sarei mai ritornato”, come scriveva Robert Frost. Perché vi sono passaggi che una volta presi devono essere percorsi, anche se portano nel chiuso di una stanza. Qui, tra quattro mura, si sta a macerare per consentire che il “chiarore di un’acqua limpida venga a mostrarsi”, e ci si sfoglia come cortecce, esponendo la nudità del proprio essere, senza enfasi, nella cruda luce di una verità che urla di non essere taciuta. Nella bocca di una fornace estiva che sputa veleno, pietà e sudore, Ulisse lotta per non essere inghiottito, e ne emerge vivo.

Tra i frammenti

di un bicchiere di cristallo,

ognuno splende

verità propria.

Cielo

tu hai visto la mia storia

perché mi costringi

a cercarla nella tua luce?

In questa silloge, non la prima pubblicata da Casartelli, non l’ultima, le poesie sono impilate in rigoroso ordine  di composizione. Entriamo in clinica con Ulisse e con lui ne usciamo. Nel mezzo, ogni poesia corrisponde ad un’infrazione delle liturgie della convivenza forzata, ad una spoliazione della retorica dei giorni. Gli incontri e le conversazioni con medici, lavoratori e pazienti sono esempi luminosi di misericordia laica, di comprensione irrisolta dell’arcano che alberga nel cuore fragile dell’uomo. Ulisse legge dentro se stesso e legge negli altri, nei suoi vicini di stanza, alienati, docili, furiosi, stillandone gocce di rabbia e di splendore. La mente, si evince, è un ingranaggio incantato da tastare con cura. Francesco, che “dondolava davanti alla macchina del caffè” con le sue braccia tagliate da colpi autoinferti per punizione

Con i suoi centrotrenta chili si sedette sul

bordo

del mio letto

e capendo che non volevo parlare

cominciò a svelarmi i suoi segreti…

Arrivarono comete

riflesse sul fondo del mio pozzo;

poco dopo

ridevamo

per chissà che cosa.

Ulisse si imbatte nel potere degli psichiatri, nella conoscenza medica incarnata nei manuali del DSM (il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), nell’algida dittatura delle pillole, nel paradigma del dolore ridotto a puro fatto fisiologico, nell’insipienza arida dei sapienti, nel filo spinato che separa i sani dai malati per consentire ai primi di vivere all’ombra delle proprie certezze e di perseguire la meccanica dei comportamenti civili, mentre ai secondi è imposta la parentesi di un limbo, una chance di riscatto per tornare nell’inferno disciplinato della vita quotidiana.

Il dottore ha il camice bianco,

sorride appena

e ha occhi blu.

Sembra buono

e noi ingenui

solitari

gli mettiamo la vita nella mani.

Il suo camice papale lo protegge

dai mostri del suo gregge,

probabilmente pensa al suo bassotto che

ha il raffreddore

e alla moglie raggrinzita

persa in qualche cocktail party.

Le narrazioni poetiche di Ulisse contengono rivelazioni e parabole, versi che scoprono mondi e stimolano il lettore ad incontrare volti, corpi, esperienze. Chi avrà rubato il sorriso a Irina, la donna delle pulizie? Quale bestia mostruosa e fantastica degna di un quadro di Füssli la divora da dentro, quale “coccodrillo le mangia lo stomaco?” Sono poesie percorse e illuminate da una straordinaria fiducia nel potenziale inespresso del genere umano, un potenziale costantemente depresso dalla forza degli eventi. “Nel mio paese sono insegnante, qua faccio pulizie”. Nello spazio chiuso di una clinica si riflettono altri spazi concentrazionari, più vasti, più spietati, più feroci. La follia esterna non ha, però, prospettive di guarigione, perché nessuna pillola può somministrare la giustizia. Solo il contatto umano, sforzo ermeneutico, spremitura di senso, può schiudere sorrisi fino a quel momento incapaci di sorgere a vera espressione, nel comune respiro degli umiliati.

Davanti la strada è nuova

sconosciuta

senza impronte da calpestare.

C’è paura

terrore

orrore

di scoprire

che non saprò più ci sono.

Mentre i temporali raffreddano l’aria, “lampi di poesia” attraversano l’orizzonte di Ulisse. In bilico tra l’essere e il nulla, il filosofo-poeta mette in versi l’epica battaglia con il proprio Io, scomparendo a se stesso per ritrovarsi cambiato. I ricordi sfondano la parete del tempo e si ricollegano ad un cordone ombelicale che reclama il desiderio di una recisione. Le radici di sangue sono presenti e solide, e ancora iniettano linfa malata nel tronco dell’uomo adulto. Affiora la memoria sepolta di un pater-ciclope. Tuttavia, sostenuto da pensieri sempre più nitidi, il paziente della Stanza N.12 rinasce, lentamente, resistendo ai richiami delle sirene della dissoluzione, testardo e volitivo come l’azzurro del cielo d’Agosto, con la naturale pazienza delle foglie che sanno di poter attingere alla luce. Convinto che vi sarà un ritorno in quell’isola dove la pazienza familiare, con amore, lo attende.

Uccisi i genitori

digerito il dolore

sono pronto

a essere padre

e non più vittima

della ribellione.

[…]

La disperazione

è una finestra cementata

che alle spalle

ha sempre una porta aperta.

In mezzo alla tempesta compare il dottor Battaglia, un medico degno del giuramento di Ippocrate, un uomo che “quando ascolta, i suoi sensi si aprono / come un fiore / la pelle gli cambia forma / sembra una spugna che si intinge di colore”. Perché la pratica dell’ascolto è una leva che sovverte la gravità delle relazioni umane, abito morale, induzione alla rivolta contro il silenzio delle solitudini. “Ascoltare” significa mettere se stessi, la mente, i nervi, nella condizione di percepire il minimo fruscio, che altrimenti morirebbe inavvertito. Così, Ulisse quando è triste ha voglia di “amore puro / quello che si muove in silenzio / che passa inosservato / che non chiede nulla a nessuno”. Nell’empatia si invera la nascita di una nuova umanità, sorge la possibilità di un’evoluzione culturale e sociale. Nell’unione con l’altro, scavalcando i fossati della paura, prendono forma intrecci di parole nuove, mentre sotto i piedi si spalanca la vertigine del sacrificio di sé, della caduta dolorosa delle maschere, unica via per ritornare a casa con un volto nuovo.

Senti la potenza

il frastuono

la fragilità:

una goccia d’acqua

lenta

entra

nei pori

della pelle.

[…]

Ora hai il privilegio

di sentirla scorrere

nelle vene.

Chi sei?

Chi credi di essere?

La poesia di Ulisse squarcia il velo delle apparenze e invita a dissolvere i nostri schemi mentali con un atto di coraggio, a muovere i passi nella nebbia primordiale dove le creature non conoscono ansia, rabbia, angoscia e dove il terrore di vivere cede il passo al sollievo del “lasciare andare / questo briciolo di cosmo / per respirare / a pieni polmoni / un po’ di leggerezza”. Pensieri vicini alla scuola classica Zen, in cui si insegna che la perfetta libertà si realizza “nell’apprendere se stessi dimenticando se stessi” (Eihei Dōgen zenji, XIII secolo), o ancora, che “l’autoconsapevolezza del vero è l’atto compassionevole di amare l’altro e di sacrificare se stessi all’interno di un amore partecipativo” (Tanabe Hajime, Scuola di Kyoto). Assonanze, anche, con la teologia negativa del mistico Meister Eckhart, ove si legge che “chi percepisce qualcosa in Dio, non vede Dio. Un uomo giusto non ha bisogno di Dio. Non ho bisogno di quello che possiedo” (Sermoni tedeschi), un passo celebre e provocatorio che meriterebbe di essere incorniciato come antidoto all’odio confessionale. In Stanza N.12 ognuno riflette una verità ineffabile e sfuggente di cui è semplice frammento.

Ho attraversato la morte a occhi aperti

e sul fondo della melma sono rinato

salendo a galla come il fior di loto.

Istanti, quelli vissuti durante il periodo di permanenza in clinica, che bruciano, simultaneamente, dentro un unico caleidoscopio. Colori, calure, rugiade, tormenti, lacrime, abbracci, terapie, ombre,  prati al sole, scrosci di pioggia, camici bianchi, canzoni di Vasco, canti di uccelli all’alba,  partite di calcio in televisione, odori di erba bagnata, sorrisi e felicità improvvise… tutto dentro e attorno a una stanza, che, poco dopo il Ferragosto del 2016, Ulisse si lascia alle spalle, ma conserva dentro di sé, tatuaggio indelebile. Quante volte nasce un uomo? Certo, non una soltanto.

Mi hai fatto da mamma

utero

elmo

isola di pace

trincea di protezione.

[…]

Addio stanza numero dodici

finchè avrò vita

troverò in me

un rifugio

una capanna

un buco scavato nel cuore

per vivere la pace

e lasciare la fantasia

sorvolarmi come un rapace.

Scriveva Michel Foucault, nei suoi fondamentali studi sulla malattia mentale nell’età classica, che “la verità umana scoperta dalla follia è l’immediata contraddizione della verità morale e sociale dell’uomo”. Casartelli ribalta l’assunto e, proprio per questo, paradossalmente, lo convalida.

Sono dovuto entrare in manicomio

per poter scrivere quello che avevo dentro

altrimenti la società non mi avrebbe mai

lasciato il Tempo.

Così Ulisse, un giorno dopo l’altro, ha tessuto la sua libertà con il filo della Poesia.

Alessando Vergari

 Stanza N.12 di Ulisse Casartelli (Edizioni Pendragon, 2016)

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