BARRY JENKINS: MOONLIGHT

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Fresco vincitore dell’oscar per la categoria più importante, cioè quella di miglior film, Moonlight racconta la storia di Chiron, riassumendone l’infanzia, l’adolescenza e la maturità  in tre momenti apicali della sua vita. Il film di Barry Jenkins (esordiente nel 2008 con Medicine for melancholy) tratta temi ponderosi: perdita dell’innocenza, bullismo, ricerca della propria identità sessuale. Un progetto che sulla carta può far covare il sospetto di una corazzata acchiappaoscar, il classico film impegnato con grandi temi a rischio retorica. Ma Moonlight è tutt’altro. È un racconto crudele della giovinezza (ma anche dell’età adulta), per dirla con Oshima, girato con l’energia e la libertà di un film inglese o polacco degli anni ’60.

Ambientato nelle periferie desolate di Miami, il romanzo di formazione di Chiron comprende una figura paterna alternativa e un amore inespresso, oltre a un rapporto tormentatissimo con la madre tossicodipendente. Intorno a lui, i coetanei che rappresentano una realtà ostile e oppositiva, dalla quale Chiron è di volta in volta respinto, assediato o ferito. L’intelligenza drammaturgica di Jenkins ci restituisce tutto questo non in modo lineare e strutturato ma scegliendo alcuni momenti precisi e facendoli deflagrare con divagazioni e tempi morti, in modo da costruire una narrazione umbratile e quotidiana, organizzata per frammenti. Tutto il film si struttura su movimenti circolari e curvilinei della macchina da presa, a cominciare dal primo bellissimo piano sequenza che introduce lo spacciatore Juan (il bravissimo Mahershala Ali, già efficace villain nella serie tv targata Marvel Luke Cage). Questo movimento circolare scelto da Jenkins, traccia ossessivamente lo spazio, definendo le distanze e i rapporti tra i personaggi e in particolare la solitudine di Chiron, prima ragazzino introverso al limite della catatonia, poi adolescente destinato alla violenza e infine adulto apparentemente risolto (un attore diverso per ogni segmento), seppure fotocopia, ma solo esteriore, di Juan. Quest’ultimo personaggio ci dice tantissimo del mondo poetico di Jenkins che, in nessun momento, cede allo stereotipo. Piccolo boss di quartiere, Juan vende droga anche alla madre di Chiron e in questa contraddizione cresce il rapporto doloroso col ragazzo. Di fatto Juan è la prima persona a capirlo, dando prova della sua lungimiranza e sensibilità (“Che cos’è un frocio?” “è la parola utilizzata per fare del male ai gay”), ipotecando in parte il suo futuro.

Altra ossessione visiva della pellicola è il fuori fuoco, spessissimo sulle immagini raccordate, come a rendere di più difficile decifrazione il dinamismo grafico delle scene ma anche rivestendole di un ritmo quasi musicale. È il valore composito dello stile di Jenkins che, adottando la sintassi del reportage, ci rende voyeur di quanto di più drammatico e doloroso possa capitare a un bambino in cerca della propria identità, e poi ci spezza il cuore con immagini rigorose e ieratiche, degne di una tragedia antica. Tutto Moonlight si muove su un binario registico che alterna realismo e solennità, immediatezza e sospensione, trasparenza e metafora. In questo senso è rilevantissima la presenza dell’acqua. Che sia quella dell’oceano o semplicemente quella versata in una vasca, l’acqua è l’elemento a cui Chiron tende. L’immagine che chiude il film ci mostra il protagonista, tornato bambino, ripreso di fronte al mare e il rapporto di amicizia tra Juan e Chiron si salda quando l’uomo insegna al ragazzo a nuotare. Scena bellissima in cui l’acqua alla quale abbandonarsi sembra essere la promessa di una rinnovata fiducia, forse solo temporanea, nella vita e nelle persone. Coerentemente anche il sound design del film, sofisticatissimo e avvolgente, insiste sui suoni liquidi che circondano il protagonista.

Moonlight compie la sua parabola narrativa quando Chiron incontra il suo amico d’infanzia Kevin dopo quasi vent’anni. Come in un Breve incontro differito di due decenni, Chiron e Kevin si scoprono abbastanza estranei dei rispettivi destini da mostrare un complice, divertito imbarazzo ma anche sufficientemente legati da leggersi dentro, anche se le parole risolutive devono cercarle in una canzone suonata da un juke box.

Fabio Orrico

 

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