Sereni: lo strumento umano della poesia

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Franco Fortini scrive che Gli strumenti umani di Vittorio Sereni è uno dei libri di poesia più impegnativi e densi fra quanti ne sono stati scritti, non solo in Italia, nel trentennio successivo alla seconda guerra mondiale.

La profondità del disagio esistenziale è  uno dei temi della complessa poetica di Vittorio Sereni e fu proprio con quel libro che il poeta la esprime al meglio attraverso ogni parola che dice di quell’incertezza angosciosa con cui quotidianamente, e oggi più di ieri, siamo costretti a fare i conti.

Trai poeti del ventesimo secolo, Vittorio Sereni  e tra quelli la cui poesia va annoverata senza tra quella che rinnova i gesti della grande lirica di stile tragico.

Poesia che guarda alla realtà, al vissuto e che non rinuncia mai allo scavo interiore e al dialogo con l’io e la coscienza.

Vittorio Sereni è diventato il poeta di una generazione. Raffele Crovi ha scritto che Sereni «è il poeta che ha meglio interpretato il passaggio in Italia da una civiltà di opzioni individuali a una civiltà di conflitti collettivi, da una cultura preindustriale a una cultura di massa, da un decoro provinciale piccolo borghese a una tensione problematica di crisi e rinnovamento».

Nei suoi versi il vuoto e il male di vivere ci sono sempre e grazie all’immediatezza della sua scrittura questi temi il poeta li comunica con forza e incisività.

Una scrittura sempre accogliente in cui si intrecciano sempre vita e poesia che hanno una ragione di esistere sempre e soltanto in una condivisione necessaria.

È stato più volte detto che nelle poesie di Sereni si avverte quel senso comunitario della cultura che la nostra generazione conosce solo in modo residuale, e che il valore profondo di questi testi può forse aiutarci a non dimenticare del tutto.

Frontiera, Diario d’Algeria, Gli strumenti umani, Stella variabile questo è il percorso della poesia di Vittorio Sereni che si affaccia impassibile di fronte al nulla proponendo azzardi esistenziali che non hanno alcuna pretesa di comunicare di comunicare (e di pronunciare) una verità.

Siamo davanti a un poeta laico che porta con sé un bagaglio di perplessità.

«La poesia di Sereni – scrive Pier Vincenzo Mengaldo – non ha nulla di intimidatorio, le è del tutto estraneo il gesto di chi esclude dal tempio i profani; è sconvolgente, questo sì ma in quanto presuppone una compartecipazione.

Nel mondo poetico di Sereni uno vive a casa propria, e la durata in cui esso costituzionalmente si distende, la sua temporalità quasi da romanzo, è la stessa fedeltà che viene richiesta alla nostra presenza di lettori».

Sereni ha più volte scritto e detto che l’unico modo veramente degno di fare esperienza della poesia è già quello non di leggerla semplicemente ma di convivere con lei.

Una grande lezione di vita, di stile e di letteratura da imparare a memoria oggi che la poesia italiana contemporanea vive una stagione di narcisismo onnipotente.

Nicola Vacca

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