Céline in una stanza

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Lettere agli editori è un epistolario curato egregiamente da Martina Cardelli per i tipi di Quodlibet contenente 219 lettere scritte dal dottor Destouches, ovvero da Louis-Ferdinand Céline, fra il 1932 – anno della pubblicazione di Viaggio al termine della notte – al 30 giugno 1961, poche ore prima della sua morte (pare che le ultime due missive non furono neanche spedite, ma ritrovate sulla sua scrivania e consegnate brevi manu dalla compagna Lucette).

Pagine tanto deliranti quanto comiche e grottesche, scelte appositamente da testi celebri come Lettres à la N.R.F. e Lettres à Pierre Monnier.

I destinatari di queste lettere sono i tre principali editori di Céline: Robert Denoël (colui che ebbe la solerzia di opzionare il Voyage), Pierre Monnier (che per Céline si fece agente e lo aiutò durante l’esilio danese iniziato nel ’44 e il successivo ritorno a Parigi nel ’51, e che divenne addirittura l’artefice del suo passaggio a Gallimard) e Gaston Gallimard (che acquisì l’autore in via definitiva, rilanciandolo e inserendolo nientemeno nella prestigiosa Bibliothèque de la Pléiade).

Leggendo queste lettere l’una dopo l’altra, in un crescendo rossiniano di petite musique, ci si può fare l’idea di chi fosse realmente Céline. Uno scrittore rancoroso, aggressivo, misantropo, presuntuoso, molesto, diffidente. Disilluso, ma anche bisognoso d’amore. Un uomo fondamentalmente solo. Che di certo non le mandava a dire, se c’era da insultare o ammonire i suoi editori. Un perfezionista con le idee ben chiare su come dovesse essere il prodotto finito. Esigente con le copertine («Sobri Sobri Sobri – le stravaganze a casa, sotto le coperte!»), difensore a spada tratta dei suoi testi da qualsivoglia taglio o censura («Rifiuto nella maniera più assoluta di sopprimere una parola, una virgola.»). Sempre pronto a reclamare le tirature e i soldi che riteneva di meritare («Sono stufo di non guadagnare mai nulla e perdere sempre.»), che contestava ogni rendiconto fino ad arrivare a indagare di persona presso le tipografie («Mi mandi un rendiconto esatto – 10 copie più 10 copie meno. Ovviamente ho chiesto a Steel l’indirizzo e il nome dei vostri stampatori dai quali mi recherò di persona. Uno dei miei principi, come sa, è non credere a niente, solo ogni tanto a quello che vedo.»).

La sua scrittura è musica dissonante, tutta incentrata sull’uso smodato dell’argot e di estenuanti alterazioni linguistiche messe in campo per sottolineare il lirismo dell’orrore, cosa che Céline fa con assoluta maestria.

Lettere agli editori è un anti-manuale dei rapporti tra chi scrive e chi pubblica, concepito in un tempo in cui non esistevano ancora gli agenti letterari che facessero da figure di intermediazione. Per Céline gli editori sono tutti degli impostori, dei truffatori, dei biechi parassiti che vivono sulle spalle degli autori sfruttandoli senza vergogna. Gli editori, aggiunge Céline, non devono essere trattati come entità superiori, perché uno scrittore è innanzitutto il capo di sé stesso.

Pur essendo quasi un monologo lungo 250 pagine, leggendolo si ha l’impressione di assistere a un epico, feroce, meraviglioso scontro tra titani degno dei poemi di Omero.

Giuseppe Foderaro

 

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One thought on “Céline in una stanza

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