ANDREA ARNOLD: AMERICAN HONEY

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La regista britannica Andrea Arnold ha diretto dall’anno del suo esordio, il 2006, quattro lungometraggi e con il penultimo, inedito in Italia, Wuthering heights, ha restituito al capolavoro letterario di Emily Bronte, il suo nucleo di romantica e ancestrale violenza, immergendo la storia di Heathcliff e Catherine in un paesaggio battuto dal vento, reale specchio delle devastate anime dei protagonisti.

All’ultimo festival di Cannes la Arnold ha presentato American honey, suo primo film americano e pure questo in attesa di distribuzione nel nostro paese, consegnandoci probabilmente il suo capolavoro.

American honey è un viaggio on the road nell’America profonda, quella del sottoproletariato white trash, raccontato con un vigore impressionante e aperture di umana pietas da spezzare il cuore. Protagonista e punto di vista privilegiato è Star, ragazza poco più che adolescente, incastrata in una famiglia che definire disfunzionale è meramente eufemistico. La sua occasione di fuga si presenta quando incontra un gruppo di ragazzi giovani come lei, allegri e chiassosi, che si sposta da una città all’altra su un furgone. In particolare Star è attratta da Jake (Shia LaBeouf, l’unico volto noto del cast), carismatico e guascone. La ragazza si unisce al gruppo e inizia il suo romanzo di formazione.

Il branco è guidato da una giovane donna, Krystal, cinica imprenditrice che si serve di giovani raccattati per strada per vendere abbonamenti di riviste di ogni genere, dal porno al rotocalco scandalistico. Porta a porta, gli improvvisati venditori devono agganciare clienti e piazzare il loro prodotto; a chi non riesce lo aspettano varie forme di nonnismo e umiliazioni fatte passare per innocenti scherzi. Il rapporto che lega Krystal ai suoi dipendenti ricorda il truce Fagin e i piccoli schiavi di Oliver Twist. Il cotè dickensiano della storia viene rielaborato dalla Arnold alla luce delle nuove povertà e degli ultimi cascami del capitalismo USA, guerra tra poveri e scontro di tutti contro tutti, secondo una logica che richiama alla mente anche certi racconti di Jack London, quello più darwiniano di Accendere un fuoco e Batard. Un film, quindi, capace di collocarsi in una tradizione precisa, forse addirittura nella Tradizione, ma che, per la vividezza e l’autenticità con cui l’autrice mostra il paesaggio umano fa venire alla mente il lavoro di Roberto Minervini e i suoi grandi documentari Stop the pounding heart e Louisiana, quindi uno degli esempi più alti di cinema del reale del nostro tempo. Complice una macchina da presa costantemente attaccata ai corpi dei suoi attori, in modo quasi intrusivo, manovrata da Robbie Ryan (collaboratore fisso della Arnold ma anche dell’ultimo Ken Loach), siamo proiettati fisicamente nel mondo di Star. La narrazione, dall’andamento rapsodico, si concede sequenze lunghe e dilatate, come la bellissima scena in cui la protagonista vende il suo primo abbonamento e si fa rimorchiare da tre cowboy. Decisamente il film non sarebbe lo stesso se nei panni di Star non ci fosse Sasha Lane, attrice appena ventunenne che percorre la vicenda con la sua recitazione elettrica. Nella scena citata la Lane attraversa rabbia e indolenza, cautela e sorpresa, concitazione e paura, eccitazione e entusiasmo, con connivente aderenza, assecondando il naturalismo estremo della Arnold.

La regista inglese mostra un occhio acutissimo per il paesaggio statunitense. Nell’allontanarsi dall’America mitica, sognata e sognante, resa da altri colleghi europei in trasferta (Wenders, per esempio) la Arnold sceglie uno sguardo mimetico, miracolosamente oscillante tra una narrazione soggettiva e partecipe e un distacco da antropologo. Quando filma i momenti di gioco e svacco dei protagonisti, la macchina da presa è costantemente ad altezza d’uomo, palpitante e imparziale e con la sua mobilità pulsante come un respiro ci comunica l’esperienza straniante di accedere al cuore di tenebra di un occidente visionario, coi suoi riti sconosciuti e incomprensibili. La terra attraversata è sempre uguale, orizzontale e infinita, ma continuamente riformulata e quindi sempre inedita, dai suburbia agli enormi centri commerciali, dalle stazioni di servizio alle torri di trivellazione del petrolio. In quest’ultimo scenario la Arnold ambienta una delle scene più belle e dolenti: Star si apparta in  auto con un operaio e lo masturba mentre i riverberi dei fuochi dei pozzi petroliferi scolpiscono il suo profilo, nel buio. Epifania herzoghiana e immagine post apocalittica di un’umanità condannata ai propri bisogni primari come unico orizzonte possibile.

American honey dura quasi tre ore. Si prende il suo tempo in modo da assomigliare sempre più alla vita e culmina in un finale che è insieme un’apertura e uno scacco, forse un nuovo punto di fuga. È un esito liquido e immersivo, in cui Star incontra una famiglia troppo simile alla sua, una tartaruga che sembra segnarle la via (e d’altra parte che altro animale potrebbe incontrare se non uno con la casa montata direttamente sul proprio corpo?) e, con un’equivalenza forse troppo semplice ma anche decisamente efficace, riprende in mano la sua vita, chiudendo un cerchio di solitudine e erranza.

Fabio Orrico

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