L’irresistibile inerzia di uno scrivano

bm

“Rimasi seduto per qualche istante in perfetto silenzio, cercando di riavermi dallo sbigottimento che m’aveva preso. Lì per lì m’accadde di pensare che le mie orecchie non avessero udito bene, o che Bartleby avvesse del tutto frainteso ciò che io intendevo dire. Ripetei la mia richiesta con voce più chiara che potei, ma, con tono altrettanto chiaro, mi giunse la medesima risposta dianzi udita…”

Ho riletto di recente Bartleby lo scrivano, uno dei racconti più enigmatici della letteratura moderna. Scritto da Melville a metà Ottocento, tentativo di riscatto dopo l’insuccesso di Moby Dick presso la critica e i lettori, esso è un punto di snodo nella produzione dello scrittore americano, nonché testo che, nei decenni, ha attirato su di sé l’attenzione non solo di critici di professione, ma anche di filosofi e psicologi. Il motivo di tanta seduzione è facilmente comprensibile per chiunque conosca la trama, peraltro universalmente nota, almeno nel suo motivo fondamentale: uno scrivano risponde ad un annuncio di lavoro presso lo studio di un avvocato, ma, dopo un inserimento iniziale apparentemente normale, egli si rifiuta di svolgere quanto richiesto. Bartleby si oppone alla copia di alcuni atti e poi, progressivamente, a qualunque tipo di mansione, utilizzando una formula che rimane incisa nella storia della letteratura: “I would prefer not to” / “Avrei preferenza di no” (nella traduzione italiana, bellissima, di Gianni Celati per Feltrinelli Editore).

Il testo di Melville, ad oltre un secolo e mezzo di distanza dalla sua pubblicazione, brilla ancora per la portata vivamente drammatica di questo sfaldamento narrativo dato dal NO, che corrisponde a una dissoluzione del senso pratico delle cose, in cui la figura di Bartleby si staglia irredemibile e tragica – non toglierò il gusto della lettura a nessuno se rivelo che alla fine lo scrivano muore di stenti, in una prigione sinistramente metafisica –; anzi, si direbbe che più assistiamo all’arretramento dei nostri spazi di libertà, occupati da una tecnica vieppiù pervasiva, più Bartleby assurge a provocatorio simbolo di rivolta, consunzione fisica sperimentata negli spazi di lavoro e di socializzazione, sacrificio che si invera nella sparizione di sé non dal mondo, ma all’interno del mondo. Perché Bartleby è un buco nero incistato nella società, al suo centro, punto di collasso di interi sistemi e sovrastrutture. Ed è la rarefazione programmatica della parola e della sua presenza nel momento stesso in cui la prestazione è richiesta, a farne un emblema di rivolta esistenziale, benché per sottrazione. E se è vero che Melville ambienta il racconto in un momento storico preciso, dentro un contesto sociologico segnato dal trionfo dello spirito utilitaristico americano, è altresì vero che il gesto di Bartleby trascende le coordinate spazio-temporali per farsi paradigma iconico dell’estraneità che sconcerta.

Bartleby avvelena le falde del vivere secondo consuetudine e spezza le comuni disposizioni psicologiche tipiche dei rapporti di lavoro, non facendo nulla di tutto ciò che ci si aspetterebbe legittimamente da lui, dal suo ruolo di impiegato subordinato. Al cospetto delle reazioni impotenti dell’avvocato, si ha l’impressione che l’esercizio consapevole di un’opzione del genere, che mai viene motivata da Bartleby, ottenga risultati ben più dirompenti di un qualunque tentativo di contestazione dell’esistente connotato ideologicamente. Se lo scrivano si rivelasse ad esempio anarchico, non vi sarebbero dubbi: verrebbe sbattuto fuori e arrestato nel giro di un secondo. Qui, invece, bisogna attendere la fine del racconto per vedere Bartleby in galera, e non è nemmeno  chiaro sulla base di quale reato. A cosa resiste Bartleby? Quale capo d’accusa può essere imputato ad un povero essere che non fa nulla, ma che semplicemente esiste nello spazio di una presenza, omuncolo che si contenta di un cantuccio di uno studio legale cibandosi di biscotti allo zenzero?

La corruzione del linguaggio è segno di una possibile mutazione dei rapporti di forza. L’anziano avvocato, a cui è affidata la responsabilità della narrazione, si accorge con disappunto misto a stupore che i suoi stessi impiegati, fino a quel momento perfetti nelle rispettive funzioni e talmente ben inseriti in ufficio da riuscire a disciplinare i propri difetti al ritmo delle esigenze lavorative (l’irritabilità di entrambi, esercitata alternativamente, inconscia e farsesca staffetta per non incrinare la produttività dell’ufficio legale), cominciano ad utilizzare il costrutto linguistico “I would prefer” per introdurre una risposta o, in generale, per comunicare con lui. La preferenza è un concetto morale che apre squarci inquietanti. Più potente ancora se viene espressa per negare un assunto. Assumere è un verbo che ha valenze semantiche incrociate e che comporta sempre una serie di pre-supposizioni. Le mansioni cui si obbliga il nuovo arrivato (l’assunto sul posto di lavoro) si devono allineare all’assunto logico di partenza, il fine si tira dietro una processione di atti intermedi, ogni passaggio è sottoposto a verifica… Se si tratta di uno scrivano, il presupposto è che ogni richiesta di copiatura debba essere esaudita in tempi ragionevoli. Senza scuse. L’Io di chi dice NO, invece, è disarticolante. Come si evince anche da una riflessione filosofica contenuta in una lettera di Melville indirizzata a Nathaniel Hawthorne, suo modello di riferimento letterario, il 16 aprile 1851:

“C’è una grande verità a proposito di Nathaniel Hawthorne. Egli dice NO! tra tuoni e lampi; ma il diavolo stesso non riesce a fargli dire sì. perché tutti gli uomini che diconomentono; e tutti gli uomini che dicono no – perbacco, essi sono nella felice condizione di quei viaggiatori giudiziosi e senza sovraccarichi in Europa; essi attraversano le frontiere nell’Eternità, senza nulla tranne un sacco in spalla – cioè, l’Ego. Laddove i signorotti del , costoro viaggiano con mucchi di bagagli, e  vanno a dannarsi! non passeranno mai dal posto di dogana. Per quale ragione, signor Hawthorne, agli ultimi stadi della metafisica uno deve sempre mettersi a imprecare così?”

Chi dice SI, mente. Nell’assertività incondizionata si nasconde il vizio mortale dell’Occidente, e Nietzsche non è lontano. Tra il 2015 e il 2016 il fotografo catalano Albert Bonfills ha realizzato un reportage, dal titolo Tokio Tears: days to nothing, tra le lavoratrici giapponesi costrette a sobbarcarsi  ore di straordinario al limite della sopportazione umana. Per riportare i soggetti stressati ad uno standard minimo di umanità, l’azienda Ikemeso Danshi si avvale di una pratica innovativa (ruikatsu), che consiste nel proiettare video e filmati struggenti in apposite stanze, in modo da alleviare la sofferenza attraverso il pianto. E’ l’esemplificazione di un concetto oggi ampiamente recepito da counselor e psicanalisti, la “resilienza”, concetto subdolo e mistificante, teso a introiettare il disagio patito senza mettere in discussione politicamente e culturalmente quel sistema di valori, quell’ingranaggio che ha generato le difficoltà esistenziali ed emotive. La resilienza ci costringe a cambiare, accettando l’ineluttabilità degli avvenimenti, e si rivela il perfetto suggello all’impossibilità dell’alternativa in campo sociale, perché il vero, implicitamente, sta dalla parte di chi ha più forza e potere. Se vi è qualcosa di falso, è in noi (ecco la menzogna di chi dice SI all’impero dell’utile), nella nostra incapacità di attingere ad energie mentali o fisiche nascoste. Non a caso, resilienza è un termine originariamente usato in metallurgia (!), per indicare la capacità di un metallo di resistere alle forze che vi vengono applicate.

Bartleby è l’anti-resiliente per eccellenza o, se si preferisce, colui che porta la resilienza al suo paradosso. E’ certamente uno che si adatta, che si consuma nel poco e nel niente, contraddicendo per inerzia tutte le aspettative risposte in lui. La sua inerzia è l’arsenale distruttivo di ogni pretesa, è il grimaldello che apre come una scatoletta il mondo che lo circonda. Scrive Gianni Celati, nell’introduzione, che “a un tratto è come se il poco da dire, il niente di importante su cui informare il lettore, si rivelasse di una potenza impensata. Questa estrema riduzione del superfluo che di solito avvolge gli stati di presenza – lo stordimento delle interpretazioni che bisogna offrire, l’ingombro delle immagini che ognuno ha di sé, le bramosie d’espansione che non permettono alcuna quiete – è cosa rarissima e piena di grazia, apice di tutta la ricerca di Melville”. A differenza dei NO a prescindere, che celano spesso l’impotenza di una posizione politica che si sa, si teme essere,  perdente se portata nella sfera pubblica, per dirla alla Habermas, qui non vi è traccia di impuntamenti ideologici. La resistenza di Bartleby è un demansionamento volontario che svela il nichilismo di fondo di un intero sistema economico ed etico, nella fattispecie il tempio della finanza americana, la Wall Street di metà Ottocento.

Lo scrittore newyorkese introduce gli altri impiegati dello studio legale nei seguenti termini: “il primo, Turkey, ovvero Tacchino; il secondo, Nippers, ovvero Chele; il terzo, Ginger Nut, ovvero Zenzero. Si direbbero nomi, questi, non molto facili a trovarsi sulle pagine di un annuario. In verità trattavasi di nomignoli che i miei impiegati s’erano mutuamente attribuiti, ed erano ritenuti esprimere le loro rispettive persone e caratteri”. Vengono in mente le Scene della vita privata e pubblica degli animali disegnate da Grandville circa dieci anni prima la pubblicazione di Bartleby lo scrivano, dove gli animali sono  vestiti e si comportano come uomini e donne. Come sostiene John Berger nel suo saggio perché guardare gli animali?, “se osserviamo più attentamente le incisioni di Grandville, ci si accorge che lo shock che esse provocano deriva, in effetti, da un movimento opposto a quello che presumevamo. Questi animali non ‘si prestano’ a spiegare le persone, nulla viene smascherato: al contrario. Essi sono prigionieri di una situazione umana/sociale nella quale sono stati costretti con la forza. L’avvoltoio è più orribilmente rapace come padrone che come uccello. A tavola i coccodrilli sono più voraci di quanto non lo siano nel fiume”.

Anche il corpulento Turkey/Tacchino ed il nevrotico, segaligno Nippers/Chele/Granchio sono figli di una selezione spietata che li spinge indietro nella scala evolutiva. Errori e sbadataggini, che il datore di lavoro comunque tollera, sono il residuo di uno sforzo di adattamento al contesto, il precipitato della resilienza. Tic e manie, le stesse che ognuno di noi potrebbe verificare facilmente in sé o nei propri colleghi, nelle tavole di Grandville come nelle pagine di Melville trasfigurano l’intera personalità in una maschera allegorica grottesca e allo stesso tempo protettiva, perché nel ghigno o nel gesto sclerotizzato è negata la libertà assoluta di un Bartleby, la preferenza di NO. Il medesimo motivo estetico e concettuale decreterà il successo delle creazioni di Walt Disney nel secolo successivo. Se i governanti sembrano caricature – si pensi, anche dimenticando tutto il resto, alla capigliatura di Donald Trump, alla sua gestualità esagerata, alla teatralizzazione dei discorsi – è perché la disneizzazione del mondo ha invaso irreparabilmente la dimensione della politica. Quando un presidente mette in mostra aspetti comportamentali e fisici di cui ridiamo, in realtà rassicura l’elettore con la propria deformità. La maschera animalesca della demagogia populista è un’iperbole delle sollecitazioni istintive delle masse ed una risposta evocativa alle stesse.

Se poi la replica più coerente alle scelte di Trump è il recente manifesto “libertario” di Mark Zuckerberg, inventore e padrone di Facebook, allora il cerchio trova la sua quadratura. In questo quasi-programma elettorale, fortemente ideologico, la “comunità” planetaria iperconnessa degli internauti avrebbe nel vangelo tecnologico la propria guida d’azione universalistica, antitetica ai ripiegamenti nazionalistici… Resta il fatto che, quando utilizziamo una app, ci affidiamo ad un algoritmo che risponde ad un’istanza riconducibile al concetto di utile, alla ricerca dello spazio minimo tra l’emersione di un desiderio ed il suo soddisfacimento, alla soppressione di ogni fessura temporale inutile. Le nostre preferenze, in altri termini, sono già sottoposte ad un processo guidato che influenza, o addirittura determina, le nostre scelte, votate sempre e comunque al positivo. Riempire mancanze, annullare distanze, reintegrare l’uomo monco, cieco, storpio con supporti bionici… La frenesia dei makers digitali,  giovani e giovanissimi, è il segno di questa volontà di saturare ogni angolo della nostra esistenza, di vincere ogni ipotesi di inerzia. Fino a scacciare Bartleby dal suo nascondiglio.

In un saggio del 1989 Gilles Deleuze sostenne che “anche catatonico o anoressico, Bartleby non è il malato, bensì il medico di un’America malata, il Medicine Man, il nuovo Cristo, o il fratello di tutti noi”. Compagno della dissipazione ultima, anacoreta laico dei luoghi di certezza, lo scrivano è con noi quando sentiamo di essere chiusi in quella grande gabbia a cielo aperto che è la vita stessa.

Alessandro Vergari

(Herman Melville, Bartleby lo scrivano, Feltrinelli editore)

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