Caproni, «Il Terzo libro» e la poesia

caproni

Einaudi ripubblica «Il Terzo libro e altre cose» di Giorgio Caproni. La prima edizione di questa raccolta è del 1968.

Poesie già presenti nel«Passaggio d’Enea», Caproni considera questa scelta di versi la ricostituzione di un libro che isolato e riorganizzato nella sua intima struttura è un discorso concluso.

Enrico Testa nella prefazione considera «Il Terzo libro e altre cose» un libro ben strano che in realtà rappresenta una sorta di autoantologia di poesie tratte dal «Seme del piangere» e da «Congedo del viaggiatore cerimonioso».

In effetti, questo piccolo libro rappresenta lo snodo fondamentale della poesia di Giorgio Caproni, che in seguito si affermerà come un poeta singolare.Caproni, come pochi nel secondo Novecento, userà il pensare per paradossi per esplorare il vuoto e il nulla dell’intera condizione umana.

Accanto al tema della guerra, il poeta affronterà radicalmente tutti i dilemmi del disfacimento, inventando una lingua nuova che ha nella rottura del significato il suo punto di forza per una poetica che resterà   un’esemplare e unica testimonianza di  un secolo ferito  in cui il poeta si è posto nella condizione di viaggiatore.

«Il Terzo libro e altre cose» già rappresenta tutto questo è mostra un Caproni che sa essere  poeta autentico che affronta  a viso aperto  le ragioni profonde dell’esistenza e tocca con limpida chiarezza  i temi legati alle domande fondamentali, davanti alle quali chiede al lettore un’attenzione perplessa.

«Questo capitale “Terzo libro- scrive Luigi Surdich  nel saggio che chiude il volume – rappresenta il poeta al cospetto della guerra e di fronte all’arduo, se non proprio impossibile, superamento del trauma della guerra»

Un libro capitale che anticipa i temi preferiti da Caproni: il viaggio, la frontiera, la terra di nessuno con i suoi paesaggi solitari. L’andare poetico di Caproni è fatto di metafisiche apparizioni che mettono a nudo l’incerto confine della vita abitato dall’uomo che è cacciatore e preda allo stesso tempo.

«Una poesia contratta – scrive Carlo Bo –  fino allo spasimo e che tuttavia  conserva una  sua corposità, una parte di sostanza incontaminata. Al fondo c’è sempre l’uomo  inseguito dalle sue preoccupazioni».

Giorgio Caproni è stato uno dei poeti più innovativi del Novecento.  La sua essenzialità musicale scavata nella  nuda terra della parola  sconvolse il linguaggio della poesia.

Ha ragione Enrico Testa quando scrive che  Caproni è stato il maggiore poeta italiano del secondo Novecento.

Il poeta livornese è riuscito a dare conto in versi dei moti dell’esistere, del vuoto e del nulla inventando un dire che tutto ha messo in discussione fino a tracciare le linee di un’esperienza poetica che ha un grado d’inventività, come giustamente osservava Vittorio Sereni, capace di individuare una situazione lirica nel quotidiano senza alcuna pretesa di definitività.

«Era già una poesia nuova, la poesia nuova» scrive Giovanni Giudici di Giorgio Caproni invitando noi lettori a viverla in tutta la sua sapienza di costruzione, in tutto il suo spessore metaforico ma insieme anche prosodico, fonico e linguistico.

«Il Terzo libro e altre cose», così riproposto, ancora ci mostra Giorgio Caproni il poeta nuovo che ha ancora molto da dire e da insegnare alla lirica italiana contemporanea.

Nicola Vacca

 

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