DARIO ARGENTO: SUSPIRIA

suspiria

Rivedere Suspiria su grande schermo, restituito al suo antico splendore tramite restauro, è sempre un’esperienza. Film determinante e centrale nella filmografia di Dario Argento e decisivo per l’horror italiano, genere di solide tradizioni e di incerta sopravvivenza.

È difficile dire qualcosa di nuovo su Suspiria e forse non è nemmeno necessario. Di sicuro è sorprendente vedere l’intelligenza cinematografica di Argento al lavoro e confrontarla con la sconcertante decadenza del suo cinema dalla fine degli anni ’80 ad oggi. Se, poniamo, l’ultimo Wenders ci delude per l’atteggiamento predicatorio e petulante, comunque non possiamo eccepire sul suo grande talento di inventore di forme, tanto che per restituire i suoi film attuali all’antica ispirazione spesso basterebbe azzerare l’audio (ci perderemmo le canzoni che con grande generosità gli regalano illustri amici come Nick Cave e David Byrne ma ci risparmieremmo anche dialoghi al confine col ridicolo), al contrario Argento sembra aver smarrito anche il mestiere e ammutolire le sue immagini non aiuterebbe più di tanto.

E comunque, bando alle malinconie, Mater Suspiriorum è ancora tra noi. Bentornata! Dopo l’esperienza-limite di Profondo rosso, thriller in cui lo sconfinamento nelle forme più libere dell’horror era ben più che una tentazione, era evidente che il cineasta romano volesse compiere un passo in avanti verso il delirio e l’irrazionale. Suspiria è una storia di streghe che parte da Thomas De Quincy e raccoglie nel suo baraccone macabro i fratelli Grimm e Walt Disney, Aubrey Beardsley e Franz Wedekind, Jacques Tourneur e Adolf Hitler, tutto frullato dalla tentacolare mente di Argento e restituito in cinema.

Andiamo con ordine: il poemetto in prosa Suspiria de profundis di De Quincy insieme al romanzo Mine-Haha di Wedekind forniscono lo spunto narrativo su cui Argento, insieme alla compagna di allora Daria Nicolodi (prevista nel ruolo che poi, causa un intempestivo infortunio, andrà all’ottima Stefania Casini) imbastisce la sceneggiatura.

La troupe gira in quella che fu la casa di Erasmo da Rotterdam a Friburgo: il cineasta romano resta folgorato dall’architettura del palazzo, sulla cui base, spinge lo scenografo Giuseppe Bassan a scatenarsi nella follia Art Déco che vediamo sullo schermo. Flavio Bucci, una delle facce più belle e meno valorizzate del nostro cinema, passa l’ultima serata prima di venire sbranato dal suo cane alla Hofbräuhaus di Monaco, dove Hitler, esempio di stregoneria applicata alla realtà, tenne i suoi primi comizi.

Non si può naturalmente passare sotto silenzio il contributo del direttore della fotografia Luciano Tovoli. Reduce da Professione: reporter di Antonioni, Tovoli inventa la dominante cromatica rosso sangue che segna indelebilmente la pellicola. L’uso del colore, del tutto irrealistico e anarchico, vero e proprio impalpabile protagonista al pari della smarrita Susy Banner (l’occhiuta e depalmiana Jessica Harper), traghetta Suspiria nei territori del maestro Mario Bava. Le lente, enigmatiche carrellate sui corridoi vuoti della Tanz Akademie, la corsa delle biglie sul finale che ci portano a scoprire il giaciglio della regina nera Elena Markos, sono precisi richiami baviani della regia. È noto che il grande regista sanremese era così esasperato dagli attori da farne a meno appena poteva e costruire dei veri e propri poemetti visivi utilizzando solo oggetti. E poi c’è un altro grande nume tutelare: Sergio Leone. Il vero maestro di Argento: più di Bava, più di Hitchcock (attualmente mi sembra pura lesa maestà ma in passato c’è stato chi ci credeva: forse gli uffici di marketing, va beh).

Come sappiamo, Argento frequenta direttamente la bottega del padre del western all’italiana. Nel ’69 insieme a Bernardo Bertolucci scrive il soggetto di C’era una volta il west e le linee guida della mise en scene leoniana vengono ben replicate dal giovane autore: un uso massiccio e disinvolto, con punte di sadismo, della violenza, di cui entrambi alzano la soglia della mostrabilità; l’uccisione come momento coreograficamente complesso e rituale; la dilatazione quasi insopportabile delle scene di suspence, ma, soprattutto, l’attenzione maniacale accordata alla musica. Possiamo affermare, senza esagerare, che il cinquanta per cento dell’efficacia del cinema dei due autori, è data da colonne sonore bellissime, ispirate e singolarmente consonanti con i personaggi e le situazioni dei film.

In particolare Suspiria, la cui soundtrack è, a mio avviso, il capolavoro dei Goblin, ha cadenza da musical, o meglio ancora da opera rock, tanto da toccare tangenzialmente opere coeve come Tommy di Russel e Il fantasma del palcoscenico di De Palma (da cui, dicevamo, eredita la straordinaria protagonista).

Non ho raccontato la trama del film. Do per scontato che tutti la conoscano. Do per scontato che tutti l’abbiano visto. Per me Suspiria è come I promessi sposi: un archetipo dell’arte italiana.  Un’opera ribalda e arrogante, segreta e tentacolare, che sedimenta nell’inconscio dei suoi ammiratori e che a ogni visione introduce l’elemento spiazzante, turbativo e controverso che in precedenza non si era colto. Io vorrei chiudere questo scritto indicando, con la dovuta maiuscola, il sentimento che genera in me questo film: Amore.

Fabio Orrico

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