Nell’animo di un Sognatore

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E’ il quindici giugno 1847. “Caldo, città vuota; tutti sono in villeggiatura e vivono di impressioni, si godono la natura”. E’ nella tenaglia di un clima inusuale e nella strana luce sospesa tra la notte e il giorno che si muove il Sognatore (Mečtatel) di Fëdor Dostoevskij.

La casa editrice Feltrinelli ha pubblicato, in appendice a Le notti bianche, cinque articoli dello scrittore russo, raggruppati sotto il titolo La cronaca di Pietroburgo e tradotti da Serena Prina, autrice di un’agile e solida postfazione.

Nella Russia di metà Ottocento acquista importanza crescente la “Scuola naturale”, una visione realistica del mondo che influisce sulla produzione letteraria, una sorta di verismo vincolato alla descrizione fedele delle dinamiche sociali, una lente puntata sugli “umiliati e offesi”, sugli ultimi e i diseredati. Anime morte, il capolavoro di Gogol’, è del 1843. Il critico e teorico della letteratura Vissarion Belinskij, molto vicino a Dostoevskij e suo mentore fino alla pubblicazione di Povera Gente, si distacca progressivamente dallo scrittore a causa di un “tono fantastico”, presente ne Il sosia (1846) e accentuatosi ne Le notti bianche (1848), non apprezzabile da chi, come lui, riduce l’analisi sociale a una fisica oggettiva dei fatti e degli eventi.

Deluso dall’insuccesso de Il sosia, Dostoevskij, ventiseienne, si trova in serie difficoltà economiche. I debiti di gioco sono, come è noto, una costante della sua vita e saranno ancor di più una spada di Damocle poggiata sugli anni a venire. Accetta così un lavoro giornalistico, che consiste nella redazione di articoli per Gli annali di San Pietroburgo. Il giovane scrittore si dedica alla stesura di feuilletons, un genere caratterizzato da considerazioni pungenti  sulla vita sociale della città. Spesso, secondo una diffusa regola, il feuilleton si conclude con la recensione di uno spettacolo teatrale.  E’ probabile, come suggerisce Serena Prina nella postfazione, che il quinto  feuilleton, quello più critico verso il carattere dei pietroburghesi, contribuisca all’allontanamento di  Dostoevskij dagli Annali. Non è causale che questo sia anche l’articolo più prossimo, per argomento e temi trattati, a Le notti bianche, di cui si può considerare un’anticipazione o uno studio preliminare.

L’apertura del quinto feuilleton è un elogio, paradossale e stilisticamente magistrale, della provvisorietà: “C’è qualcosa di inspiegabilmente ingenuo, qualcosa di persino toccante nella nostra natura pietroburghese quando, in modo del tutto inaspettato, all’improvviso palesa tutta la sua potenza, tutte le sue forze, si ricopre di verzura, se ne orla, se ne agghinda, si screzia di fiori… Non so per qual motivo mi fa venire in mente quella fanciulla tisica e acciaccata, alla quale a volte rivolgete uno sguardo compassionevole, a volte d’amore pieno di pietà, a volte invece nemmeno notate, ma che all’improvviso, per un attimo e come senza intenzione, si fa bella in modo portentoso e inspiegabile, e voi stupefatti, sbalorditi, senza volerlo vi chiedete quale forza abbia obbligato a risplendere di un simile fuoco quegli occhi sempre mesti e pensosi…”

Ma l’incantesimo dura poco, perché “l’attimo trascorre e, forse, già il giorno successivo incontrerete di nuovo quello stesso sguardo mesto e pensoso, distratto, lo stesso viso pallido, la stessa mansuetudine di sempre, la stessa timidezza nei movimenti, l’estenuazione, la fiacchezza, l’angoscia sorda e persino tracce di una sorta di vano e mortale dispetto per il trasporto di un attimo”.

Fëdor Dostoevskij attraversa, negli anni precedenti la durissima esperienza del carcere, la fase più romantica del suo pensiero. Lo scrittore individua un legame ambientale tra la città, che vive la sua breve estate, e l’uomo pietroburghese, che si abbandona ai vizi, alla dissoluzione e, nel peggiore dei casi, al delirio onirico senza più ritorno.

“Da noi, per esempio, se non si hanno i mezzi per vivere in palazzi da gran signori o per abbigliarsi come si conviene a persone per bene, abbigliarsi come tutti (ovvero come davvero pochi), allora il nostro cantuccio assai spesso assomiglia a una stalla, e le vesti si riducono a un’indecenza ai limiti del cinismo”. Il mancato riconoscimento della propria condizione, uno stato maniacale, si accompagna al sogno ingannevole di una vita altolocata e conduce il pietroburghese medio alla soppressione dell’amor proprio e del rispetto etico di sé, come direbbe Kant.

Nel feuilleton preso in esame abbiamo la perfetta definizione assiomatica di una contro-morale: “Noi maciulliamo sempre il fiore, lo tormentiamo per sentirne più forte l’odore, e dopo ci lamentiamo, quando invece dell’aroma ci resta soltanto il puzzo”. Difficile pensare ad un’iperbole più efficace dell’eterna insoddisfazione umana, del nostro essere perennemente tormentati dal dolore dell’esistenza, da quel sordo male di vivere di schellingiana memoria che nell’autore russo però non è riscattabile nemmeno esteticamente, ma è una lama che tortura le viscere e la mente, senza rimedio. Ed è qui, infatti, che subentra il sogno, l’illusione del tempo onirico sospeso.

Certo, l’abbrutimento del cittadino pietroburghese è segno dell’impossibilità di ricercare una terza via tra ricchezza e povertà, il solco sbarra la strada alla costituzione di una borghesia propriamente detta. Ma, come si è detto, più che le dinamiche sociali verificabili nel limpido specchio di certa letteratura, sono soprattutto gli abissi dell’animo, sondati fino al limite dell’insondabile, ad essere al centro dell’interesse speculativo di Dostoevskij:

“Se l’uomo non è soddisfatto, se non ha i mezzi per esprimere e manifestare quel che in lui c’è di meglio… allora subito va a finire in qualche disavventura incredibile; allora, con licenza parlando, si inciuchisce, allora si abbandona al gioco delle carte e alla truffa, ai duelli o, per finire, esce di senno per l’ambizione, anche se al tempo stesso tra sé disprezza l’ambizione e soffre persino all’idea di dover patire per simili minuzie quali l’ambizione”. L’essere umano dostoevskiano è l’aguzzino di se stesso, al punto che il Sognatore assume le sembianze di individuo degenerato, “uomo che non è più uomo, ma uno strano essere di genere neutro”.

Sono questi gli anni in cui Dostoevskij si getta nell’impresa di leggere e tradurre le opere di Friedrich Schiller. Impressionato da I masnadieri, lavora ad un’opera teatrale tratta da Maria Stuarda, mai realizzata. Tuttavia, se il grande poeta e drammaturgo tedesco spinge verso una conciliazione tra libertà e necessità mutuata dalla tradizione della tragedia classica, imprimendo la norma romantica secondo cui le sofferenze patite devono essere non solo rappresentate, ma anche associate, sempre, alla resistenza morale provata e attestata dall’anima bella (die schöne Seele), in  Dostoevskij il conflitto nell’animo tra essere e dover essere si ammorba di fantasticherie, fino a intraprendere la scalata vertiginosa del sogno. Le parole che introducono la figura del Mečtatel sono di rara potenza e bellezza:

“Ma lo sapete cosa sia un sognatore, signori miei? E’ l’incubo di Pietroburgo, è il peccato fatto persona, è la tragedia, silenziosa, misteriosa, cupa, assurda, con tutti i suoi orrori sfrenati, con tutte le catastrofi, le peripezie, gli intrecci dell’azione e i suoi scioglimenti, e tutto questo non lo stiamo dicendo per scherzare. Vi sarà capitato di incontrare un uomo distratto, dallo sguardo appannato e vago, spesso col volto pallido, sbattuto, sempre come occupato da qualche penosa faccenda, per la quale non trova soluzione, alle volte estenuato, svigorito, come a seguito di fatiche sfibranti, ma che in effetti non ha fatto proprio alcunchè: tale si presenta il sognatore dall’esterno”.

Leggendo queste pagine, come quelle scritte da Dostoevskij nei suoi capolavori successivi, si ha la netta impressione che nulla sfugga al suo occhio, e che il distacco dalla “Fisiologia di Pietroburgo”, manifesto della “Scuola naturale” di Nekrasov e Belinskij, sia la conseguenza dell’acutizzarsi inarrestabile (e doloroso) della sensibilità dell’autore, più che di una visione ideale del mondo fattasi teoria e quindi scrittura. Non vi è nulla di cerebrale. Kafka e Freud sono alle porte. “Pensi a mia madre, pensi a lei. Riesce a immaginarsi che cos’era vivere con un uomo che dormiva con un fucile accanto al letto e passava la giornata a dipingere cerchi?” Sembrano parole di Dostoevskij, queste, ma in verità sono affermazioni di Franz Jung, pronunciate per descrivere gli stati di allucinazione del padre Carl, sul punto di soccombere alla mostruosità dei suoi incubi ricorrenti e costretto a esorcizzare le visioni con gli acquarelli.

Se lo stato di dormiveglia nelle notti bianche pietroburghesi è terribile, perfino peggiore è il ritorno alla realtà, come accade al protagonista del romanzo tradotto in cinema da Luchino Visconti e da Robert Bresson, il giovane spasimante di Nasten’ka, donna talmente celebre nella storia della letteratura da risultare archetipica, nel momento del ritorno del promesso sposo, uno dei risvegli più intollerabili di tutti i tempi e di tutte le latitudini. “Dio, che grido! Come trasalì! Come si strappò dalle mie mani per volargli incontro!… Io stavo fermo e li guardavo come tramortito… Rimasi  fermo a lungo, guardandoli. Alla fine scomparvero alla mia vista”.

Uomini avvinti ai sogni, e non donne, perché dal genere maschile ci si aspetta la solida adesione agli interessi concreti e non un vacuo sfarfallio nelle dimensioni dell’irrazionalità, uomini che invece si limitano a tirare avanti, scrive Dostoevskij, e che una volta desti sono infelici, ma di una infelicità totale, perché quei momenti di risveglio sono talmente insopportabili da necessitare altro veleno, il proprio veleno, nelle forme di un libro, di un brano musicale, di un ricordo del passato… perché il Sognatore, incapace di vivere una vita con gli altri nella comunità di appartenenza, risulta inutile.4

Marginale ed inquietante, colui che sogna ad occhi aperti costruisce interi universi di cui è padrone e schiavo, architetto e barbaro distruttore. Un Mečtatel si trincera dietro un muro che crede invalicabile. Premura insufficiente, poiché l’inconscio è soggetto a lacerazioni che diventano crepe da cui entra la luce o da cui esce l’oscurità (si pensi ai tagli di Lucio Fontana, vere aperture verso il piano psichico-filosofico dell’inesplorato). La precisione non tollera commistioni di sonno e di veglia, ma Dostoevskij insegna che nell’ambiguità riposa la cifra più autentica dell’essere umano, a cavallo tra puro ed impuro.

Sul confine di una sofferenza

Ai margini di un muto dolore

S’installa il castello segreto

Dove la cenere del cuore si espande.

(Antonin Artaud, Logica segreta)

Come la città oscilla tra il giorno e la notte, in un baluginio lattiginoso dai contorni incerti e sfumati, così il nostro Sognatore “cammina a capo chino, prestando poca attenzione a coloro che lo circondano, a volte dimenticando anche qui completamente la realtà, ma se dovesse accorgersene, allora il più banale dettaglio quotidiano, la questione più insignificante, triviale, subito in lui acquisterebbero un colorito fantastico. Persino lo sguardo è costruito in modo tale da vedere in ogni cosa la componente fantastica”.

Labile è la separazione tra l’arte e il momento del crimine, tra un gesto di poesia e uno sparo nel buio. “Io canto perché non voglio ammazzare”, diceva Piero Ciampi.

Alessandro Vergari

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