DAMIEN CHAZELLE: LA LA LAND

16467217_10210757135836017_845303209_n

Il musical, genere squisitamente americano, non è sopravvissuto alla crisi dello studio system e, come e più del suo confratello altrettanto autoctono, il western, resuscita sporadicamente nel corso dei decenni e quasi sempre con intenti profondamente autoriali. Se si eccettua Bob Fosse (che sta al genere un po’ come, per la sua generazione, Peckinpah sta al western), tutta la New Hollywood rifiuta il musical salvo anelarlo come progetto singolo e culminante, sorta di spettacolo assoluto al quale approdano in modi e forme diverse personalità fortissime come De Palma, Scorsese, Bogdanovich, Forman e Coppola, spesso lasciandosi prendere la mano da coreografie sempre più folli e visionarie.

Damien Chazelle, appena trentaduenne e reduce dal grande successo di Whiplash (film, secondo chi scrive, brutto e sopravvalutato) si trova nella situazione di azzardare un’opera complessa, consapevolmente fuori dal tempo e per molti aspetti eccedente dalla corrente produzione indie come da quella mainstream. E fa centro. Su tutta la linea.

La La Land recupera una grammatica da musical classico ma senza alcuna reverenza e, perdonate le mie fissazioni, lavora sul corpo del genere scelto esattamente come Cimino aveva lavorato sul western girando I cancelli del cielo. Mi spiego meglio: I cancelli del cielo, pur demolendo la visione idealizzata ed eroica della frontiera, non abdicava all’epos ed era conscio di avere alle sue spalle Sentieri selvaggi ma anche Piccolo grande uomo e I compari. Allo stesso modo Chazelle ama il musical classico ma ha ben metabolizzato Fosse, il Ross di Pennies from heaven e soprattutto Jacques Demy senza il bisogno di citarli pedissequamente, seppure gli omaggi non manchino e i cromatismi del regista francese segnino visceralmente le sue immagini.

Che cosa racconta La La Land? Una storia basica, “Boy meets girl”, il grado zero della sceneggiatura. Un pianista e un’attrice, o se si preferisce aspiranti tali, che mirano al successo e nel frattempo si innamorano e nel frattempo passa la vita. Il tempo con il suo srotolarsi implacabile, mi sembra essere il cuore tematico della pellicola e in questo senso siamo di fronte a un film spietato, afflitto e sincero in modo quasi imbarazzante.

Scandito nel corso di quattro (più una) stagioni, La La Land racconta, come pochi hanno saputo fare, quanto può essere bella l’estate della propria esistenza e culmina in un finale vertiginoso in cui ci scorre davanti agli occhi la vita come avrebbe potuto essere. Procedimento retorico già tentato da par loro da Scorsese (L’ultima tentazione di Cristo) e da Spike Lee (La venticinquesima ora) ma che Chazelle riesce a rendere ancora più abissale e straziante. Un pugno di minuti quasi inguardabile per il dolore, il rimpianto e lo smarrimento che lascia scorgere in filigrana eppure esattissimo e luminoso. Ma, dicevamo, trattasi di musical e quindi le schermaglie amorose vengono risolte con la danza e il canto e l’alchimia dei protagonisti Ryan Gosling e Emma Stone insegue quella dei divi del cinema classico, senza peraltro restare sminuita nel confronto. E poi, la città, sfondo e ancora di più fondale perché siamo a Los Angeles e a Hollywood in particolare, quindi illuminazione iperrealistica, nessun realismo o, se volete, neonrealismo. La città è protagonista tanto quanto Gosling e Stone, col suo traffico immobile e i suoi crepuscoli struggenti. È una città ariosa, vuota anche quando l’inquadratura è stipata di persone e oggetti, profondamente finta e drammaticamente vera perché abitata da uomini e donne che giocano la loro partita definitiva.

E poi, altra protagonista, forse la vera diva del film più ancora della pur sublime Emma Stone, la macchina da presa di Chazelle. Dal primo numero musicale en plein air capiamo che è lei la regina, lanciata in un piano sequenza che sarebbe un errore considerare virtuosistico, perché l’esuberanza e la precisione stilistica non sono, qui, un attributo esterno e sfoggio di bravura del regista. Non si tratta di rimanere ammirati di fronte a un movimento di macchina particolarmente complesso. Gli arabeschi della macchina da presa sono naturale estensione della forma-cinema pensata da Chazelle e delle fisionomie dei suoi attori.

Opera folle, idiosincratica come il Godard più ideologizzato, a tratti terminale, La La Land è un buco nero di cinema all’interno del quale riposa il passato: quello che è stato, quello che poteva essere, quello che non è stato e che non sarà mai più.

Fabio Orrico

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...